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IL
PALADINO D’EUROPA. SCANDERBEG E LA CULTURA UMANISTICA-RINASCIMENTALE
(1444-1468)
Di
NICOLA BIETOLINI
Il processo lungo e
laborioso che segna il passaggio graduale dal’età medioevale al
rinascimento si svolge attraverso la fondamentale fase del trapasso
storico dalla cultura prettamente teologica e metafisica alla nuova
corrente umanistica, laica e protesa a rivalutare gli aspetti terreni
dell’uomo.
Il periodo storico
quattrocentesco segna il trapasso istituzionale dall’ordinamento feudale
alla aggregazione urbana fondata sull’unità comunale vera e propria,
ulteriormente rinvigorita successivamente alla pace di Lodi del 1454,
che pone fine alle contese tra i principati, instaura una situazione di
equilibrata distribuzione territoriale e di convivenza diplomatica tra
le varie potenze italiane e sancisce l’affermarsi di una prosperità
economica e di un benessere sociale diffuso, seppur circoscritto ai ceti
superiori. La relativa intesa di massima sulla base del comune interesse
e della interdipendenza strategica fra le numerose realtà statali in cui
si fraziona il territorio italiano rafforza la omogeneità della cultura
politica e sociale comunale, basata sulla trasformazione interna del
governo locale dalla forma municipale al principato, che determina il
monopolio del potere pubblico e del dominio territoriale alla famiglia
detentrice per meriti economici e blasone nobiliare della egemonia
cittadina, concentrato nelle mani di un singolo individuo di nobili
natali: il Signore.
Questa epoca rifulge
di uno spirito vivificatore ed innovatore che non solo fa progredire
notevolmente le discipline liberali esistenti, quali la filosofia
teoretica e la metafisica, ma elabora campi di ricerca e metodi di
indagine inediti e destinati ad avere ampio risalto nei secoli a venire,
come appunto la filologia moderna, la storiografia, e promuove uno
straordinario sviluppo in ascesa vertiginosa delle arti meccaniche, cioè
delle materie relative allo studio scientifico della natura e dei
fenomeni fisici. Tale rilevante stagione di rifioritura della civiltà
umana è tuttavia tenuta sotto scacco dalla minaccia costante della
invasione ottomana, che incombe come una spada di Damocle sulla
prosperità e soprattutto sulla indipendenza della intera Europa,
insidiandone lo sviluppo culturale e mettendo a repentaglio l’autonomia
delle istituzioni politiche e sociali, gettando un sinistro cono d’ombra
sul progresso degli studi e sulla libertà di espressione artistica ed
attentando pericolosamente al primato della laicità del sapere
filosofico, che faticosamente viene dibattuto e conquistato attraverso i
cenacoli platonici ed aristotelici fioriti nelle università italiane
all’insegna del contrasto simbolico, immortalato nelle espressioni
figurative e nelle disquisizioni speculative dei maestri dell’umanesimo,
da Giotto a Ficino, tra le tenebre dell’oscurantismo teocratico e
dogmatico di matrice medievale alla luce rischiarante della conoscenza
che si concentra sulla promozione della ecdotica medievale, legata al
culto letterale della grammatica, alla filologia, metodo avvincente di
confronto critico e di esplorazione investigativa delle radici culturali
antiche ricreato ex novo su basi epistemologiche dotate di
spessore storiografico e di acribia nello studio delle fonti dai maestri
dell’umanesimo moderno: Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Lorenzo
Valla ed altri minori.
Esaminiamo il lasso
epocale compreso tra il 1444, anno in cui Scanderbeg, l’eroe nazionale
albanese, prende il comando della armata allestita dalla coalizione
europea contro i Turchi e gli Arabi, e viene investito del ruolo
effettivo ed emblematico di plenipotenziario difensore della civiltà
continentale dalle mire egemoniche e dagli intenti di colonizzazione non
solo territoriale, ma anche e soprattutto religiosa e culturale che
permeano l’offensiva ottomana, e il 1468, termine mortale del suo
mandato. Si svolgono in questa porzione ridotta della storia
quattrocentesca numerosi eventi cruciali, che attraversano tutti i campi
della espressione umanistica, dalla edizione critica e commentata dei
classici, alla nascita di opere filosofiche significative per i
successivi sviluppi rinascimentali, ad imponenti creazioni artistiche in
ambito figurativo, fino a rilevanti scoperte scientifiche. Tutta questa
rigogliosa proliferazione di progressi civili, umani, creativi,
intellettuali sarebbe stata stroncata e vanificata sul nascere nel
malaugurato caso che l’Europa avesse dovuto soccombere all’invasione di
un Impero condizionato da tendenze teocratiche ed arroccato su posizioni
antisecolari ed astoriche.
