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SUBRISIO
SALTATORIS
Un’esercitazione
retorica
di Nando Elmo
E se fossi un
trapezista che volteggia lassù sopra le vostre teste? A far cose che
nessuno di voi sa fare? Mi accusereste di tentare cose difficili, di
essere poco popolare, di fare cose che non sono alla portata di tutti,
fingendo di preoccuparvi del popolo, della massa, dell’informe massa? la
quale esce fuori come nume tutelare di tutte le vostre incapacità (non
vi sto accusando di niente, neanch’io sono capace di suonare il
pianoforte, di risolvere equazioni caotiche ecc …: sono un incapace,
no?, anch’io), ogni volta che si cerca di tirarvi fuori dai timori
tremori pigrizie, dal fumo di vostri camini. Che non tirano …
E se fossi
appeso, tenendomi in bilico con le sole dita, coi soli polpastrelli, a
una roccia come un free climber mi direste che sono un complicato, che
sono arrogante (magari con la roccia) o quel che vi pare?
Io passo la vita
così, tentando di mettere alla prova i muscoli del mio cervello, di
provare, come si dice, a dare al mio cervello scariche di adrenalina.
C’è chi se lo concede facendo il trapezista, chi il free climber, chi
lanciandosi da un ponte appeso per i piedi ad una corda elastica, chi
volando con un parapendio, chi affidandosi alle perigliose acque del
Raganello col rafting (e peggio per chi sta a riva). Possiamo
rimproverare, o sorridere a quella stranezza (senza finalità populiste)
che portò Messner a salire (che esagerato) sull’ Everest senza bombole
d’ossigeno (oggi pare che lo facciano tutti (?))?
Ecco allora: il
mio trapezio il mio free climbing il mio rafting il mio parapendio ecc
…: le parole, il pensiero, la filosofia (?), la “poesia” intesa in
quella accezione dove non c’è forse niente del poetico dei poeti, ma
quel fare quel costruire quell’inventare (poiesis) quel tentare di dire
in maniera diversa (mia) l’identico, quell’identico che eternamente
torna, per sollevarlo dalla noia dell’eterno ritornare identico a se
stesso. Forse che Democrito e Platone (che non lo cita mai, anche lui
censurava quello che non era nelle sue corde) non erano già qui, già da
tempi immemorabili, e noi non stiamo ripetendo in forma diversa le loro
stesse intuizioni? Non ho cercato di “ripetere” Capparelli alla mia
maniera ?– se si trattava di ripetere Capparelli pari pari, tanto valeva
leggerlo direttamente.
Ecco il gioco
(questo ci tocca come giocattoli dell’essere), per sollecitare la
subrisio saltatoris, l’impareggiabile gioia di far capriole lì sopra le
vostre teste senza neanche una rete di protezione.
Chi ci chiama a
noi circensi? Forse lo Spirito che vuole divertirsi …
È questo il
motivo per cui ogni volta che mi si offre l’occasione di un tappetino su
cui saltare non la tralascio e vado per le mie capriole.
Non ho perso
dunque l’occasione di far capriole concettuali, linguistiche, scrivendo
il libro su Capparelli. Di far “poesia” anche lì – come ha sottolineato
chi ha capito.
Ho detto altrove
che non può importarci niente del popolo, degli eventuali lettori. Non
siamo noi qui per “informare”, per divulgare, non siamo per compilare
gazzettini. Noi schiavi della “verità” e dei giuochi a cui essa ci
sottopone, alla sua subrisio, che è la nostra di noi saltatori,
saltimbanchi …
Così come non mi
sono lasciato scappare l’occasione di scendere nella cantina del Forum,
nella piazza, nella caciarona agorà elettronica di Acquaformosa per
attaccare briga, come si fa quando si va a judo o a karate a provocare
l’uno e l’altro per misurarti fingendo di prendere sul serio il tuo
“avversario”.
Qualche buon
amico, ma serioso, che ha dimenticato per un attimo la sua verve ironica
e istrionica, mi ha rimproverato per essermi concesso a quel gioco
perfino volgare, di essere sceso nel fango: come io l’autore di un libro
serio ...
Un saltatore un
buon trapezista un free climber non si preoccupa del pubblico che gli dà
l’occasione di fare quello che fa. Un buon guitto si esibisce in tutte
le piazze. E un buon attore non disdegna di esibirsi ad Altomonte.
