ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndërhyrje kulturore / Interventi culturali
 

LE VICENDE DEL FUORBANDITO SAVERIO BRUNETTI DAFFUSO

di Francesco Marchianò

La Rivoluzione francese del 1789 diede avvio ad una serie di conflitti che, in un quarto di secolo, si propagarono in tutto il continente europeo, interessando piccoli stati e grandi potenze, dalle coste del Portogallo alle porte di Mosca, dal Mare del Nord alla foce del Nilo.[1]

Il mal equipaggiato, ma molto motivato, esercito francese dopo rovesci iniziali ebbe la meglio su grandi potenze (Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna) grazie ad ottimi e giovani generali. Fra questi eccelleva, per doti strategiche ed ambizione, Napoleone Bonaparte (1769-1821) che, bruciando tutte le tappe, fidando nelle baionette dei suoi granatieri ed aiutato dalle tresche di famiglia e dei politici, da Primo Console giunse ad autoproclamarsi Imperatore dei Francesi, nel 1804.[2]

L’Italia settentrionale in questo periodo è suddivisa in piccole repubbliche soggette alla potenza francese mentre lo Stato della Chiesa ed il Regno delle Due Sicilie, dopo le rispettive esperienze repubblicane del 1798 e ’99 erano ritornati ai legittimi sovrani, Pio VII  e Ferdinando IV di Borbone.[3]

Nel gennaio del 1806, rompendo ogni indugio, Napoleone ordina ai propri generali di conquistare i restanti stati non sottoposti all’Impero.

Come già aveva fatto nel 1799, il re Borbone si mise al sicuro in Sicilia sperando, come allora, che briganti ed elementi retrivi e reazionari del clero e della nobiltà, alla guida della plebe, lo avrebbero ben presto rimesso sul trono.[4]

Le truppe francesi dopo essere entrate in Napoli nel febbraio del 1806, il mese successivo valicarono il passo di Campotenese entrando così in Calabria i cui abitanti, qualche anno prima, si erano divisi nelle fazioni dei giacobini (filofrancesi) e sanfedisti (borbonici) scontrandosi senza pietà sia nei grandi centri che in quelli più piccoli.[5]

La piovosa sera del 18 marzo 1806, le avanguardie francesi fecero ingresso nell’abitato di Spezzano di Tarsia, che allora contava oltre un migliaio di anime, salutate con gioia specialmente da coloro che dopo la caduta della Repubblica Partenopea avevano subito esilio e prevaricazioni.[6]

Le vicende circa gli episodi bellici, ed i conseguenti lutti, che coinvolsero la popolazione spezzanese, dal marzo al luglio di quell’anno, sono state minuziosamente descritte in latino dall’arciprete dell’epoca d. Vincenzo Maria Cucci (1778-1842).[7]

Gli odi di famiglia o personali, risalenti agli eventi del 1799, non si erano affatto sopiti, anzi si riaccesero sfociando in episodi di violenza, in cui non mancarono vittime innocenti, provocate questa volta da parte della fazione vincitrice filofrancese che sperava nell’impunità.

Il generale francese Reynier, dopo aver lasciato a Spezzano di Tarsia una modestissima guarnigione, muove alla volta di Cosenza per poi procedere all’occupazione del resto della Calabria.[8]

Nel paese lo sparuto numero di soldati venne affiancato da una guardia civica, formata da cittadini di sentimenti filofrancesi chiamati patrioti, per distinguerli dai soldati legittimisti e briganti filoborbonici, denominati insorgenti [9], che nel territorio occupato conducevano azioni di disturbo nelle retrovie francesi e minacciavano la popolazione locale schierata con gli occupatori.

In questo clima, dove covavano ancora sentimenti di odio e di vendetta, si inserisce la vicenda personale di Saverio Brunetti detto Daffuso, forse originario di Plataci, per distinguerlo dall’omonimo antico casato presente da sempre nel paese.[10]

I principi di luglio del 1806, a Maida, le truppe anglo-borboniche del gen. Stuart sconfissero quelle napoleoniche che si ritirarono, seguendo la costa tirrenica e ionica, venendo sottoposti a continui attacchi da parte della popolazione calabrese che subì, per contro, le feroci rappresaglie francesi.[11]

