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GJITONIA… KU SHOH E KU GJEGJĖN
GJITONIA…DOVE ARRIVA LA VISTA E LA VOCE
Queste le parole dei miei avi che
ricordo con piacere e che saranno sempre nella mia mente: gjitonia……………
dove arriva la vista e la voce.
Per analizzare in modo adeguato
l’origine del termine gjitonia, particolarmente esaltato
dall’entrata in vigore della legge 482 del 1999, bisogna risalire alle
regole, non scritte, che pianificavano la vita degli Albanesi.
Questo popolo prima di giungere
in Italia, per le note vicende vissute in quel tempo in Albania,
scandiva il vivere quotidiano secondo un codice consuetudinario, su
iniziativa del principe
Lekė Dukagjini,
trasmessosi oralmente dal
XV
secolo, con il titolo de il Kanun
fu
riportato in forma scritta dal padre francescano
Shtjefėn Kostantin
Gjeēovsotto nel XX secolo e pubblicato
nel 1933.
Nel Kanun, la base
dell’organizzazione sociale č la famiglia, non concepita come
unione di genitori con la rispettiva prole, ma come una comunitą
composta da due o pił fratelli in coabitazione nella stessa casa, con le
proprie mogli, figli e genitori.
La famiglia condivideva la
casa, le ricchezze agricole e pastorali, gli animali da soma e
domestici; mentre un’arma era l’unica proprietą privata di ogni uomo,
procuratagli dal signore della casa.
Il capo della famiglia era la
figura suprema di questa piccola comunitą, la sua autoritą totalitaria e
inscindibile.
Solo nel caso di continuo e
scandaloso abuso ai danni della famiglia, poteva essere esonerato
e rimpiazzato da un altro membro, o se ritenuto inadatto al compito
affidatogli.
Egli fissa i compiti e i
lavori per gli uomini della casa, secondo l'abilitą e la capacitą che
riconosce loro, a sé riserba quelli direttivi e amministrativi della
famiglia.
La signora della casa,
la grande madre, che puņ non essere la consorte del
capo, fissa i lavori e i turni alle donne in generale, rimanendo lei in
casa a preparare da mangiare per tutti.
Anch’ella puņ essere
destituita dalla carica, non dalle donne ma dagli uomini; se viene
sorpresa nel furto o se favorisce maggiormente la propria prole a
discapito di quella delle altre.
Per ciņ tutti i membri
della famiglia lavorano, per il bene della stessa, secondo le capacitą e
il sesso.
Il signore della casa,
oltre la direzione e 1' amministrazione degli affari interni, č anche il
comandante supremo dell'esercito, costituito da tutti i maschi vecchi e
giovani.
Questa organizzazione
statale, con leggi e regolamenti interni ben definiti, ha per fine
la sicurezza fisica ed economica dei suoi membri, soprattutto quella
morale e il loro sviluppo spirituale.
Al fine di proteggersi,
la famiglia albanese, in varie occasioni, ha preferito ritirarsi
e stabilirsi in luoghi isolati.
Il tugurio oppure
l’umile capanna di paglia, circondata da recinti o da mura, era anche il
luogo dove le giovani leve sotto la guida attenta delle
mamme apprendevano le leggi, gli usi
e costumi della loro casa, riconoscevano i loro amici e i loro nemici,
preparandosi cosģ ad affrontare i pericoli della vita.
Educati al culto
dell'onore e della libertą, si sono ispirati alle gesta dei loro
antenati, che per la gloria e la grandezza della repubblica, hanno
saputo morire dignitosamente.
Gli Albanesi amano la
vita, per essa compongono e cantano canzoni cosģ pittoresche e
leggendarie che forse mai altro popolo ha saputo fare, conservandone il
senso mistico ed eroico, per onorare la memoria di chi invocheranno nel
canto.
Siamo dunque di fronte ad una sorta
di confederazione di piccoli stati indipendenti, che tradizioni,
interessi ed esigenze comuni mantengono vicini e uniti gli uni agli
altri.
I confini di questi piccoli stati o
piccole repubbliche, sono ben delineati e consistono generalmente, oltre
alla casa, di un cortile di un orto, il tutto circondato da una siepe.
Fin dove arriva quest’ultima o si
estende l'ombra della casa vige la sovranitą assoluta della repubblica.
Da ciņ si evince che gli Albanesi
erano gruppi familiari con piena autonomia sociale economica e politica
all’interno del proprio cortile, scesci; sul quale si affacciava
il tugurio o capanna, assolvendo a funzione di deposito, stalla e
dormitorio; ne consegue che non si menzionano elementi architettonici
di rilievo se non il tugurio.
Il termine gjitonia non č
legato alle emergenze architettoniche, ma al tipo di vita su accennata;
pertanto chi scrisse sugli Albanesi dopo il loro insediamento, non
conoscendone usi e costumi tramandati da secoli, li descrive come un
popolo che non aveva
differenze di ceti, tutti raccolti all’interno di un cortile con un
unico pagliaio o tugurio dal quale si vedevano uscire donne, uomini e
bambini che disordinatamente svolgevano varie attivitą.
Ricercare le origini del termine
gjitonia nei agglomerati edilizi risalenti al XVIII secolo o a
schemi urbani pił recenti, si commette un grave errore, poiché non si
riconosce un modus vivendi tramandato da una generazione
all’altra, che si possa legare a trame edilizie.
La famiglia con l’edificazione
dei manufatti in muratura, apparentemente disordinati, ha migliorato la
qualitą della vita dei suoi componenti: qui trova la sua logica
applicazione il detto: (gjitonia, ku shoh e ku gjegjėn)
gjitonia……… dove arriva la vista e la voce.
Ma purtroppo oggi il riecheggiare
delle voci č solo un ricordo, mentre la vista ormai annebbiata, trova
solo qualche testimonianza in alcune nicchie.
arch. Atanasio Pizzi
dott. M. Palma Tateo |