ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndërhyrje kulturore / Interventi culturali
 

SUBRISIO SALTATORIS

Un’esercitazione retorica

di Nando Elmo

 E se fossi un trapezista che volteggia lassù sopra le vostre teste? A far cose che nessuno di voi sa fare? Mi accusereste di tentare cose difficili, di essere poco popolare, di fare cose che non sono alla portata di tutti, fingendo di preoccuparvi del popolo, della massa, dell’informe massa? la quale esce fuori come nume tutelare di tutte le vostre incapacità (non vi sto accusando di niente, neanch’io sono capace di suonare il pianoforte, di risolvere equazioni caotiche ecc …: sono un incapace, no?, anch’io), ogni volta che si cerca di tirarvi fuori dai timori tremori pigrizie, dal fumo di vostri camini. Che non tirano …

E se fossi appeso, tenendomi in bilico con le sole dita, coi soli polpastrelli, a una roccia come un free climber mi direste che sono un complicato, che sono arrogante (magari con la roccia) o quel che vi pare?

Io passo la vita così, tentando di mettere alla prova i muscoli del mio cervello, di provare, come si dice, a dare al mio cervello scariche di adrenalina. C’è chi se lo concede facendo il trapezista, chi il free climber, chi lanciandosi da un ponte appeso per i piedi ad una corda elastica, chi volando con un parapendio, chi affidandosi alle perigliose acque del Raganello col rafting (e peggio per chi sta a riva). Possiamo rimproverare, o sorridere a quella stranezza (senza finalità populiste) che portò Messner a salire (che esagerato) sull’ Everest senza bombole d’ossigeno (oggi pare che lo facciano tutti (?))?

Ecco allora: il mio trapezio il mio free climbing il mio rafting il mio parapendio ecc …: le parole, il pensiero, la filosofia (?), la “poesia” intesa in quella accezione dove non c’è forse niente del poetico dei poeti, ma quel fare quel costruire quell’inventare (poiesis) quel tentare di dire in maniera diversa (mia) l’identico, quell’identico che eternamente torna, per sollevarlo dalla noia dell’eterno ritornare identico a se stesso. Forse che Democrito e Platone (che non lo cita mai, anche lui censurava quello che non era nelle sue corde) non erano già qui, già da tempi immemorabili, e noi non stiamo ripetendo in forma diversa le loro stesse intuizioni? Non ho cercato di “ripetere” Capparelli alla mia maniera ?– se si trattava di ripetere Capparelli pari pari, tanto valeva leggerlo direttamente.

Ecco il gioco (questo ci tocca come giocattoli dell’essere), per sollecitare la subrisio saltatoris, l’impareggiabile gioia di far capriole lì sopra le vostre teste senza neanche una rete di protezione.

Chi ci chiama a noi circensi? Forse lo Spirito che vuole divertirsi …

È questo il motivo per cui ogni volta che mi si offre l’occasione di un tappetino su cui saltare non la tralascio e vado per le mie capriole.

Non ho perso dunque l’occasione di far capriole concettuali, linguistiche, scrivendo il libro su Capparelli. Di far “poesia” anche lì – come ha sottolineato chi ha capito.

Ho detto altrove che non può importarci niente del popolo, degli eventuali lettori. Non siamo noi qui per “informare”, per divulgare, non siamo per compilare gazzettini. Noi schiavi della “verità”  e dei giuochi a cui essa ci sottopone, alla sua subrisio, che è la nostra di noi saltatori, saltimbanchi …

Così come non mi sono lasciato scappare l’occasione di scendere nella cantina del Forum, nella piazza, nella caciarona agorà elettronica di Acquaformosa per attaccare briga, come si fa quando si va a judo o a karate a provocare l’uno e l’altro per misurarti fingendo di prendere sul serio il tuo “avversario”.

Qualche buon amico, ma serioso, che ha dimenticato per un attimo la sua verve ironica e istrionica, mi ha rimproverato per essermi concesso a quel gioco perfino volgare, di essere sceso nel fango: come io l’autore di un libro serio ...

