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Ecco una storia positiva, forse
una favola breve di un passato irripetibile. Che non č neanche delle pił
disperate e squallide. Come quella di una famiglia dei pressi di Casale
Monferrato emigrata in Australia, appena finita la seconda guerra
mondiale, e subito ritornata.
Mi raccontņ la madre di un mio
amico che le donne lģ erano costrette a stringersi forte la vita con una
cinghia, per abortire. Erano frequentemente ingravidate dagli infami
capisquadra, alle pretese dei quali non potevano sottrarsi per la
minaccia concreta di licenziamento in tronco, in mezzo a sperdute
campagne. Il loro, perņ, era un gruppo numeroso e cosģ decisero di
mollare tutti insieme e tornare a casa. Qui, perlomento, il
Fattore-parroco si accontentava di vederli a messa la domenica e delle
coccole domestiche e culinarie della sua perpetua.
Ciņ che č comune nelle odierne
emigrazioni, č che in genere si ha a che fare con folle di individui
affamati e soli. Non sono pił quei tanti gruppi delle millenarie
migrazioni a spostarsi uniti verso terre meno affollate, forti del senso
di appartenenza, fieri della propria identitą e sicuri del mutuo
sostegno, almeno spirituale (magari con un proprio esercito). No! Oggi
da terre relativamente non densamente abitate ci si muove verso gli
agglomerati gią densamente abitati, i quali si trovano in condizioni di
forte disagio esistenziale.
Konti Dorebardhė
Konti Dorebardhė ish njė anije nė shėrbim lin[i]je me skafin e zi ēė
vejė me fingjill. Lidhjė Italģnė me Argjentinėn ngjera kur me ardhjen
revolucionare e aeroplanit udhėtarėsh nė sherbim linije u bė i kotė.
Nisej nga Palermė, bėj ndalesė Napul, Gjenovė... Rio de Zhanejro,
Montevideo dhe arrėjė nė Buenos Ajres kur mirė mėnd. Tė paktėn pas tri
javėsh, sipas humorit dhe forės sė veēantė tė motit te Zona
Intertropikale Konvergjence sipėr Oqeanit Atlanik ēė anija kish tė
pėrshkojė tėrėsisht, tue lundruar glatė meridianit e tue kėrkuar tė
mbahej llargu nga ciklonet tropikale, ēė ndurisin gjithė verėn e veriut.
Kurdoherė, nė ēdo udhėtim kish dėnimi tė bėhej njė kėrcim stinor gjashtė
muajsh. Nga nisja ngjer tek arritja pėrpiqej stina e kundėrt.
Nini
kish shitur tė vetmin kapital tė vet, mushkun, pėr tė marrė mbi
pasaportin tė vėshtirėn visė hyrjeje “turistike” nė Paraguai e pėr tė
paguar tė pasosmin kalim nė tė tretėn klasė, atė mė ekonomike, atė e
vuajtjes sė shurdur dhe ēė lurin pa lurima dhe tė sprėnxės sė
pashmangshme. Pėr ata udhėtarė ai ngė ish kurrė njė udhėtim turistik. As
edhč pėr “trabreshin” tėnė, ēė kish pasur njė rekrutim pune tė njėi
shkreptim[/n]e nė Paraguai.
Bėhej fjalė pėr “kazmė dhe lopatė”, si ai vetė shkruajė te ana e prapme
e fotografģsė sė bėrė me dy shokė pune, ēė i kish dėrguar familjes. Kjo,
pak e mėsuame me italishten, mendoi atė herė se ishin embret e atyre
dyve ēė ai kish pė’krahu te shėmbėlltyra. Si e rrėfyejti mė vonė ai vetė,
atjé hahej pėrherė mish delje dhe kihej njė shtrat nė mes tė pyllit
brėnda njėi kapanoni vetėm pėr burrat. Edhč gratė ishin tė veēuame,
kėshtł se tė shoqit me tė shoqet rrinin bashkė dhe vetėm, tek e diela.
Kur tė pamartuamit zdripeshin nė qytet pėr “ndėrrimin
e tė brėndshmevet”.
