ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndërhyrje kulturore / Interventi culturali
 
Non ho mai conosciuto qualcuno che mi abbia detto: "Mia madre faceva il mestiere più antico". 
Tutti cercano di capire se hanno almeno un'unghia di nobiltà ereditata nel proprio sangue. 
E c'è chi naturalmente distribuisce certificati araldici per la propria risolutiva comprensione.
 
Anche le le lingue non vogliono essere figlie di p.... E cercano chi possa dare loro un centesimo di gloria del passato. 
 
Fino a ieri avevamo albanesi e arbresci che dicevano di discendere dagli etruschi o dalle faraone d'Egitto. 
(Se sono nobili i natali forse si sopportano meglio le pasque squallide!). 
 
Oggi un audace ed appassionato linguista credo di origine sarda, almeno così depone il suo nome, "ALBERTO G. AREDDU", inverte i ruoli ed asserisce e cerca di dimostrare che "Le origini della civiltà sarda sono albanesi".   Ed è talmente forte la sua suggestione per tale scoperta da investire i risparmi di insegnante nelle scuole pubbliche per annunciarlo al mondo intero.
 
Ma il fatto è che della  madre dell'albanese è proprio difficile parlarne. Dove stava? Da dove veniva? Come viveva? Perché ci sono tante gerarchie anche per le parentele? 
 
LE SUE PAROLE PIU' IMPORTANTI, poi, PERCHE' NON SEMBRANO NEMMENO ALBANESI, NON SUONANO ALBANESI?
O NON SARA' CHE IL VERO ANTENATO E' STATO SEPPELLITO DA QUELLA CHE CHIAMIAMO MADRE ARBRESCE?
Se le cose fossero viste così allora avrebbe ragione chi trova parentele in tempi molto più recenti.
 
Comunque questi libri devono essere scritti, devono essere finanziati senza criteri baronali ma devono essere scritti in maniera meno cifrata e dando ragione e conto della profondità della  sostanza.
 
Sono solo giochi di parole. E giocare non deve dividere o far litigare; se no finisce il gioco... linguistico. 
 

Arrivederci

Paolo

“LE ORIGINI ALBANESI DELLA CIVILTÀ IN SARDEGNA”

LINGUISTICA GENERATIVA O FANTASTORIA DELLE LINGUE? 

Il gioco linguistico.

Più di 30 anni fa, qualche rara volta ci ritrovavamo tra maturi ragazzacci più che trentenni, «la redazione» di Mondo Albanese alla Sclizza, appena fuori dall’abitato di Hora. E facevamo un gioco. Prendevamo delle parole italiane lunghe e le sezionavamo per farle diventare frasi in arbrescio, p.es. do-m’e-ngini(=censura) dal nome del noto calciatore. Ma allora come ora, c’era anche chi con massima serietà questo gioco linguistico d’apparentamento lo faceva con egiziano antico, camitico(?), etrusco o tocario. E chi addirittura ornava il gioco di una arcaica chiave esoterica: l’arbrescio come lingua degli angeli (riferendosi all’accoppiamento sessuale di creature celesti - figli di Dio - con le donne terrestri, a dispetto dei Padri della Chiesa, secondo i quali si trattò dell’accoppiamento tra i discendenti di Set e le discendenti di Caino! Genesi 6.1).

L’interesse per tale gioco linguistico non viene mai meno. In ogni momento della nostra vita, anche nelle circostanze più tragiche, anche quando dobbiamo biasimare o semplicemente riferirci a qualcuno ironicamente, giochiamo con le parole, indipendentemente dal proprio livello di scolarità acquisito e come conseguenza della esperienza esistenziale acquisita, ma con la stessa ipocrisia intenzionale di linguaggio della società in cui si è inseriti, “con rispetto parlando” o “me nder”.