Un saltatore un buon trapezista un free climber non si preoccupa del pubblico che gli dà l’occasione di fare quello che fa. Un buon guitto si esibisce in tutte le piazze. E un buon attore non disdegna di esibirsi ad Altomonte. Purché sia: la natura si esprime e non gli (sic, per favore) importa se in una pulce o in Dante Alighieri, subrisio saltatoris …

Così accetto di buon grado il gioco a cui mi chiamano alcuni anonimi (come si naviga bene in Arberia nell’anonimato omertoso). Soprattutto uno che si firma Giuseppe Fantasia Lupo – e sottopongo anche lui al mio giuoco come un clown che chiami per i suoi lazzi uno del pubblico …  E lo vedi scomporsi scalciare incapace di giocare con uno straccio di argomento che sostenga i suoi colpi menati in aria, farfuglia sconcezze, pseudo scurrilità, talmente abusate anche quelle là, che non hanno nessun vigore dissacrante, gli lanci tu l’osso e lui ci cade … subrisio saltatoris …

Qualche altro mi dice: ma non accetti di sentire quello che non vorresti sentire. E come no? È proprio quello che vorremmo sentire, non l’insolenza che non fa discorso. Mi spiego?

Ho praticato anch’io la stroncatura, contro lo scrittore per eccellenza di Lungro che distribuiva a piene mani strafalcioni lessicali, grammaticali, sintattici e logici nei suoi scontati libri, e contro lo stile sussiegoso e simil d’antan dell’avvocato Damis, e contro lo scrittore arberisco, questo si per eccellenza, Abate (credeva il lungrese tener lo campo - avesse il lungrese almeno la sua correttezza lessicale, grammaticale e logica) per l’evidente giuoco pubblicitario e ruffiano del suo ultimo romanzo – avesse egli letto il “Mundus vult decipi” di Mandalà, forse avrebbe lasciato le vie dell’epopea e delle skanderbeccate, con grancassa, e si sarebbe tenuto più fedele alla sua autentica ispirazione, quella che gli aveva fatto scrivere degnissimi romanzi …

Ho praticato anch’io la stroncatura, glorioso genere letterario, invitando a un giuoco dialettico, come mi richiese uno che declinò poi l’invito quando si trattò di rilanciare, lo stroncato. Ho stroncato argomentando, non lanciando proclami o insulti.

E qui miei cari abbiamo tutti bisogno di imparare. Un tango, per esempio. Non possiamo stare sempre ai margini della pista temendo d’essere ridicoli. A me piace ballare. E se vado alla festa di Santa Rosalia a Palermo mi piace immergermi dove la ressa del popolo è più stipata – una volta temetti di non uscirne vivo tanto la calca stringeva e  premeva da levarti il respiro, da non farti toccare la terra coi piedi. E grido anch’io: Viva Palermo e Santa Rosalia, Viva la Santuzza miraculusa. E poi vado a mangiare il volgarissimo panino con la meusa, o i babaluci, o le volgarissime stigghiole, lì all’angolo delle strade, ai crocicchi, sutta i pujtuna: “mi chi si tasciu, figghju miu”, diceva la me socera, bon’arma …

Ma d’altra parte per che cosa faremmo casino, se non per l’esprit de finesse  della subrisio saltatoris …?

 

E v’invito a tentare un passo di danza, elegante, se; ma anche una scomposta tarantella, purché sia (non sapete cosa vi perdete e da un punto di vista puramente fisico – mettiamo la prontezza di riflessi, i benefici cardiaci, per voi sedentari – e da un punto di vista spirituale – sapere che cosa c’è dentro le nostre assunzioni verbali, le nostre assunzioni di buon senso, la seriosità, libera l’anima da tutti i pregiudizi che la rendono goffa).

Vogliamo giocare ad argomentare?

Non dirà in tribunale il pm: costui è un criminale senza portare uno straccio di prova; né il patrocinatore: il mio cliente è innocente, pretendendo sulla scorta della sua sola affermazione che il suo patrocinato sia prosciolto da ogni accusa – questa pretesa la lasciamo all’avv. Taormina. Argomenti, non affermazioni … anche le apodissi vanno dimostrate perché niente è mai così chiaro come sembra, come dice il recentissimo mancato film di Battiato, perché anche lui la dà per troppo scontata quest’affermazione e le prove che porta non provano niente, nonostante abbia alle spalle un filosofo come Sgalambro.

