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VINCENZO LIBRANDI E
LA STORIOGRAFIA CALABRO-ARBERISCA
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L’Amministrazione Comunale di
Vaccarizzo Albanese sta pubblicando la formidabile ricerca storica,
eseguita da Vincenzo Librandi sulla omonima comunità locale albanofona.
In questi giorni, è uscito il secondo volume (Vakarici, anni
1629-1699, vol. II). Il primo riguarda il periodo storico precedente
(976-1628). In ambedue i volumi – ed in quelli che seguiranno – sono
raccolti tutti i documenti, che è stato possibile rintracciare in
archivi pubblici e privati, opportunamente corredati da note puntuali
dell’A. e da richiami bibliografici. Essi accompagnano la microstoria
del paese dai primi insediamenti albanesi alla progressiva evoluzione,
unitamente agli usi, tradizioni popolari, religiosità greco-bizantina,
formazione della proprietà fondiaria, mestieri e modi di produzione,
categorie e classi sociali.
Si tratta di una raccolta di fonti
storiche e bibliografiche assai utili e pregevoli perché – almeno finora
– inesplorate, le quali servono a chiarire un aspetto della storia
regionale ed a fare opportuna luce sulla genesi e lo sviluppo della
comunità arberisca nel suo complesso, che, senza dismettere la propria
caratteristica di minoranza linguistica, svolse un ruolo da protagonista
tra la fine del ‘700 e l’800, sotto il profilo culturale e politico.
Basti pensare al “radicamento” del movimento riformatore giacobino nei
paesi albanofoni; alla “vivacità” culturale del Collegio italo-greco di
S. Adriano, culla del movimento “sovversivo” e romantico a ridosso dei
moti risorgimentali, che hanno trovato nelle opere di Gaetano Cingari un
magistrale interprete; al giurista e magistrato Pasquale Scura che, come
guardasigilli del governo prodittatoriale garibaldino, fu autore della
formula del plebiscito napoletano, che non sanciva l’annessione, ma
l’unione al regno italiano nel rispetto delle garanzie costituzionali (“il
popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re
costituzionale”).
Il molteplice e variegato materiale,
raccolto da Vincenzo Librandi in anni di ricerche - non retribuite,
peraltro, da alcuno e fatte solo al fine della scoperta delle proprie
radici - vale a dare la chiave di lettura e della faticosa formazione di
una coscienza identitaria e della genesi, in seno alla comunità
alloglotta, di gruppi dirigenti – laici ed ecclesiastici – di solida
ispirazione giacobina che, nel corso del Risorgimento, costituiranno una
avanguardia democratica e libertaria, destinata a lasciare un segno
nella storia democratica del Mezzogiorno, oggi forse misconosciuta o
messa tra parentesi, ma che pur ebbe la sua rilevanza all’epoca. Non è
inopportuno sottolineare, a proposito, che Carlo Pisacane, accingendosi
a partire per la nota Spedizione, ricordò nel testamento l’attentato del
calabro-albanese Agesilao Milano, la cui baionetta era stata una
propaganda più efficace di mille volumi.
Questa documentazione sfata pregiudizi,
miti e falsi storici veri e propri, appositamente creati e consolidatisi
in prosieguo di tempo o, comunque, variamente tramandati, a volte
interessatamente, intorno alla storia degli insediamenti albanesi in
Calabria e sui flussi migratori, che una inveterata tradizione, del
tutto “inventata”, vorrebbe attribuire all’iniziativa delle classi
dirigenti albanesi dell’epoca, principi e signori, che, prima, avrebbero
combattuto in difesa del Cattolicesimo contro i mussulmani e, dopo,
sconfitti, sarebbero emigrati dall’Albania col proprio popolo. Ma il
richiamo struggente alla “bella Morea”- ancora presente nei canti
popolari – patria perduta per sempre e “non più veduta”, depone nel
senso che i profughi provenivano dalla Grecia, come dalla stessa
provenivano i sacerdoti ortodossi, come dimostrano residue fonti
storiche, che il Librandi non menziona, ma che pure esistono, disperse
in archivi privati. La denominazione in Katund o Katune,
assunta dagli insediamenti in Calabria ed ancora persistente, è quella
stessa che avevano in Grecia.