C’è chi questa attività ludico-culturale la svolge professionalmente, spesso anche con malcelato intento patriottistico. C’è chi ha trovato 6 monosillabi – TENEKET  TEREKET –  che, combinati, sarebbero la base della unica lingua primordiale e di ogni altra lingua figliata da questa. C’è chi ha preferito continuare a cercare – all’antica – somiglianze e parentele tra lingue vicine o lontane, rovistando nella cerchia di quelle parole ribelli agli schemi delle degenerazioni individuate, a quei criteri grammaticali che generano canoni, limitazioni – il DNA d’una lingua –, quelle espressioni, cioè, che non è possibile inserire nella cronologia dei cataloghi degenerativi dalla presunta lingua madre. P.es. nelle lingue romanze, sono quelle parole spurie non ascrivibili al latino.

 

Le origini albanesi.

 In Sardegna con tale metodo operativo si son trovate origini accado-sumeriche o etrusche o, di recente, albanesi,  che si escludono a vicenda a seconda della tesi del ricercatore.

Alberto G. Areddu (Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, autorinediti, 2007, 39 euro) è convinto, che “il sardo ha una madre lingua che è il latino, seppur infiorato di grecismi e italicismi e un antenato preistorico che ha lasciato tracce soprattutto nella toponomastica e tutt’al più in qualche grumo di parole […] e di cui poco si sa”. Il saggio, dopo una breve introduzione, si articola in:


 

q       Parte Prima: Di antiche isoglosse albano – ogliastrine 

q               Parte Seconda: Di una latinità “adriatica” e di possibili elementi di sostrato

q               Parte Terza: Della ricerca dell’antico padre a) Gli studi b) Le fonti c) I luoghi

q       Appendice: Dei fiumi

q       Bibliografia.  Abbreviazioni e annotazioni varie.  Indice delle voci notevoli: albanese; sardo.

Il nostro testo in questione è un classico della saggistica linguistica. Segue tutte le regole del metodo in auge in quell’ambito culturale specialistico. Ha una tesi da cui prende le mosse: la lingua sarda ha un padre in comune con un vetero-shqip. Con una sua logica ricusa le altre ipotesi e polemizza con gli autori che hanno scritto prima e diversamente da lui: cioè con tutti.

Ha, però, una preliminare dignità, merito e privilegio, che non molti hanno. Il suo libro è tutto suo, perché la pubblicazione l’ha pagata da solo. Certo non è nel cuore generoso del mallevadore boss-potere! Chapeau ad un essere umano raro del nostro periodo, uno spirito libero!

 

Il lettore.

Evidentemente, se non sei appassionato di questo genere di “letteratura” difficilmente ti sciroppi le centinaia di pagine di uno oscuro romanzo dove il protagonista è una lingua viva, della quale si indaga per capire chi sia la madre non nota e di ricostruirne la storia, fatta di incontri e di scontri feroci e di intrecci d’amore e di odio, di gioie e di atroci sofferenze e umiliazioni inconfessabili e mimetizzate nella memoria. E tutto questo viene fatto solo con poche parole vive rimaste stratificate tra i vicoli di una città vecchia… o tra i viottoli di una campagna impervia all’interno di una lontana isola del Mediterraneo piena di malia. Ciliegina finale: il linguaggio impiegato è zeppo di termini specialistici, appesantito da abbreviazioni, sigle, segni speciali, ecc.

Come prodotto da vendere, questo genere letterario, va urgentemente rivisitato per adeguarlo alle crescenti esigenze divulgative odierne. Il lettore curioso, se oggi si accosta ad un libro, lo fa già con una sua personalità. Diffida, molto più che nel passato, di ogni possibile tentativo nascosto di indottrinamento. E’ “scafato” (non è uno sprovveduto). Egli cerca di soddisfare le sue domande tendenti ad una costruzione della storia dell’uomo con tutte le implicazioni possibili dell’articolato sapere e non (cerca) risposte settoriali che lascino irrisolto il bisogno di una comprensione di sé.