La notizia della rotta di Maida fece il giro della Calabria rincuorando i cuori dei reazionari filoborbonici che, oltre a massacrare le retroguardie nemiche, non mancarono di attaccare anche i paesi filo-francesi. Fra questi, Spezzano di Tarsia divenne subito obiettivo dei reazionari di S. Lorenzo del Vallo, di Tarsia e di altri centri che si coalizzarono minacciando strage di patrioti e di abbattere il tricolore francese che sventolava sulla chiesa parrocchiale.[12]

Gli spezzanesi, allarmati, la mattina del 6 luglio predisposero una linea di difesa, protetta da abili tiratori come D. Pietro Brunetti, comandante della guardia civica, D. Domenico De Rosis, Giovanni Andrea Candreva ed altri ardimentosi civici che affrontarono il nemico nei pressi della cappella di S. Domenico[13] uccidendone i capi. Nello scontro si distinguono anche Domenico Credidio (Mikeliqi) che abbatte il portabandiera di Tarsia mentre Saverio Brunetti Daffuso ferisce un altro brigante.[14]

Per più giorni le campagne fra Spezzano e S. Lorenzo furono in preda ad una guerriglia che provocò la morte di Andrea Molfa, cognato del Daffuso e forse anche lui membro della guardia civica. In seguito, nella strategica collina di S. Salvatore si stabilirono circa trecento briganti che scorazzavano impunemente fra i territori di Terranova e S. Lorenzo scontrandosi con la guardia civica e i pochi soldati francesi di guarnigione a Spezzano.[15]

Tale situazione perdurò fino alla fine di agosto quando il gen. Massena, con un esercito di circa 10mila uomini sbaragliò, facendo ricorso anche a metodi cruenti, i briganti provocando numerosi morti anche fra la popolazione civile dell’altipiano.[16]

Ritornando a Saverio Brunetti, questi era già noto alle forze dell’ordine borboniche per aver ucciso, nel 1801, il sanfedista Michelangelo Di Leo[17] dandosi forse latitante per poi ricomparire nel 1806 ed arruolarsi nella guardia civica per godere dell’impunità.

Forte di questa posizione acquisita e rafforzata anche dall’atto del trascorso luglio, una sera di settembre del 1806, di rientro da una perlustrazione assieme ad altri civici[18], nella piazza di S. Lorenzo del Vallo il Daffuso incontra Saverio De Luca, che teneva in braccio il figlioletto Giuseppe, e non esita ad imbracciare il fucile e sparare uccidendoli entrambi.

Nell’inchiesta avviata dalle autorità militari il Daffuso afferma di aver eliminato il De Luca ritenendolo l’omicida del proprio cognato Andrea Molfa, ucciso durante gli scontri di luglio. Le autorità non procedono penalmente nei confronti di Saverio Brunetti perché la commissione militare fa certamente prevalere i sentimenti politici essendo questi legato al governo francese mentre il De Luca era ritenuto un brigante legato ai legittimisti borbonici.

Del Brunetti, purtroppo, non siamo riusciti reperire alcun dato anagrafico ma nel periodo di cui trattiamo doveva essere un giovane di circa trent’anni, con un carattere sanguigno e dal coltello e grilletto facili, come era costume diffuso nell’epoca, perché le sue vicende non sono finite!

Nel 1808 egli si lega sentimentalmente ad una giovane del posto, una tale Lucrezia Luci, ma il rapporto è difficile perché il Brunetti è molto geloso di questa donna tanto da arrivare a maltrattamenti e minacce di morte. L’anno successivo, il padre della ragazza, per evitare il disonore e di mettere in pericolo la vita della figlia, se la riporta casa, ma invano, perché, forte della posizione di civico e per il carattere violento, Saverio si riprende in casa propria la Lucrezia che nota che negli anni la gelosia del suo uomo non scema affatto decidendo così di rompere il legame. Ma è ormai troppo tardi!

La metà di febbraio del 1812 Lucrezia si reca dal calzolaio Antonio Busci per ordinare un paio di scarpe e, mentre questi le prende le misure del piede, il Brunetti sopraggiunge come una furia, ed essendogli impedito di percuoterla, minaccia pubblicamente di tagliarle la gola, intento che attuerà freddamente qualche giorno dopo!

 La Gran Corte Criminale di Calabria Citeriore, il 26 giugno 1813, contumace il Brunetti, constatando la sua premeditazione negli omicidi di Saverio e Giuseppe De Luca e dell’infelice Lucrezia Luci lo cita in fuorbando e lo condanna a morte secondo le leggi borboniche e napoleoniche.[19]

Di Saverio Brunetti Daffuso si perdono così le tracce: ormai è un fuorbandito, come tanti all’epoca, e forse si reca lontano dalla Calabria rifacendosi una vita, o forse viene catturato e fucilato altrove, o forse ancora vaga ramingo per le contrade calabresi braccato dalla legge e perseguitato dalle anime delle persone da lui assassinate.

