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VIVERE D’ASSENZA
Una meditazione ascoltando Pino
Cacozza
di Nando Elmo
L’assenza è la condizione normale
della nostra vita. Ne è piena la nostra memoria, che ne è il riparo.
Siamo attaccati ai ricordi come alla nostra ombra. Dicono che
progettiamo per il futuro, ma credo che il futuro sia il tentativo di
riconquistare il passato e di riparare agli atti mancati e di rivivere
gli atti compiuti che hanno a posteriori il gusto della “perfezione”.
Non potremmo sperare e progettare l’ignoto: il passato alimenta il
futuro. Ciò è vero soprattutto per noi arbëreshë che siamo dykrerorë, o
dikranoi come ci chiamerebbe Parmenide, destinandoci, se vogliamo
salvare l’eredità (che ci segna, santa pace, che ci segna), a guardare
in dietro per guardare avanti – mi porto tutto il greco della nostra
liturgia addosso come una lumaca la sua chiocciola – e mi chiedono come
mai citi tanto greco nei miei scritti: perché ho doppia tripla natura,
da arbëresh, il mio greco non è un vezzo …
Sarà per questo che ogni volta che
torno in Piemonte dopo le lunghe vacanze in Calabria per giorni vado
riconnettendo porzioni di memoria per riempire il vuoto che l’assenza mi
procura.
L’assenza di chi? Ma, alquanto
modestamente, degli ambienti degli amici del cibo dei suoni da cui “male
mi trassi” – e da cui dopo tre giorni vorrei scappare via, forse per
mutarli in più sopportabili oggetti di memoria.
Per quanto sia diventato ubiquo, nel
senso che sto bene dappertutto, tuttavia quella porzione di memoria che
ti rende più cocenti le assenze è lì a testimoniare che lo “star bene
ovunque” è solo una storia un pannicello caldo per la radicale “soledad”
che si nutre di “ausencia” come in un vecchio tango argentino o un fado
portoghese.
Alla fine più che un abramitico, come
mi picco d’essere, che va senza sapere dove, fiducioso, però, perché sa
di avere, forse, con sé il Signore, sono un ulisside che aspira molto
borghesemente alla sicurezza di una casa e di un ulivo (i miei ulivi,
che quest’anno una mano assassina – dicono litire – ha incendiato) ben
piantato a terra – con un dio che più che impormi viaggi nel deserto, mi
impone di tornare a casa.
Sicché agli sconforti ecco la
medicina: la musica.
Riascolto oggi le musiche di Cacozza
che mi riportano ad almeno due serate dell’agosto scorso ad
Acquaformosa, una finita con una spaghettata aglio olio e peperoncino
sul terrazzo di casa mia e l’altra con il vino del sindaco Manoccio e i
tarallucci di non so chi.
Torna lo strapaesano detestato? Ma
com’è che ci sono luoghi e cibi deputati che segnano i riti dei ritorni?
Con Alfredo Frega e con Anna la sua
compagna è ogni anno lo stesso pellegrinaggio a Guardia Piemontese,
davanti alla pepata di cozze al Katisan, o alle pizzerie di Civita con
Demetrio Emmanuele, o tra gli ulivi di Zef a Piana, per raccontarcele lì
le assenze – o a cercare nelle presenze soluzioni che non si danno:
pellegrinaggio quest’anno a Frascineto, ad Eianina con i suoi muretti a
secco che chiudono orticelli dove pianta le sue radici ferme un
ciliegio, a cercare l’arbëresh dei Vangeli di papàs Manoli ...
E va questa musica di Pino, per ora,
soprattutto la sua “Jurendina” che ha flessioni orientali – il nostro
cuore, il mio cuore, è un po’ così: s’imbeve, professando (dis)
appartenenze, di cadenze orientali, vuoi con il suono di un sitar o di
un flauto indiano, vuoi di un qualche disperato clarino di chassidico,
vuoi di un liuto greco, vuoi delle percussioni arabe, vuoi delle melodie
con esasperata risalita di tonalità di un soprano rumeno ecc … - ho già
messo da parte per stasera il film di Marco Ferreri “il Banchetto di
Platone” dove c’è una musica con cadenze greche che ti rapisce come il
vento che scorre tra le Korai dell’Eretteo - e ci sta tutto quel vento
come metafora dello spirito che spira – per tornare d’un balzo di là
dove un’altra vita si sarà interrotta in attesa che qualcosa si
compisse, si chiudesse nella soddisfazione totale di una vita “compiuta”
(che vuol dire?) – dice da qualche parte Camus che ci piacciono i film,
anche i più tragici e i romanzi perché lì i destini sono compiuti –
aneleremmo, invidiandola ai personaggi, a quella compiutezza …
La Jurendina di Cacozza sembra
richiamare l’assenza di qualcosa che ci definisce, forse. E devo dire
che nel festival di S. Demetrio c’è troppo Sanremo per tornare a casa
con qualcosa che ti consoli per essere ritornato tra gli ulivi - che son
tutti “nostri”.