Giuochi della mente. Che non vi colga l’Alzheimer, ancora giovani. Che ce n’è in Arberia di spiritualmente alzheimeriani, parkinsoniani, in così tenera età, poveracci a sbavare sentenziacce da comari nel puro stile della caciara simil politica da campagna elettorale strapaesana … 

E qui ne va della sacralità delle funzioni: ma come tu professore scendi così in basso? Tu maestro di yoga?  Ma  le meditazioni di un maestro di yoga servono a mettere a nudo ogni regalità. Anche la mia è nuda e tale deve rimanere. Un velo di Maia per quanto splendido copre sempre il niente, il vuoto “che è importante: senza il vuoto non ci sarebbe vaso, senza vuoto non ci sarebbe il mozzo di una ruota, dice più o meno il Tao Te Ching (minchia, come si dice, la citazione – che è un come lasciar fare il lavoro sporco agli altri). E tale vuoto ti consente di giocare la subrisio senza attaccamento. Più sei tranquillo più affronti ogni situazione senza preconcetti, senza paura di sporcarti: come si sporca il tuo cuore nudo?

Le argomentazioni? Come giocare uno scopone, che non lo vinci solo dicendo: ho vinto. Ma con chi lo giuochi lo scopone? certo non con il popolo, ma con chi sa giocare lo scopone. Così a chi affidi il giuoco del tuo libro? a chi sa scrivere altri libri. Solo un pittore capisce che cosa fa Michelangelo nella Cappella Sistina, subrisio saltatoris. Il resto? insignificanti  Biblia pauperum, buoni per mandare in pace gli inetti.  Che c’entra il popolo? E i poveri, che avete sempre lì con voi? Per chi dipingeva Michelangelo? Per il popolo? O per la irrisolvibile malinconia del pensiero che nasceva anche dal suo dover sottostare alle leggi della pietra e dei colori? Per i quali però tutto si spese.

E con chi s’impegna lo scarparo se non con la scarpa, e il falegname se non con l’asse che sta piallando, e con ciò che quell’asse gli consente di fare? Perché io dovrei impegnarmi con il popolo? Mi sono impegnato con il libro che stavo scrivendo, con le sue regole, con la sua logica, i suoi problemi ecc … Così il forgiaro s’impegna con i ferri da cavallo non con quello che s’aspetta il popolo … Ogni opera è esoterica, anche quella del forgiaro, anche quella dello scarparo, e richiede un adeguato catecumenato per essere compresa.

Sicché Manzoni aveva ragione di impegnarsi solo con i suoi venticinque lettori (“lettori adatti”, li chiama la teoria dell’informazione); che se poi i lettori (i più coartati dalla scuola, ahimè) sono diventati migliaia buon per loro, non per don Alessandro, in tutt’altre faccende affaccendato che non con i lettori. Che quando l’ha fatto con quella storia della provvidenza, ha suonato (et Homersus dormitat) la grancassa della pubblicità,  servendo un’eteronoma ragione …, non quella del suo libro ecc …

E ha ragione Eco a dire che prepara i suoi lettori e li seleziona distribuendo difficoltà, ostacoli, che chi può vada avanti (egli sa che essere lettori è un destino) … - se ti sei rotto le corna con il mio libro sappi che non era scritto per te …

La subrisio saltatoris trova il suo luogo d’elezione sopra la testa di tutti. E Sara Simeoni per chi saltava se non per il salto? E per chi sciava Tomba che era grande solo quando s’addormentava sugli sci? Al diavolo il pubblico e il sano buon senso; e al diavolo i giudici, buoni solo per coloro che fanno pettegolezzi, e non provano mai un salto uno: una subrisio saltatoris … Ah la impareggiabile caduta della Kostner (s’addormenta anche lei sui pattini – e una caduta che cosa volete che sia?) … di che parliamo …?