Purché sia: la natura si esprime e non gli (sic, per favore) importa se
in una pulce o in Dante Alighieri, subrisio saltatoris …
Così accetto di
buon grado il gioco a cui mi chiamano alcuni anonimi (come si naviga
bene in Arberia nell’anonimato omertoso). Soprattutto uno che si firma
Giuseppe Fantasia Lupo – e sottopongo anche lui al mio giuoco come un
clown che chiami per i suoi lazzi uno del pubblico … E lo vedi
scomporsi scalciare incapace di giocare con uno straccio di argomento
che sostenga i suoi colpi menati in aria, farfuglia sconcezze, pseudo
scurrilità, talmente abusate anche quelle là, che non hanno nessun
vigore dissacrante, gli lanci tu l’osso e lui ci cade … subrisio
saltatoris …
Qualche altro mi
dice: ma non accetti di sentire quello che non vorresti sentire. E come
no? È proprio quello che vorremmo sentire, non l’insolenza che non fa
discorso. Mi spiego?
Ho praticato
anch’io la stroncatura, contro lo scrittore per eccellenza di Lungro che
distribuiva a piene mani strafalcioni lessicali, grammaticali,
sintattici e logici nei suoi scontati libri, e contro lo stile
sussiegoso e simil d’antan dell’avvocato Damis, e contro lo scrittore
arberisco, questo si per eccellenza, Abate (credeva il lungrese tener lo
campo - avesse il lungrese almeno la sua correttezza lessicale,
grammaticale e logica) per l’evidente giuoco pubblicitario e ruffiano
del suo ultimo romanzo – avesse egli letto il “Mundus vult decipi” di
Mandalà, forse avrebbe lasciato le vie dell’epopea e delle
skanderbeccate, con grancassa, e si sarebbe tenuto più fedele alla sua
autentica ispirazione, quella che gli aveva fatto scrivere degnissimi
romanzi …
Ho praticato
anch’io la stroncatura, glorioso genere letterario, invitando a un
giuoco dialettico, come mi richiese uno che declinò poi l’invito quando
si trattò di rilanciare, lo stroncato. Ho stroncato argomentando, non
lanciando proclami o insulti.
E qui miei cari
abbiamo tutti bisogno di imparare. Un tango, per esempio. Non possiamo
stare sempre ai margini della pista temendo d’essere ridicoli. A me
piace ballare. E se vado alla festa di Santa Rosalia a Palermo mi piace
immergermi dove la ressa del popolo è più stipata – una volta temetti di
non uscirne vivo tanto la calca stringeva e premeva da levarti il
respiro, da non farti toccare la terra coi piedi. E grido anch’io: Viva
Palermo e Santa Rosalia, Viva la Santuzza miraculusa. E poi vado a
mangiare il volgarissimo panino con la meusa, o i babaluci, o le
volgarissime stigghiole, lì all’angolo delle strade, ai crocicchi, sutta
i pujtuna: “mi chi si tasciu, figghju miu”, diceva la me socera,
bon’arma …
Ma d’altra parte
per che cosa faremmo casino, se non per l’esprit de finesse della
subrisio saltatoris …?
E v’invito a
tentare un passo di danza, elegante, se; ma anche una scomposta
tarantella, purché sia (non sapete cosa vi perdete e da un punto di
vista puramente fisico – mettiamo la prontezza di riflessi, i benefici
cardiaci, per voi sedentari – e da un punto di vista spirituale – sapere
che cosa c’è dentro le nostre assunzioni verbali, le nostre assunzioni
di buon senso, la seriosità, libera l’anima da tutti i pregiudizi che la
rendono goffa).
Vogliamo giocare
ad argomentare?
Non dirà in
tribunale il pm: costui è un criminale senza portare uno straccio di
prova; né il patrocinatore: il mio cliente è innocente, pretendendo
sulla scorta della sua sola affermazione che il suo patrocinato sia
prosciolto da ogni accusa – questa pretesa la lasciamo all’avv.
Taormina. Argomenti, non affermazioni … anche le apodissi vanno
dimostrate perché niente è mai così chiaro come sembra, come dice il
recentissimo mancato film di Battiato, perché anche lui la dà per troppo
scontata quest’affermazione e le prove che porta non provano niente,
nonostante abbia alle spalle un filosofo come Sgalambro.