Retrò? Ci salvi Iddio.
Ma è quella memoria che fa la
tradizione che va agganciata: i paradossi di che si nutre la nostra vita
…
Non è un contenuto, è una forma. Una
forma che diventa contenuto.
Ne parlavo ad Acquaformosa la sera
della presentazione del mio libro su Capparelli ad una precisa domanda
di uno del pubblico. La tradizione non può essere folklore, non può
essere pedissequa ripetizione di luoghi della tradizione catacresizzati,
luoghi comuni, luoghi della pigrizia mentale.
La tradizione è una flessione della
voce, della mano, del giudizio, per cui anche se esponi il teorema di
Pitagora si capisca, oltre le tue intenzioni, di quale casa sei – per
dire, se senti Allevi vi risenti tutto lo Chopin, tutto il Listz ecc…
che lo ha nutrito – si è sempre figli di qualcuno di cui si portano sul
viso i tratti …
Mi dicono: “Ma quante icone hai
dipinto per aver quasi eliminato la prospettiva, il paesaggio, dai tuoi
quadri, e quanti tropari hai cantato per comporre questi giri di frasi,
per avere la sintassi che hai?”
Non lo so. Mi viene spontaneo,
“naturalmente”, così. Ma non ho dipinto icone, almeno alla maniera del
cosiddetto neobizantino alla Dobroniku. Mi caschino le mani. Forse
dipingo icone quando dipingo ulivi perché l’icona mi ha educato
l’occhio. E scrivo tropari quando scrivo di Cacozza perché quei tropari
della nostra liturgia mi hanno educato il gusto, quelli mi risuonano
nelle orecchie.
Questa credo che sia la tradizione,
quel marchio indelebile che ti fa passare per “napoli” quando ti sentono
parlare i piemontesi.
“Si sente che non sei romano”, mi
diceva un ragazzetto sulla metropolitana di Roma mentre cercavo di fare
il simpatico parlando il dialetto romano. “ E che sarei?”. “Me pari uno
che nun ci ha n’accento romano, de sicuro nun vieni da Trastevere. Nun
ci hai accento come i signori”.
L’accento, è questa la tradizione.
L’ “accento” come un modo di vedere
il mondo.
Ora cerco nelle musiche di Cacozza
quest’ “accento”, che qui c‘è, là no.
In “Këndomi bashkë”, non in “Duro
zëmër duro” dove il sassofono impone accordi che fanno “occidente”.
E “Mandulli” dove va “mandulli”?
sembra salire le cime innevate cilene.
Ma l’accento c’era tutto mentre
Cacozza declamava da spericolato attore la sua saga skanderbecchiana ad
Acquaformosa. - C’erano tutti quella sera. Tranne gli addetti ai
lavori, s’intende; quelli di Lungro soprattutto (non c’erano neanche
alla presentazione del mio libro, tranne Nicola Bavasso, nonostante li
avessi invitati uno per uno – ma c’erano quelli che contano veramente,
gli studenti – gli altri, i professori, al diavolo). Tanto che per
provocare, per sanare un’assenza, mi sono messo a parlare in arbëresh
alla barba dell’etnomusicologo “litì”, che forse se l‘è presa -.
E tuttavia questa “contaminatio”
della musica di Cacozza narra ancora una volta di come sopra il cielo
arberisco navighino nubi che travalicano tutte le frontiere, non si può
fermare la storia (ma il suo CD non si chiama Historía?) e i suoi
impasti. E ancora una volta si dimostra che non si possono sostenere
tesi puriste. Non solo. Ma che l’ispirazione fa spesso a pugni con la
volontà, qualsiasi volontà puristica.
Intanto scorrono nelle mie orecchie
le note di “Valle, valle”, e “Jurendina na martohet” dove l’oriente si
affaccia prepotentemente. E forse su questi ritmi e questi accordi e
queste melodie Pino, o i suoi arrangiatori, dovrebbe mantenersi, fare un
po’ quello che han fatto Kusturica e Bregovic con i ritmi gli accordi le
melodie balcaniche.
Qui naturalmente si affaccia la
dicotomia tra le ragioni del cuore e le ragioni della ragione che,
guardando all’infinito futuro della “natura” e della “cultura”, come ho
detto altre volte, impone di non tenere posizioni.
Ontologicamente l’uomo “non è”,
l’uomo ek/siste, si espone ai venti del tempo e alle incidenze dello
spazio e da questi è portato senza una necessità che lo leghi a nessuna
radice. C’è una libertà, una apertura che lo espone ad una gratuità di
forze che si presentano via via a caso. Non è il caso di fare dunque
discorsi di “residenza”, dove si “insiste” e si “persiste” in luoghi che
non possono essere abitati per l’eternità come quelli degli dei che soli
“sono”.