 

Ho provato a dirla così questa volta, tentando un altro passo di danza, cercando un altro impasto. Vi sembra difficile? Pazienza. Devo temere per me (una liberazione per voi) un po’ ( e neanche un po’) di demenza senile? Quella che ho denunciato davanti ad una guida (“sono una ricercatrice) che raccontava sciocchezze davanti a un quadro di Van Gogh (“Van Gogh non sapeva disegnare”) a Brescia. Quando mi accorsi che non capiva, e che era rimasta mortificata perché non capiva le ragioni formali (l’arte non si giustifica con l’adaequatio del mondo là fuori) per le quali parlavo, gli (c.s.) dissi: “ Mi scusi, sono un po’ malato di mente, non ho nessun controllo sui discorsi che vado facendo”.

(Forse) non c’è niente da capire e l’abbiamo detto nella maniera più oscura possibile, per pochi. Ma se siete abituati a portarvi a casa il motivetto da fischiare mentre vi fate la barba e lo specchio vi restituisce la vostra faccia da happy end,  in questa musica atonale senza indicazione di tempo, nun ci sta nenti chi fari.

Se siete abituati a “mettere un sasso in bocca ai significanti” che vi assicurino sulla solidità del mondo, questi grafi e questi fonemi non hanno come consolarvi mettendovi nell’aperto.

Sono un esteta? È questa est/etica  che dovrebbe liberarvi da ogni etica, soprattutto quella di far il bene del popolo, e dei vostri poveri fanciulli che mandate a scuola per riempirli di insostenibili catechismi. Dice Onfray: nella mia università non si danno esami perché non c’è alcun giudizio universale. Ah i farisei …

Il piccolo borghese di Léon Bloy (putanaeva, un’altra citazione) di fronte alla difficoltà di capire (quella difficoltà che gli mette a soqquadro le abitudini consolidate – il piccolo borghese vive di sicurezze acquisite una volta per tutte : i luoghi del buon senso comune) esclama incazzato: “Non ci capisco niente”. Ma non si ferma a questa drammatica constatazione; aggiunge indignato, quasi che il non capire sia l’offesa più grande alla sua dignità: “e pure non sono un cretino” (cfr. L. Bloy: Exégèse des Lieux communs – che cito a memoria). Invece di provvedere alla sua incapacità di capire, alla sua ignoranza e prendersela solo con quella, magari dopo aver provato e riprovato, con letture successive a venir a capo di ciò che non ha capito, il piccolo borghese difende l’onore della sua proprietà privata, giacché il mondo possibile è solo quello dei “suoi” schemi mentali, e se la prende, mettendolo sotto i piedi della sua derisione, con chi lo ha fatto sentire cretino, perché tale si sente quando dichiara di non esserlo. E basta poco per mandarlo in bestia. Nel caso nostro: un’enallage, un’ipallage, una sillessi, una antifrasi, una perifrasi, una metafrasi (oddio, che è?), i giochetti insomma della subrisio saltatoris, della leggerezza di spirito del saltimbanco, che non ha dove posare il capo: “Cacchio, anch’io ho due piedi, com’è che non so saltare, com’è che non so ballare, com’è che non so stare a testa in giù?” E inizia subito la reductio della subrisio alla irrisio, al cachinnus, per far desinere in mimum ogni cosa, soprattutto quelle che non capisce:“Ma cumu kazzu scrive stu Cammilleri, nella spazzatura lu jettaj” (tra i borghesi di Taormina, che ridono anche di padre Pio da cui sono andati (non si sa mai faccia davvero i miracoli) in pellegrinaggio – pullman gran turismo con bar e WC inside - senti questi definitivi giudizi – senza argomentazioni, v’assicuro). I borghesi, e siamo tutti borghesi, basta avere un titolo di studio, e una dignità da difendere, i borghesi ridono di tutto, perché mica sono più stupidi degli altri. 

Mi pare che Léon Bloy commenti  così: “L’universale superiorità dell’uomo il quale non è più stupido degli altri! Non conosco niente di più schiacciante!”

Ad Acquaformosa hanno riso della “Coscia di Pitagora” di Marcello Vicchio, immaginando che Pitagora fosse una sculettante velina della TV berlusconiana. Ora ridono del mio “Un gallo ad  Asclepio”; proprio del gallo-gallo …

Eppure né  Marcello Vicchio, né io, siamo più stupidi degli altri … possiamo ridere anche noi? In privato, s’intende. Dentro di noi. Per non offendere nessuno. Perché gli “offensori”, si offendono.

Rivarolo Can.se 12-01.-08

Nando Elmo

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