Giuochi della
mente. Che non vi colga l’Alzheimer, ancora giovani. Che ce n’è in
Arberia di spiritualmente alzheimeriani, parkinsoniani, in così tenera
età, poveracci a sbavare sentenziacce da comari nel puro stile della
caciara simil politica da campagna elettorale strapaesana …
E qui ne va della
sacralità delle funzioni: ma come tu professore scendi così in basso? Tu
maestro di yoga? Ma le meditazioni di un maestro di yoga servono a
mettere a nudo ogni regalità. Anche la mia è nuda e tale deve rimanere.
Un velo di Maia per quanto splendido copre sempre il niente, il vuoto
“che è importante: senza il vuoto non ci sarebbe vaso, senza vuoto non
ci sarebbe il mozzo di una ruota, dice più o meno il Tao Te Ching
(minchia, come si dice, la citazione – che è un come lasciar fare il
lavoro sporco agli altri). E tale vuoto ti consente di giocare la
subrisio senza attaccamento. Più sei tranquillo più affronti ogni
situazione senza preconcetti, senza paura di sporcarti: come si sporca
il tuo cuore nudo?
Le
argomentazioni? Come giocare uno scopone, che non lo vinci solo dicendo:
ho vinto. Ma con chi lo giuochi lo scopone? certo non con il popolo, ma
con chi sa giocare lo scopone. Così a chi affidi il giuoco del tuo
libro? a chi sa scrivere altri libri. Solo un pittore capisce che cosa
fa Michelangelo nella Cappella Sistina, subrisio saltatoris. Il resto?
insignificanti Biblia pauperum, buoni per mandare in pace gli inetti.
Che c’entra il popolo? E i poveri, che avete sempre lì con voi? Per chi
dipingeva Michelangelo? Per il popolo? O per la irrisolvibile malinconia
del pensiero che nasceva anche dal suo dover sottostare alle leggi della
pietra e dei colori? Per i quali però tutto si spese.
E con chi
s’impegna lo scarparo se non con la scarpa, e il falegname se non con
l’asse che sta piallando, e con ciò che quell’asse gli consente di fare?
Perché io dovrei impegnarmi con il popolo? Mi sono impegnato con il
libro che stavo scrivendo, con le sue regole, con la sua logica, i suoi
problemi ecc … Così il forgiaro s’impegna con i ferri da cavallo non con
quello che s’aspetta il popolo … Ogni opera è esoterica, anche quella
del forgiaro, anche quella dello scarparo, e richiede un adeguato
catecumenato per essere compresa.
Sicché Manzoni
aveva ragione di impegnarsi solo con i suoi venticinque lettori
(“lettori adatti”, li chiama la teoria dell’informazione); che se poi i
lettori (i più coartati dalla scuola, ahimè) sono diventati
migliaia buon per loro, non per don Alessandro, in tutt’altre faccende
affaccendato che non con i lettori. Che quando l’ha fatto con quella
storia della provvidenza, ha suonato (et Homersus dormitat) la grancassa
della pubblicità, servendo un’eteronoma ragione …, non quella del suo
libro ecc …
E ha ragione Eco
a dire che prepara i suoi lettori e li seleziona distribuendo
difficoltà, ostacoli, che chi può vada avanti (egli sa che essere
lettori è un destino) … - se ti sei rotto le corna con il mio libro
sappi che non era scritto per te …
La subrisio
saltatoris trova il suo luogo d’elezione sopra la testa di tutti. E Sara
Simeoni per chi saltava se non per il salto? E per chi sciava Tomba che
era grande solo quando s’addormentava sugli sci? Al diavolo il pubblico
e il sano buon senso; e al diavolo i giudici, buoni solo per coloro che
fanno pettegolezzi, e non provano mai un salto uno: una subrisio
saltatoris … Ah la impareggiabile caduta della Kostner (s’addormenta
anche lei sui pattini – e una caduta che cosa volete che sia?) … di che
parliamo …?
Ho provato a
dirla così questa volta, tentando un altro passo di danza, cercando un
altro impasto. Vi sembra difficile? Pazienza. Devo temere per me (una
liberazione per voi) un po’ ( e neanche un po’) di demenza senile?
