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CARMINE ABATE E IL SUO ULTIMO ROMANZO

Articolo di Caterina Provenzano apparso sulla rubrica culturale Macondo del quotidiano d’informazione Calabria Ora il 4 febbraio 2007 alla pag. I

Sorride con gli occhi, Carmine Abate, in Calabria per presentare l’ultimo suo romanzo, Il mosaico del tempo grande per gli Oscar Mondadori. Un successo strepitoso che consolida lo scrittore quale pilastro della letteratura nazionale e ancora di più. E lui ne è cosciente. Una coscienza che non ha cancellato, però, la sua naturale affabilità e cortesia, un modo di essere che va oltre il tempo e il successo. A Gioia Tauro, in un incontro promosso dall’Amministrazione comunale e dalla mediateca locale, pertanto, si è discusso fra amici.

 Il mosaico del tempo grande non è solo un testo pluri-premiato e spendibile fra i lettori più esigenti. Non è neanche il romanzo sull’emigrazione arbëreshe di fine quattrocento. È qualcosa di più. Contiene storia e frammenti di vita vissuta veramente, un mosaico prezioso quanto fragile. Abate racconta di storie custodite dalla memoria, di storie esposte ai venti della quotidianità che guarda, esamina, cerne, ruba e tramanda, come una palla giocata che rimbalza da piede a piede in questo campo/vita, facendo grande la partita e mantenendola sempre viva.  È il libro della serenità artistica e spirituale dell’autore, di chi sa di possedere un tesoro e vuole condividerlo. È il testo della memoria che, però, non è nostalgia ma esperienza positiva da consegnare alle nuovi generazioni in quanto scoperta, cangiata in una sorta di metamorfosi che diventa conoscenza  se sommata alle dinamiche della vita individuale e sociale.Abate è lo scrittore delle origini eterne che sono tali solo se ci si libera dai luoghi comuni. È lo scrittore che denuncia la costrizione di tutte le partenze forzate, quelle di ieri e quelle di oggi; partenze di corpi e intelligenze, di vite e di memorie. In questo testo, lo scrittore calabrese – che ha vissuto l’esperienza dell’emigrazione –  si ricollega idealmente agli altri suoi romanzi raccontando il suo sentimento di amore passionale nei confronti della Calabria. Non è malinconia, però,  perché la Calabria è tutta dentro di sé, avendo ragionato sempre per “addizione” e mai per “sottrazione”. La consapevolezza di aver appreso altre lingue, altre tradizioni rappresenta la coscienza dell’autore. Tuttavia siamo in presenza di un testo complesso; bello, godibilissimo, ma complesso, da meditare. Intorno all’io narrante –  il giovane laureato Michele che presto andrà via dal suo paese arbëreshe Hora, nel crotonese, identificabile con il paese natio di Abate, Carfizzi –  si dipanano tante storie/tasselli che solo alla fine potranno leggersi  come un mosaico. Perché si vuole uccidere Antonio Damis? Perché Laura si è trasferita ad Hora? Perché il bambini che porta in braccio ha lo sguardo profondamente triste? Le risposte alla fine del libro. Un romanzo storico dalle tinte gialle che scorre via veloce fra sintassi libera da costrutti retorici con termini arbëresh e calabresi magistralmente inseriti nella lingua. Un romanzo in cui la suspance si tramuta in esigenza di conoscenza, ma di quella conoscenza  che rende liberi e che verrà svelata solo alla fine del testo dal maestro Gojàri, il custode del tempo grande, della memoria, nome che tradotto dall’arbëresh significa  Boccadoro, «perché, oltre ad un canino d’oro che gli luccicava a ogni sorriso, aveva mille storie nella bocca, tutte vere e preziose come l’oro».

Ad Abate il merito di averci regalato una grande storia d’amore, bella come la vita che diventa grande perché consolida il tempo nel tempo.

Prof.ssa Caterina Provenzano

giornalista e corrispondente di Calabria Ora

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