Per tornare a bomba, la linguistica generativa cerca parentele tra parole e lingue con esiti non certo esaustivi. Forse la ragione di tali risultati deludenti va cercata nella scarsezza di interconnessione con le molte altre discipline che le danno supporto e consistenza, tra le quali: teologia, filosofia, climatologia, antropologia, tecnologia, archeologia, astrologia, politica, storia. Ma anche geologia, oceanografia, geografia, biologia, biomedica, dietetica, ecologia ed economia.

Quando un linguista prende partito a priori per una soluzione, fa una sua scelta evidentemente ideologica. Se, però, ha la pretesa che questa teoria sia la sola giusta, ciò non è funzionale alla successiva ricerca scientifica. A solo titolo di esempio voglio dire che il primo principio della dinamica – si sa da sempre – contiene un dissimulato elemento metafisico: – un oggetto puntiforme in un universo vuoto, cioè senza che vi siano altre forze agenti, o sta fermo o si muove di moto rettilineo uniforme –, manca di assoluta veridicità scientifica anche se, come si sa, funziona benissimo nella meccanica classica. Ora ci sono, però, altre meccaniche: quantistica, relativistica, “del cavolfiore”. E sono tutte funzionali al proprio particolare ambito di applicazione: la ricerca teoretica oggi si applica per trovare un solo primo universale, il  formul-one.

Come possiamo vedere, il solo implicito pregiudizio, che ci è concesso mantenere, è quello di non perdere mai di vista l’universalità dell’essere nello spazio-tempo: perché così ci piace credere. Cioè: quello che vale qui ora vale dovunque sempre, se no è caos … e caos non è. Finora “l’astrazione all’interno di un sistema isolato” è stato il metodo generalmente seguito: la fredda oggettività della ragione (quella che blocca il sapere, quella che bollò la rivoluzionaria teoria Newtoniana come “animista e oscurantista” dagli ottenebrati sostenitori dei lumi (a petrolio!) per via della legge della interazione gravitazionale a distanza delle masse). Ma l’imperativo per la legittimazione di tale universalità dovrà essere la costante e continua verifica interconnettiva biunivoca dei saperi, con la consapevolezza di una sempre possibile sconfessione futura.

 

L’introduzione.

Tutti questi paletti mi sarebbe piaciuto trovarli nella introduzione. Il luogo deputato ad accogliere il lettore, per consegnargli il viatico di lettura. Invece in appena 9 paginette l’autore non da una sufficiente spiegazione di quanto andrà a dire nel corso del saggio che è intenzionalmente rivoluzionario. Né tantomeno in 27 righe descrivere seppure succintamente il teatro, il contesto, il profilo orientativo della vicenda e della parte più nobile della storia degli esseri umani protagonisti, quella parte che attiene all’anima, cioè alla cultura sottostante la lingua, che l’autore si accinge a spiegare col testo. Per intendersi, quando una torinese nel congedarsi da me, mi indirizza un “çarea” o “çerea”, per me è istintivo pensare al “më bëri çerë”, “ mi ha fatto una buona cera”, “mi ha accolto senza ostilità e con educazione”: come vedi sto collegando piemontese, arbrescio e italiano e automaticamente cerco nessi.

 

L’Eden.

La Sardegna è sempre stata un isola remota, irraggiungibile eppure abitata ancor prima che l’uomo affrontasse la navigazione d’altura. E anche quando questi imparò ad affrontare l’inclemenza del mare, l’approdare di genti anche esperte fu limitato e numerabile. I Nuragigi (nome archeologico di fantasia dovuto alla loro capacità di costruire nuraghi) almeno dal XXIV secolo A.C., molto prima che i Sherdan-principi Dan, vi impiantarono una civiltà che si sviluppò in modo originalissimo. Il loro nume tutelare per molti aspetti può essere accostato a quello degli Ausoni del versante tirrenico della penisola appenninica. Adoravano un dio pacifico e celeste (circonciso l’ausonico!), un padre –Sardus-Pater, appunto –. Avevano una visione astrale del mondo che proiettavano anche nell’allineamento architettonico dei loro edifici ormai verificata puntualmente e accertata scientificamente, insieme ad una spiccata edilizia cultuale sacra dei morti. (Diversamente da quanto avevano detto e poi ritrattato le varie scuole di pensiero istituzionale dominate dal pregiudizio guerrafondaio).