Quella che ho denunciato davanti ad una guida (“sono una ricercatrice)
che raccontava sciocchezze davanti a un quadro di Van Gogh (“Van Gogh
non sapeva disegnare”) a Brescia. Quando mi accorsi che non capiva, e
che era rimasta mortificata perché non capiva le ragioni formali (l’arte
non si giustifica con l’adaequatio del mondo là fuori) per le quali
parlavo, gli (c.s.) dissi: “ Mi scusi, sono un po’ malato di mente, non
ho nessun controllo sui discorsi che vado facendo”.
(Forse) non c’è
niente da capire e l’abbiamo detto nella maniera più oscura possibile,
per pochi. Ma se siete abituati a portarvi a casa il motivetto da
fischiare mentre vi fate la barba e lo specchio vi restituisce la vostra
faccia da happy end, in questa musica atonale senza indicazione di
tempo, nun ci sta nenti chi fari.
Se siete abituati
a “mettere un sasso in bocca ai significanti” che vi assicurino sulla
solidità del mondo, questi grafi e questi fonemi non hanno come
consolarvi mettendovi nell’aperto.
Sono un esteta? È
questa est/etica che dovrebbe liberarvi da ogni etica, soprattutto
quella di far il bene del popolo, e dei vostri poveri fanciulli che
mandate a scuola per riempirli di insostenibili catechismi. Dice Onfray:
nella mia università non si danno esami perché non c’è alcun giudizio
universale. Ah i farisei …
Il piccolo
borghese di Léon Bloy (putanaeva, un’altra citazione) di fronte alla
difficoltà di capire (quella difficoltà che gli mette a soqquadro le
abitudini consolidate – il piccolo borghese vive di sicurezze acquisite
una volta per tutte : i luoghi del buon senso comune) esclama incazzato:
“Non ci capisco niente”. Ma non si ferma a questa drammatica
constatazione; aggiunge indignato, quasi che il non capire sia l’offesa
più grande alla sua dignità: “e pure non sono un cretino” (cfr. L. Bloy:
Exégèse des Lieux communs – che cito a memoria). Invece di provvedere
alla sua incapacità di capire, alla sua ignoranza e prendersela solo con
quella, magari dopo aver provato e riprovato, con letture successive a
venir a capo di ciò che non ha capito, il piccolo borghese difende
l’onore della sua proprietà privata, giacché il mondo possibile è solo
quello dei “suoi” schemi mentali, e se la prende, mettendolo sotto i
piedi della sua derisione, con chi lo ha fatto sentire cretino, perché
tale si sente quando dichiara di non esserlo. E basta poco per mandarlo
in bestia. Nel caso nostro: un’enallage, un’ipallage, una sillessi, una
antifrasi, una perifrasi, una metafrasi (oddio, che è?), i giochetti
insomma della subrisio saltatoris, della leggerezza di spirito del
saltimbanco, che non ha dove posare il capo: “Cacchio, anch’io ho due
piedi, com’è che non so saltare, com’è che non so ballare, com’è che non
so stare a testa in giù?” E inizia subito la reductio della subrisio
alla irrisio, al cachinnus, per far desinere in mimum ogni cosa,
soprattutto quelle che non capisce:“Ma cumu kazzu scrive stu Cammilleri,
nella spazzatura lu jettaj” (tra i borghesi di Taormina, che ridono
anche di padre Pio da cui sono andati (non si sa mai faccia davvero i
miracoli) in pellegrinaggio – pullman gran turismo con bar e WC inside -
senti questi definitivi giudizi – senza argomentazioni, v’assicuro). I
borghesi, e siamo tutti borghesi, basta avere un titolo di studio, e una
dignità da difendere, i borghesi ridono di tutto, perché mica sono più
stupidi degli altri.
Mi pare che Léon
Bloy commenti così: “L’universale superiorità dell’uomo il quale non è
più stupido degli altri! Non conosco niente di più schiacciante!”
Ad Acquaformosa
hanno riso della “Coscia di Pitagora” di Marcello Vicchio, immaginando
che Pitagora fosse una sculettante velina della TV berlusconiana. Ora
ridono del mio “Un gallo ad Asclepio”; proprio del gallo-gallo …
Eppure né
Marcello Vicchio, né io, siamo più stupidi degli altri … possiamo
ridere anche noi? In privato, s’intende. Dentro di noi. Per non
offendere nessuno. Perché gli “offensori”, si offendono.
Rivarolo Can.se
12-01.-08
Nando Elmo |