I documenti, pubblicati dal Librandi,
escludono che i flussi migratori fossero stati guidati dalle “nobili
famiglie” albanesi. I contratti o capitolazioni, intercorsi tra i
profughi ed i feudatari calabresi in tempi diversi, stanno a
significare, prima di tutto, che si trattava di un provvidenziale
serbatoio di manodopera, costituito da una popolazione contadina,
impiegata nelle coltivazioni di terreni abbandonati o desertificati per
la carenza di manodopera, e mandata ad abitare e ripopolare preesistenti
villaggi, sperduti tra i boschi e spopolati dalle malattie e dai
terremoti, che in buona sostanza erano veri e propri ghetti, utili anche
al controllo dei nuovi arrivati. Se, quindi, da una parte, i feudatari
calabresi si servirono della manodopera, fornita da costoro, a basso
costo, dall’altra, li ritennero in qualche modo pericolosi per la
sicurezza pubblica tanto da indurli a stabilirsi in casali o villaggi
preesistenti per controllarli. Né più e né meno di come avviene oggi con
i rom e gli extracomunitari. Fecero eccezione l’Abate Paolo ed i monaci
italo-greci di S. Adriano, che cristianamente accolsero gli “infelici”
esuli come “figli” (pariter filios).
Le ondate immigratorie avvennero a
gruppi, alla rinfusa ed in periodi diversi tra la seconda metà del
secolo XV e la prima del successivo, con sbarchi per lo più alla foce
del Crati, da dove i profughi, attraversando la pianura, allora boscosa
ed acquitrinosa, di Sibari, si inoltravano nelle terre del principe
Sanseverino, del cenobio di S. Adriano, della Badìa rossanese del
Patìr o di quella di Santa Maria de Ligono,detta anche de
Ligno Crucis.
Nelle richiamate capitolazioni
non si rinviene notizia alcuna circa l’esistenza di gruppi di
aristocratici, ma solo di contadini che contrattavano col feudatario le
modalità dell’insediamento e della coltivazione delle terre e tutti gli
obblighi conseguenti che si accollavano, analiticamente specificati.
Certamente erano immigrati anche componenti delle casate nobiliari o
gruppi di queste. Non si erano, però, confusi con il grosso dei
profughi, condividendone la dura condizione di angari e di perangari.
Essi avevano trovato accoglienza nelle città, particolarmente a Napoli,
dove si sono rapidamente assimilati alla nobiltà locale, abiurando al
rito greco ortodosso e facendo, alcuni, rapide e brillanti carriere
politiche e militari, disinteressandosi del tutto della sorte di quel
lumpenproletariat che, disperso nelle campagne calabresi, stentava
la vita in villaggi e casali inaccessibili e verso i quali mai
estrinsecò una condotta di solidarietà attiva. Anzi, il compianto Paolo
Petta (1942-1999), già direttore del servizio di redazione e revisione
dei testi legislativi del Senato della Repubblica, nel suo
documentatissimo saggio Despoti d’Epiro e principi di Macedonia
(ed. Argo,Lecce, 2000, pp. 83-85), ha dimostrato che Alfonso Castriota,
membro influentissimo del Consiglio di Stato a Napoli, non spese una
parola in favore dei connazionali quando il Parlamento generale
presentò a Carlo V, ottenendone l’approvazione, le istanze di alcune
popolazioni del regno acchè gli immigrati greci e albanesi fossero
costretti a dimorare dentro città murate per essere opportunamente
controllati perché ritenuti responsabili di omicidi, rapine ed altri
delitti. Gli avvenimenti successivi resero evidente ciò che avrebbe
dovuto essere chiaro fin da allora e, cioè, che la “paura del
forestiero”, ingiustamente criminalizzato, era del tutto infondata:
alcune migliaia di persone non potevano oggettivamente essere una fonte
di preoccupazione.