 

Invasioni fino alla scrittura.

Vennero, poi, i Sherdan, i Sardi, attivi e presenti in varie letterature del XIII÷XII secolo A.C. (Erano circoncisi? Vedi il suonatore di launeddas itifallico!). 

Erano pochi ma forti guerrieri. Guerrieri come i Feleset, gli Akua, ecc., ma anche mercenari, forse al soldo di Mosè. (…“e gli uomini Dan, perché se ne stanno sulle navi?”,  Gdc 5,17 [è un rimprovero per non avere partecipato alla battaglia]). Erano abili navigatori. Giunsero nell’isola e sottomisero le popolazioni pacifiche e colte preesistenti. Sbrecciarono i nuraghi, quando non li distrussero, o li impiegarono come fonderie, fortilizzi in cui celavano la loro esclusiva capacità metallurgica su cui fondavano il loro potere: costituito da una confederazione di re-metallurghi. (Già! Il mantice. Una effimera ma fondamentale invenzione che ha cambiato radicalmente la storia.) I culti di questi barbari invasori non erano più rivolti al cielo ma all’acqua. Nello spiazzo antistante un pozzo sacro, simile a quelli della bassa danubiana e della anatolia, effettuavano i sacrifici su uno scannatoio ma anche le ordalie per dirimere le liti. I contendenti si bagnavano gli occhi e uno dei due restava temporaneamente accecato (cfr. il giuramento romanesco di chi dice di non mentire: «Me possino cecà!». Questo sì che è un vero prestito sardo ai latini - lëtì-nj-të. Salvo errori od omissioni!).

Però, subirono, presto, l’insediamento di fondaci rivieraschi etruschi (anch’essi fonditori), che non erano più gli esuli raminghi sulla ospitale terra ausonica ma erano divenuti gli egemoni del mare antistante, che chiamarono Tirreno. E subirono anche i fondaci e la perdita di terre da parte dei fenici e poi dei punici. Questi ultimi avevano stretto un patto di spartizione con gli etruschi, suggellato sulle lamine auree di Pyrgi, porto di Cere. Furono sterminati dai romani all’inizio del II secolo A.C. Furono uccisi più di 90 mila Sardi maschi (tutti!), le donne e le terre furono prese dai soldati romani che divennero veterani contadini. Le donne impararono dai mariti-padroni (Deledda) forzosamente la loro lingua, non quella di Cicerone, che divenne il Sardo. E restò tale anche quando l’isola fu annessa alla provincia d’Africa. Dopo aver avuto, durante le persecuzioni imperiali, i suoi martiri, tra cui il soldato decapitato, che persisteva ostinatamente a leggere i sacri testi cristiani nonostante i ripetuti richiami e i conseguenti incarceramenti inflittigli, il “piccolo” Luxorius e perciò Santu Lussurgiu. Le chiese e i preti erano orientali e i soldati li mandava Bisanzio. Poi l’isola fu cristianizzata a forza.

Quando i soldati e la burocrazia bizantina scomparvero, sorsero 4 giudicati indipendenti ed è a Eleonora d’Arborea che si deve il codice, la “Carta de logu” scritta in lingua sarda coeva  di Dante.

Gli arabi del Nordafrica tra il VII e X secolo avevano tentato, con ben tre flotte costose ed appositamente costruite, di depredare l’isola ma il maltempo gliele distrusse. I pisani si fecero “donare” molti beni per la loro protezione e questi sono riccamente registrati in sardo sui “condaghi”. I genovesi, i catalani, gli aragonesi, i piemontesi, ecc. ecc..

 

I Balcani.