Noi mortali “esules filii
Evae” abitiamo case mortali transeunti.
Ho detto queste cose una sera a
Lungro davanti a un consesso di “esperti” di cultura arbëreshe (?) che
si aspettavano che gli facessi il pelo piangendo sulle insolute
contraddizioni da “Partono i bastimenti”, contestando che l’emigrazione
possa far male alla salute e dei singoli e delle etnie (gli ebrei sono
ebrei anche in capo al mondo).
L’emigrazione è la situazione più
tipica di quell’ente transeunte che è l’uomo che si trova e non può non
trovarsi nell’aperto come insegna qualsiasi scienza attenta
all’evoluzione o anche solo all’entropia per la quale ogni sistema è
destinato a collassare.
L’emigrazione, l’abbandonar la casa,
la famiglia, mi hanno insegnato Abramo, Pitagora, i grandi spiriti: non
potevo essere corrivo agli sportellisti e agli assessori alla cultura in
veste di “amici” di Lungro. Non essendo enti metafisici, enti astratti,
non possiamo non essere sottoposti all’emigrazione, sia fisica che
spirituale, da noi stessi (questa ipseità, tout court, foss’anche
ammantata di haecceitas, è sempre un po’ balorda).
Si aprirebbe qui di nuovo il problema
della lingua che è il sistema più aperto che ci sia …
Non solo, è forse proprio la parola
(i segni che usiamo per esprimerci) che ogni volta ci costringe ad
emigrare.
Scrive Raimon Panikar (“Lo spirito
della parola”- Bollati Boringhieri): “La parola crea perché parlando non
ripetiamo; imita, perché parlando non inventiamo, anche se scegliamo la
prospettiva dalla quale imitiamo; traduce, perché trasporta in un luogo
nuovo la situazione presente di chi parla e i materiali di cui dispone”.
Sembra si annidi una contraddizione
tra l’impossibilità di “ripetere” e l’impossibilità di “inventare”. Ma
è certo che a strutture profonde immutabili si accompagnino strutture di
superficie che son sempre nuove.
Ma intanto va il CD di Cacozza. E
s’inserisce una chitarra elettrica che gli fa lo scherzo di vestire di
panni americani i suoi onestissimi versi arbëreshë. Anche qui, di nuovo,
il mezzo è il messaggio e l’”emigrazione” impone il suo “stile”:
“Partono i bastimenti” sono “poetiche” lacrime di chi è rimasto, non di
chi è partito.
E dove va questo “Rrimi bashkë u e
ti”, tra le più belle melodie del CD, che ha cadenze di tropario con le
sue dolcissime mezze voci femminili, dove va con i suoi suoni
sintetizzati?
Qui l’assenza è ancora più marcata in
quanto predica una permanenza impossibile, un opporsi al declinare di
ogni sole.
La chitarra che apre “Të dua vet për
mua” va per un passepartout che richiama troppe assonanze risapute di
certe musiche da film di neo-neorealismo italiano, per non pensare che
chiamare queste musiche arberische è un abuso d’intenzione. Insomma
voglio dire che l’assenza di arbreshità è un dato consolidato a tutti i
livelli, e, forse, è meglio così: liberarsi da ogni ossessione
affidandosi alle aperture del tempo e lasciare che sia (let it be)
l’abilità di Cacozza di mettere in pubblico la sua sensibilità
poetico-musicale, che è considerevole.
Ma forse un’estetica dell’atto
mancato, almeno per noi, per distinguerci ancora, per farci ancora
enclave; un’estetica della marginalità, dell’orecchiato “in partibus”
andrebbe pensata e vissuta per essere ancora additati come “cagnoli”,
come “gjegji” provando a riprendere antichi strumenti che impongano ai
compositori novantiche sintassi, novantiche grammatiche, novantichi
ritmi, accordi, melodie.
Esprimo queste riserve a Pino Cacozza
assumendo la mia maschera, l’atteggiamento del mio sosia che si immagina
sempre di condurre la sua vita in partibus infidelium, e lui si lamenta
del fatto che la responsabilità è spesso degli arrangiatori e del fatto
che le produzioni son fatte in economia per cui ci si deve accontentare
di quel che passa il convento. Poi pensi: il cosiddetto jazz italiano,
mettiamo di un Gaslini, fa un po’ pena e ti rendi conto che se non sei
un nativo la lingua straniera che parli correntemente (metti il “mio
spagnolo”) è sempre un po’da Stanlio e Ollio.
Andrebbe a questo punto l’invito
agli assessori alla cultura di procurare finanziamenti perché gli operai
della cultura possano lavorare in piena libertà, secondo che gli detta
lo spirito …
Rivarolo Can.se 23 – 09 - 07 |