Come si vede l’ottusa intolleranza e la
crudeltà razzista hanno antiche radici nel nostro Paese.
Il complesso delle fonti storiche,
raccolte dal Librandi, segue lo svolgersi progressivo della vita del
casale, che, peraltro, presenta ritmi identici in tutti i villaggi
albanesi: un popolo di contadini con il suo papas – pur’egli
contadino – dedito alla coltivazione delle terre, concesse dal
feudatario ed all’allevamento del bestiame, alla costruzione di mulini e
battendiere lungo il corso di fiumi e torrenti, a piccole e minute
intraprese commerciali inizialmente attraverso lo scambio dei prodotti,
alla coltivazione del baco da seta che richiese l’impianto di numerosi
gelseti. Avvenne, così, che, negli anni e nel corso di più generazioni,
gradualmente anche lo stesso paesaggio agrario subì un radicale
mutamento: i densi boschi collinari si trasformarono soprattutto in
uliveti, vigneti, ficheti, gelseti, oltre naturalmente in terreni
seminatori, irrigui ed, in parte, destinati al pascolo. Ma la
bachicoltura, nel corso del ‘600, raggiunse una considerevole
consistenza, con conseguente e generale beneficio economico. Il
sequestro, infatti, di un ingente quantitativo di seta per sospetto
contrabbando fa intravedere che i produttori interessati erano numerosi
ed appartenevano tutti ai villaggi contermini di Vaccarizzo, S. Giorgio,
S. Cosmo e Macchia.
Ma non erano certamente piacevoli le
condizioni materiali di vita. Tutta questa gente minuta, nell’arco di
circa due secoli, riuscì faticosamente col suo duro e costante lavoro a
venire fuori dalla miseria; dai primi rifugi precari, viveva viveva, a
volte, insieme con gli animali, in capanne, riuscì a costruire piccole
case “di creta” e, poi, “de calce e de arena” con due vani soprastanti
l’uno all’altro e con l’immancabile attiguo orticello. Ciò nonostante,
era costretta a difendersi dal far-west della piccola e
macrocriminalità all’interno dello stesso villaggio e dalle reiterate
violenze degli armigeri del feudatario che carceravano, mozzavano teste,
sequestravano persone e cose, estorcevano denaro, saccheggiavano il
villaggio spargendo il terrore, “oltre il magnare bere largamente ed
alloggio che si fecero a spese del med.o Casale e perché atterrito dal
Sr Advocato e dalle minacce fatte dalli sui genti contro essi Albanesi”(pag.
323-24).
Altra fonte di molestia assidua, non
meno devastante, documentata dal Librandi, erano i vescovi cattolici
che, ritenendo “eretici” gli albanesi, non cessavano dal seminare, non
proprio cristianamente, zizzania; in alleanza con i feudatari,
scatenarono una vera e propria tempesta contro la persistenza del rito
greco. A Vaccarizzo, il vescovo di Rossano impose la presenza di un
sacerdote latino. A Spezzano Albanese, l’arciprete greco Don Nicola
Basta, il 4 agosto 1666, fu sequestrato dai bravi del principe
Spinelli e chiuso nelle segrete del castello di Terranova da Sibari, 27
giorni dopo, vi trovò la morte. Due anni dopo, il vescovo di Rossano
decretava il passaggio di Spezzano al rito latino, che i sinodi
proclamavano superiore rispetto a quello greco, sicchè si ordinava, per
esempio, nel caso di coniugi, “che ciascuno …segua il proprio rito e
il greco si adatti piuttosto al latino, ma non viceversa” (pag.
270). Il Librandi porta, così, il suo contributo alla definitiva
archiviazione del mito della fedeltà degli albanesi di rito greco alla
Chiesa romana, proponendo una rilettura della storia degli arberischi,
fondata su fonti certe e non – il più delle volte – “inventate” a
sostegno di particolari interessi.
DOMENICO A. CASSIANO
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