Questi sono soltanto i titoli dei fatti o dei supposti fatti accaduti negli ultimi 26 millenni. Su tali fatti si può tentare di capire come, quando e da dove le parole inquisite vengano in Sardegna.

Ma se la storia dell’isola è lineare, non altrettanto immediata la vicenda delle terre a sud del Danubio della quale ancora nel XVI secolo D.C. non si avevano nemmeno le carte geografiche o forse erano ritenute talmente preziose, da non mostrarle in pubblico (come si può notare anche nel lungo corridoio dei Musei Vaticani, dove tutta l’Europa orientale è sguarnita di qualsiasi informazione salvo sulle coste).

Ad Est delle Alpi orientali i rilievi non sono occlusivi. Il Danubio, il Vardar e la Morava sono le vie fluviali lungo le quali gli uomini e le loro parole si sono mossi. Prima erano tribù di pastori migranti? Poi coltivatori stanziali e costruttori di cittadine su tell –  rialzi artificiali di fango –risalenti a 6000 anni fa nella bassa danubiana? Certo, permanenti elementi cultuali dei morti sono stati presenti per molti millenni: la cultura dei kurgan-tumuli ha resistito fino al XVII÷XVIII secolo D.C.. I capi vi erano seppelliti (tumulati o inceneriti) con navi o con calessi sotto vere colline artificiali dalla Dani-marca alle foci del Dan-ubio, fino al Don. E anche qui si vanno ritrovando i pozzi sacri. Può tale ridondanza di toponimi essere ricollegata agli Sher-dan? E i Dauni? E i cosiddetti cavalieri di Hallstatt erano protocelti? Perché uno è gallo e più sono celti? Si tratta di un plurale apofonico gal - kelt confrontabile con  kalë - kuej? Il loro corredo funebre così ricco di statuette di piombo di cavalieri con il fallo eretto in groppa a stalloni oppure ruote a raggi e uccelli acquatici, riconducibili alla simbologia del sole e dell’acqua, sono ancora collegabili alla civiltà sarda e che forse troviamo ancora relittuale nelle decorazioni delle cassapanche e negli arazzi? O sono proprio costoro che fanno sloggiare, con le buone o con le brutte maniere, i Sherdan, i Feleset e gli Akua e che troviamo successivamente forse come esito certo nel Mediterraneo? E dopo, fino al IV sec. A.C. che è successo aldilà delle Alpi orientali, prima del dominio di Roma?

 

Il Mediterraneo.

Della storia del Mare Mediterraneo, fino a 150 anni fa, si sapeva molto poco. Lungo le riviere si è  scoperto che qualcuno 10000 anni prima ci viveva di pesca con l’arpone o con la rete a lancio o raccattando cozze, patelle e granchi. E’ durante le glaciazioni che l’abbassamento del livello delle acque genera secche gigantesche nel Mediterraneo, consentendo l’attraversamento a piedi degli stretti di Gibilterra, del Bosforo, forse di quello di Sicilia. Emergono distese pianeggianti nell’Egeo, nell’Adriatico fino a Spalato e Ancona. Dalla Liguria di levante alla Corsica, anche se non per tutta la distanza, emerge della terraferma e si determina un possibile attraversamento su zattere, proprio dalla Lunigiana. E guarda caso, qui, presso La Spezia, come anche in Puglia vi sono elementi cultuali confrontabili con la civilta remota della Sardegna che ora è unita con la Corsica.

Però al ritorno delle acque alte, le comunicazioni si interrompono e il mare torna ad essere buio abbisso. Bisognerà attendere che magari gli stessi isolati abitanti delle isole inventino barchi o llembi, rami, alberi e vel-a. Nascono cicloni, tifoni, uragani, fortunali dai quali si scampa raramente. Si naviga sotto costa, da maggio a settembre, per prudenza. I Fenici lo fanno solo di giorno e costruendo approdi ogni trenta miglia, distanza che coprono, in caso di assenza di vento, spingendo colle braccia i remi sugli scalmi. Cercano luoghi dove trovare i minerali per produrre metalli. La superiorità dei Sardi starebbe nell’avere inventato un semplice congegno costituito da un anello fissato sulla sommità dell’albero entro cui si fa scorrere una fune che consente di sollevare la vela stesa e sostenuta superiormente da una trave in grado di ruotare per essere orientata a favore del vento. Illiri, Liguri, Elleni, Tirreni, Cartaginesi commerciano ma se gli riesce, si trasformano in pirati o conquistatori di nuove terre. E gli insediamenti umani si allontanano dal mare.

