ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėvet tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndėrhyrje kulturore / Interventi culturali
 

PRESENZE SPEZZANESI A SAN SOSTI

di Francesco Marchianņ

 

Quando si parla delle emigrazioni degli Albanesi nel XV sec. nel Meridione d’Italia generalmente si pensa a nuclei di profughi sfiniti da un lungo viaggio che arrivano in un’altra terra dove iniziare una nuova vita.

Recenti studi hanno sfatato, per fortuna, tutta una mitologia che faceva passare i profughi albanesi come degli sventurati sfuggiti miracolosamente ai Turchi e sbarcati nel porto di Sibari (?), o come milizie di un (forse) inesistente Demetrio Reres  oppure come degli sfollati da Corone e Modone (in Morea) aiutati dalle navi di Andrea Doria e resi nobili da Carlo V! 1

Nel basso medio evo in tutta l’Italia centro-settentrionale si registrano presenze di Albanesi, in coincidenza con le guerre che Skanderbeg conduceva in Albania, che si sistemano in cittą e centri popolosi e che in seguito hanno dato all’Italia illustri nomi come il pittore Vittore Carpaccio, i cardinali Albani (che avevano come cognome Lazi), gli architetti Albanese, ….

Altri Albanesi, invece, dediti all’uso delle armi hanno servito come mercenari stradioti nelle armate imperiali, papaline e venete in guerra fra loro per tutti i sec. XVI e XVII.

Ma sarą il Reame di Napoli, vicino all’Albania, ad assorbire le periodiche ondate di profughi albanesi che poi si disperderanno nelle varie regioni meridionali per essere accolti in casali, paesi e grossi centri.

Non esistono date certe sul loro arrivo nelle contrade della Calabria, ma le colonie albanesi presenti nella provincia di Cosenza usano come inizio di fondazione del proprio paese la stipula delle capitolazioni (patti) firmati con il feudatario locale che poteva essere un laico o un vescovo, se la comunitą si era stabilita nei pressi di un’abbazia.

Dal contenuto delle capitolazioni si evince chiaramente che gli Albanesi non erano affatto nobili bensģ contadini ed allevatori di bestiame di varia taglia ed abitanti i casali, villaggi di contadini, dove espletavano lavori stagionali al soldo del feudatario locale.

Ma questi Albanesi non si stanziarono solo in luoghi dove c’era bisogno di mano d’opera e nulla ci impedisce di pensare che alcuni gruppi si stabilirono in borghi o grossi centri calabresi come Castrovillari, Corigliano, Rossano, Bisignano, San Marco Argentano, o nei paesini circostanti, etc…. per poi essere totalmente assimilati dall’elemento locale.

Leggendo un interessante opuscolo di Carmelo Perrone su San Sosti, a pag. 23, parlando degli Albanesi, l’autore dice : «Le pił vicine colonie furono quelle di Acquaformosa, Lungro, Firmo ed anche San Sosti ospitņ alcuni nuclei di Albanesi, che perņ si estinsero in poco tempo. Rimane in San Sosti una zona del paese che viene chiamata “degli Albanesi”, con una piccola piazza nella parte vecchia della cittadina.» 2

Il prezioso dato storico del Perrone corrobora quanto affermato prima ed induce ad approfondire la ricerca che ci porta ad aggiungere un ulteriore contributo alla storia di San Sosti che ci viene offerto da un raro testo dell’avv. Nicola Falcone dedicato alla topografia calabrese dove si citano luoghi e relative ed eventuali pubblicazioni in merito.3 

In una monografia storica dedicata a S. M. del Pettoruto, l’autore  Domenico M. Cerbelli, dopo aver fornito alcuni cenni di archeologia e storia antica, circa l’origine di San Sosti afferma che: “Nel 1600, cinque famiglie di Spezzano albanese sollecitate da’ Certosini di Acquaformosa (nel cui tenimento fu quel santuario fondato) si conferirono in quel luogo per coltivare il feudo della badia di costoro, e furono cosģ le prime ad accasarvi un gruppo di abitatori : … 4

L’autore prosegue affermando che l’abitato venne poi ripopolato da alcune famiglie di Bonifati sfuggite alle angherie di un signorotto locale (1647) e che nel 1826 vi trovarono rifugio alcuni abitanti di Buonvicino sfuggiti ad una terribile carestia.

La mancanza di documenti non ci consente né di asserire né di smentire quanto sostenuto da questo erudito del XIX sec., che era arciprete di Mottafollone ed autore di colte monografie storico-religiose. 5 

Certamente motivi economici spinsero questi abitanti del “Casale di Spizzano” a spostarsi verso le sponde del fiume Rosa ed incrementare la popolazione di San Sosti e, a nostro avviso, non fondare ex novo il borgo. Probabilmente gli Spezzanesi si insediarono in un quartiere che poi prese appunto il nome di “albanese”.

Con certezza possiamo solo affermare che nel 1676 Maria Basta sposa il medico D. Pietro Costantini da San Sosti e che nel primo decennio del XVIII sec. lo jatrophysico D. Gennaro Gentile, di San Fili, residente da anni a Spezzano, si sposņ e si trasferģ in San Sosti seguito dopo qualche anno da suo fratello sacerdote.

La questione rimane aperta ed ogni eventuale contributo sarą benvenuto e servirą a chiarire le dinamiche che spinsero molti Albanesi a spostarsi da una comunitą all’altra, anche calabrese, incrementando l’integrazione e favorendo gli scambi culturali. 

Non si dimentichi che una delle mete di pellegrinaggio spirituale degli Spezzanesi č da secoli la Madonna del Pettoruto (Shėn Mėria e Petrutit) che essi venerano nel bellissimo santuario rinnovando, forse, anche antichi legami con la gente del luogo.

 

N O T E

 

1     Matteo Mandalą, Mundus vult decipi, I miti della storiografia arbėreshe, Mirror, Palermo, 2007.

 

2     Carmelo Perrone, Il Santuario Basilica di Maria SS.ma del Pettoruto, Edizioni TS, Settingiano (CZ), 1994, pag. 23.

 

 3     Nicola Falcone, Biblioteca storica topografica delle Calabrie, Napoli, 1846

 

 4     Domenico M. Cerbelli, Storia della immagine della Santa Vergine del Pettoruto,Tip. Cannavaccino, Na. 1847.

 

 5    D. Cerbelli, Opuscoletti varii ovvero Monografia di Mottafollone – Storia della Sacra Cinta e raccolta di massime morali per  l’arciprete Domenico Cerbelli, Napoli, 1857.

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