Francesco Marchianò

 

Fonte:

Archivio di Stato di Cosenza - Corte Criminale di Calabria Citeriore – Decisioni 1812-1817 (Inventario) Decisione n°. 1718 del 26 giugno 1813. Si ringraziano gli addetti dell’A.S.Cs di Via  Panebianco e Via Miceli per lo loro disponibilità e competenza. L’autore ha ricostruito la vicenda in base ai pochi fogli di istruttoria contenuti nel poderoso fascicolo delle sentenze. Sul brigantaggio dell’epoca e sul  Brunetti consultare S.Bugliaro, Brigantaggio nelle comunità albanesi di Calabria Citreriore (1806-1815), Grafosud, Rossano (Cs), 2005, II edizione.


[1] R. Villari, Storia Moderna, Editori Laterza, Bari, 1976.

[2] Ibidem.

[3] Il nuovo atlante storico Garzanti – Cronologia della Storia universale, Milano, 1990.

[4] M. Caligiuri, Breve storia della Calabria- Dalle origini ai giorni nostri, Tascabili Economici Newton, Milano, 1996.

[5] Cfr. Archivio di Stato di Cosenza, Momenti del 1799 in Provincia di Cosenza: catalogo della mostra documentaria e bibliografica/Archivio di Stato di Cosenza- Cosenza: Progetto 2000, 1999.

[6] Fra questi si segnala il dott. Angelo Mortati (1770-1817) costretto a rifugiarsi a Marsiglia dove diventa ufficiale dell’esercito francese e membro della Massoneria. Per il suo passato e per l’amicizia con la dirigenza francese giocherà un ruolo importante nelle vicende politiche e sociali spezzanesi durante il periodo napoleonico.

[7] V. M. Cucci, Le cronache(1805-1821), a cura di Giovanni Laviola, Tnt grafica, Spezzano Albanese (Cs), 2000.

[8] Il Reynier nella sua spedizione in Calabria era coadiuvato dai suoi pari grado generali Werdier, Franceschini ed altri.

[9] G. A. Nociti, Platea da servire per la compilazione di una storia di Spezzano Albanese (Joseph Angelus Nocitius scripsit – collegit – consuit), 1860, manoscritto inedito.

[10] Il cognome Brunetto/i si trova registrato nel Vol. I dei battezzati 1598-1620. Saverio Brunetti soprannominato Daffuso/i non risulta inserito negli elenchi dei battezzati della seconda metà del XVIII sec. per cui siamo tentati di ritenere che provenisse da Plataci, piccolo centro italo-albanese dove questo cognome è tuttora diffusissimo.

[11] A. Mozzillo, Cronache della Calabria in guerra 1806-1811, Edizioni Scientifiche, vol. III.

[12] G. A. Nociti, op.  cit.

[13] La Cappella di S. Domenico (Shën Mingu), sorgeva nei pressi del supermercato omonimo, nel territorio di S. Lorenzo del Vallo.

[14] Ibidem.  La linea difensiva spezzanese venne approntata lungo un antico sentiero, tra querce ed arbusti, che fungeva anche da confine fra il feudo di S. Lorenzo e quello di Spezzano. In pratica si estendeva dalla Villa Cassiani fino all’attuale stazione Agip.

[15] Cfr. Archivio Parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo in Spezzano Albanese, Liber Mortuorum 1801-1819. Si tratta di annotazioni postume redatte dall’arciprete d. Vincenzo Maria Cucci in cui vengono elencati i morti ordinari e quelli uccisi negli scontri o fucilati dalle truppe francesi che si recavano ad occupare Cosenza.

[16] Ibidem.

[17] Michelangelo Di Leo, di S. Lorenzo del Vallo, appare come garante sanfedista in un atto notarile del 1799 in cui attesta la fede borbonica di un capopolo locale. Cfr. Archivio di Stato di Cosenza, Momenti del 1799 in Provincia di Cosenza…., pag. 71.

[18] Si trattava di Francesco Blundi, Domenico Credidio ed Andrea Chiurco.

[19] La corte era composta dal Presidente Arcovito, Prota, De Vincentiis, Caparotti, Villani, dal giudice Scrugli e dal cancelliere Scinti.

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