I Romani non appena varano le loro navi iniziano la loro espansione che li porterà al duraturo predominio esclusivo del Mediterraneo, mare, coste ed entroterra, tra cui i Balcani. La loro lingua diventerà la lingua veicolare in grado di produrre la degenerazione delle varie lingue preesistenti. L’esito sarà la nascita di tante lingue romanze. Dove è maggiore la caratterizzazione identitaria, più tenacemente la lingua originaria resiste ma a prezzo della assimilazione di migliaia di prestiti.

Quando, dell’Impero Romano resta solo quello d’Oriente che usa come lingua il Greco in fase di grande evoluzione, questo fornisce i suoi prestiti linguistici. Pochi, nella Sardegna lontana da Bisanzio ma migliaia tra le popolazioni più direttamente controllate.

 

E la madre della lingua arbesce?

Nel frattempo come in tutta l’Europa, così nei Balcani ognuna delle popolazioni migranti quando si insediava per un lungo periodo su un territorio, ne influenzava profondamente la parlata. E’ il caso della lingua arbresce e delle successive parlate shqipe – sotto la dominazione ottomana. La nonna non è certa. Ma sia la figlia che le nipoti denunciano una profonda presenza gotica nel loro DNA. La purezza indoeuropea originaria sarebbe discutibile. Si tratterebbe, piuttosto, di un innesto tardo indoeuropeo, attraverso il massiccio assorbimento del gotico, da parte della lingua precedente, avvenuto durante la egemonia balcanica di queste tribù. Non si tratterà di spulciare tra le 185.000 parole albanesi catalogate, preliminarmente, quanto, piuttosto, di limitare lo studio a quelle della piattaforma comparativa. Senza licenziare nessuna delle precedenti e successive infiltrazioni. Perché del pensiero e del lavoro d’ogni uomo c’è sempre qualcosa che resta e noi siamo ciò che siamo perché siamo la relazione con gli altri. Camarda, Schirò, La Piana, Çabej, Demiraj, Ambrosini, Sardella, Areddu, Pittau, Paulis, Campanile, Hillman, de Saussure, Peirce, Fortino, Altimari, Mandalà, ciascuno di questi, quand’anche non abbia voluto o non voglia, non è in grado di impedire l’intersezione di sé con l’altro.

 

Per gioco… linguistico

Giorni fa su Facebook, dove si fa “cultura tra amici e senza spendere” c’era questo post:

Diegu Corraine su Noas…Eja n 1, febbraio 2010, indirizza una lettera che inizia così:

Amigas e amigos, unu grustu de amigos semus publichende unu giornaleddu nou de 4 pàginas…

(trad: Amiche e amici, un manipolo di amici stiamo pubblicando un giornalino nuovo di 4 pagine…)

La parola “grustu” non c’è nei miei dizionari sardi della mutua, forse c’è sul Wagner ma costa quanto uno stipendio. Io, però ora so che vale “grushti” in arbrescio e ciò basta a rallegrarmi.

Ma per noi sempre impenitenti ragazzacci di Mondo Albanese con più di quindici lustri sulle spalle e sempre in vena di fare giochi linguistici “gru-shti” vale “o donna spingi!”.

… Eccolo! Mi pare di vederlo Papa’Gjergji, il coriaceo vecchio prete dagli occhi dolci e dalla lunga barba bianca, dire: «jIc shplaj gojën!». Come dire:«Vatti a sciacquare la bocca!» 

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