Prendiamo, per
cominciare, la filologia, disciplina trasversale alle varie
ramificazioni della cultura scritta che collega il preumanesimo di
Bracciolini, Petrarca e Coluccio Salutati all’umanesimo vero e proprio.
La straordinaria stagione quattrocentesca di scritti eruditi e di
edizioni critiche che mirano a ripristinare in base a criteri ecdotici
la lezione originaria dei testi classici, recuperando fonti smarrite nel
naufragio medievale o corrotte dai copisti, si arricchisce nel 1444 del
trattato Elegantiarum linguae latinae libri sex (1435-1444) di
Lorenzo Valla, celebre studioso e cultore della latinità, già autore del
cruciale opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione
(edito nel 1440), in cui si prefigge lo scopo di confutare la
leggendaria donazione patrimoniale alla Chiesa, origine giuridica del
potere temporale del Papato; nel saggio dedicato alla lingua latina si
tratta della ricostruzione del sermo antico delle origini e del
periodo classico, allo scopo di emendare le forme idiomatiche letterarie
dalle impurità e dalle degenerazioni introdotte dagli amanuensi
medievali. Non vi è dubbio che siamo in presenza di un impresa meritoria
che si pone in linea di continuità con la illustre tradizione di analisi
storico-grammaticale praticata nelle scuole di retorica umanistiche e
testimonia l’importanza dello studio storicamente definito e
contestualizzato culturalmente dei classici. Questa tendenza
metodologica, confermata dai successivi studi di Valla, Emendationes
sex librorum Titi Livii de secundo bello punico (1445-1446), viene
estesa ad altri campi dello scibile, ad esempio nello scritto
Adnotationes in Novum Testamentum (1449), che inaugura la
serie delle esegesi filologiche della Sacra Scrittura, dimostrando come
anche i testi religiosi possano essere sottoposti ad una revisione
interpretativa in chiave ermeneutica e gnoseologica rigorosamente
razionalistica e laica, svincolata da ipoteche pregiudiziali dogmatiche
e teologiche. Strettamente connessa alla fervente attività filologica, è
la dottrina metafisica di Marsilio Ficino, riorientata in termini di
speculazione filosofica su temi classici e legata al platonismo
cristiano, ma non priva di influssi dell’ermetismo e del misticismo
orientale, interpretati in chiave mistica e trascendente. Il caposcuola
della corrente trascendentale platonica in seno all’alveo rinascimentale
si distingue per la indefessa opera di traduzione e di diffusione di
portata europea dei testi platonici (1462-1468), propedeutica alla
comprensione del suo pensiero, che concilia la dottrina plotiniana della
emanazione dei Molti dall’Uno con il culto dell’eros platonico
reinterpretato nella duplice accezione mondana e spirituale, ma con una
predilezione per la valenza conoscitiva ultraempirica e persino
extranazionale insita nell’atto di amore gratuito e disinteressato
dell’uomo verso Dio. Definisce così la sua nozione di pia philosophia,
incentrata sulla rivelazione progressiva del Verbo o Logos
divino, che si manifesta in due forme complementari e compatibili: la
filosofia pagana, nella quale scorge affinità trascendentali con il
misticismo cristiano, e la tradizione biblica. Tale armonizzazione tra
raziocinio umano e Scrittura divina supera le differenze tra versanti
teorici e gli attriti tra fede e ragione. La pubblicazione a stampa
della Bibbia, grazie alla invenzione di Guttemberg, nel 1455, è
significativa sia per la filologia, in quanto costituisce il primo
tentativo di edizione critica rudimentale di un testo, che ovviamente
per la storia della teologia e della filosofia, in quanto permette il
diffondersi presso i ceti alfabetizzati di un corpus scritturale di
riferimento per ulteriori edizioni e commenti ecdotici ed allarga
notevolmente gli orizzonti per una libera rilettura ermeneutica da parte
dei singoli esegeti, dalla quale scaturisce la riforma luterana.
Sul fronte della
speculazione teologico-filosofica spicca la figura e la posizione
storica assunta da Niccolò Cusano in seno al dibattito in corso tra le
varie correnti quattrocentesche, aristotelismo, platonismo, misticismo.
Dopo avere illustrato la sua tesi circa la natura ed i limiti della
conoscenza umana, sostenendo la che di Dio si può parlare solo in
termini di infinito ineffabile ed inattingibile dall’intelletto umano
finito nel trattato De docta ignorantia (1440), proprio nella
fase in cui si acuiscono i conflitti interreligiosi e la minaccia
dell’impero Ottomano si profila all’orizzonte sempre più
insistentemente, il teologo e filosofo reimposta in termini
assolutamente innovativi il problema del rapporto tra le varie religioni
monoteiste e rifiuta ogni posizione assolutistica, proponendo la unita
sostanziale della fede indipendentemente dalle forme rituali e
dottrinarie che essa assume presso diversi latitudini culturali. Con
singolare e profetica coincidenza cronologica, nello stesso anno in cui
l’Europa assiste impotente alla conquista ed alla assimilazione del
dissolto impero bizantino da parte dei Turchi, culminata nella presa di
Costantinopoli (1453), Cusano scrive il De pace fidei, in cui
postula una convivenza pacifica tra le varie fedi religiose ed immagina
che esponenti significativi dell’islamismo, dell’ebraismo e del
cattolicesimo si riuniscano per dialogare su temi etici, all’insegna del
reciproco rispetto. Se l’egemonia del credo musulmano e della settaria
ed univoca monopolizzazione della sfera religiosa europea ad opera della
assolutizzante conversione islamica si fosse estesa anche al nostro
continente, avremmo assistito al vanificarsi del movimento umanistico,
all’eclissarsi del suo cosmopolitismo ecumenico e del suo spirito
critico ed innovatore, al trionfo del dogmatismo più retrivo ed
antisecolare.
La chiave di volta
per comprendere appieno l’essenza della rinascita del Quattrocento va
tuttavia individuata in una branca dell’attività che catalizza in modo
immediatamente percepibile e perspicuo tutti gli spunti molteplici
dell’umanesimo: la pittura. L’arte figurativa è infatti in grado di
interpretare in forme simboliche ed emblematiche immediatamente
discernibili lo spirito di un’epoca e di rintracciarne tutte le
sfaccettature specifiche, attinenti ai molteplici settori dello scibile,
e di compendiarne gli aspetti fondamentali, gli archetipi semantici
distintivi in una diatesi iconografica che li rappresenta e li
rispecchia fedelmente ed efficacemente. Noi moderni rimaniamo ammirati e
sconcertati dalla profusione di straordinarie opere figurative che
segnano il trapasso dal declinante ed esaurito stile neogotico
all’effervescente e pulsante culto umanistico della rivisitazione
attualizzante dei modelli classici. Passando in rassegna il catalogo di
capolavori prodotti nell’ambito dello scorcio temporale contrassegnato
dalla rassicurante ed encomiabile investitura di Scanderbeg a
condottiero principe ed a guida ufficiale della resistenza europea
antiturca, ci imbattiamo in numerosi titoli attinti dal repertorio
italiano, francese, fiammingo, tedesco. La caratteristica comune, anzi,
vorremmo dire, il presupposto filosofico-culturale imprescindibile per
la loro ideazione e realizzazione consiste proprio nella matrice
tematica religiosa e segnatamente legata al culto cristiano e mariano,
ma anche espressione della dottrina protestante. Basti citare gli
affreschi del Convento di S. Marco del Beato Angelico (1440-1447), che
esemplificano il suo spirituale ed etereo, dalle immagini soffuse e
delicate, il compunto lirismo, la delineazione aerea delle forme
aggraziate e nitide, il ritmo ampio e spazioso della composizione; il
ciclo di affreschi di San Francesco ad opera di Piero della Francesca
(1452-1466), espressione di una rigorosa ed ispirata padronanza della
tecnica compositiva per piani geometrici sovrapposti, che denota
l’assimilazione magistrale della prospettiva, straordinaria ed epocale
conquista teorica quattrocentesca; la Vergine della Misericordia
(1452) e l’Incoronazione della Vergine (1453) del maestro
francese Enguerrand Charonton; per l’area protestante, il Retablo
del Giudizio Universale (1443-1446) e il Retablo dei Sette
Sacramenti (1452-1455) del fiammingo Gorier van der Weyden e il
Retablo di San Pietro (1444) del tedesco Konrad Witz.
Spetta alla alleanza
antiturca, ed in notevole misura al suo valoroso e leale comandante
Scanderbeg, avere protetto efficacemente il fervere di attività
sperimentatrici che anima l’intera compagine culturale europea
immunizzando il nascente umanesimo dall’esiziale pericolo di
un’invasione colonizzatrice, che avrebbe sortito come diretta
conseguenza lo stroncamento definitivo del processo costruttivo della
cultura rinascimentale ed avrebbe originato la scomparsa delle cruciali
conquiste ottenute nel campo della filosofia morale ed etica, della
scienza, dell’arte, della filologia e della linguistica, accorpabili
secondo il duplice comun denominatore dello spessore critico
storiografico e speculativo, che si staglia all’orizzonte ermeneutico
del suo tempo come fondamentale archetipo valutativo per tutti fenomeni
scientifici e poetici, trasversale alle varie tematiche intellettuali ed
alle distinte correnti teoretiche, e della libertà civile ed
estetica, gettando così solide basi filosofiche per la costruzione
dell’antidogmatismo sperimentale e dell’antidispotismo pluralistico
moderno.
http://www.antiarte.it/adramelekteatro/eroi_della_nuova_europa.htm
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