Ish
njė gjellė e padurueshme edhč pėr atė e mėsuam me punėn e rėndė tė
aravet nėn rrezet tė tėrbuame tė diellit mbi tė brėndshmet rehje
siciliane. Kėshtł, si mblodhi shumėn e duhur pėr biletėn, u kthč[/ye] nė
Italģ. Por jo te hora e tij. Vate Torino tek e motra. Kėtł gjeti punė
por ngė mėnd tė mirrjė shpģ me qirą, sepse ngė kish certifikatėn e
rezidencės. Dhe rezidencėn ngė mėnd t’e kish sepse ngė kish letrėn e
marrjes nė punė nga ana e punėdhėnėsit tė tij – shi ku rrijė
pėrfrikėsimi! Kish pėrherė rrėziku i famkeqes “fletė
riatdhesimi” – ridėrgimit tė detyrueshėm te hora e vet – e cila
fletė kle shfuqizuar vetėm te viti
1954.
Kur
pati normalizuar gjithė dokumentet, gjeti shpi dhe bėri ēė t’e arrėjė e
shoqja.
Te
puna i vate mirė. Kish hyjtur[/rė] te njė firmė e vogėl dekori. Ngė
zbardhnin thjesht apartamente por bėnin restaurime te klishė hore dhe te
vila tė lashta, ato ēė zbukurojnė kodrėn nė juglindje tė Torino-s. Dal’e
dalė pėrvetėsoi fshehtėsģtė e artės[/it] sė lashtė dhė, nė sajė tė
zotėsģsė sė tij, zuri trimėrģnė e zotit-mjeshtėr. Kėshtł dal’e dalė
kolegėt sosėn tė e thėrrisnin me [n]ofiqen “Napuli”
dhe u bė kryepunėtor. Pra i zoti, ē’i kish besim tė plotė atij, sosi se
e bėri ortak[*soē].
Por
ngė i u prish mendja, as zbori kryet. Plot i kėnaqur nga gjella e tij,
ngė gulsh[/ē]oi tė rrjiedhjė prapa fitimeve mė tė mėdhenj. E vetmja
“tekė” ish ajo tė luajė parą te kasinņja por vetėm te “rrota” –
roulette – si njė rituale liturgjģ kremtore. Mallėngjehej si njė
fėmijė pėrpara bukurģsė. T’i
pėrkisjė njėi gruaje, njėi qyteti, natyrės o pėrparimit ngė bėn ndryshim:
gjithė ish pėr atė ndodhje famasme, harčje, ndjenje tė pathėnshme. E
magjepsjė mbi tė gjitha ngjyra e tyre, ēė imitojė me ngjepsje[shije]
instinktive te pigmentet e tij. Kėtą
ish tė folurit tė tij.
Ngė
i solli kurrė zėmėrim mosnjeriu pėr tė kėqģat dhe pėr vuajtjet e pėsuame
te rinģa e tij brėnda njėi shoqėrģe hierarkike, as pėr plevitin e marrė
fėmijė pėr netėt ē’u ngrys pėrjashta glatė tė korravet, as pėr
grumbulidhet tė qelbura mbi gjithė kurmin dhe ethet ēė i erdhėn pas
drčsė ē’e ngriti, atė, viktimė e shpėtuar nga krimi i Porteles sė
Gjinestrės. Flisjė pak pėr kėto gjėra dhe me dinjitet shumė e math dhe
me nderė e hjerueshme. Kthehej nga vit te hora, si shumė tjerė, pothuaj
pėr pelegrinazh devocional, tue marrė pėrsipėr lodhjen tė pėrshkojė
Italģnė, ahierna edhč pa autostradė, me tė dobėn por tė paprishshmen
“600” e bardhė e tij.
E vetmja lidhje me
qėronjet e shkuame tė tij deshi t’i siglojė me ironģ edhč mbi
kartėvizitėn e firmės sė tij artizane: «KONTI··DOREBARDHĖ··DEKÓRE».
Conte Biancamano
Il
Conte Biancamano era un bastimento di linea con lo scafo nero che andava
a carbone. Collegava l’Italia con l’Argentina fino a quando il
rivoluzionario avvento dell’aereo passeggeri di linea lo rese inutile.
Partiva da Palermo, faceva scalo a Napoli, Genova... Rio de Janeiro,
Montevideo e giungeva a Buenos Aires quando poteva. Almeno dopo tre
settimane, a seconda dell’umore e della particolare violenza del tempo
della Zona di Convergenza InterTropicale (ITCZ) sopra l’Oceano Atlantico
che la nave doveva attraversare per intero, navigando lungo il meridiano
e cercando di stare alla larga dai cicloni tropicali, che durano tutta
l’estate boreale. Sempre, ad ogni viaggio c’era la condanna di fare un
salto stagionale di sei mesi. Dalla partenza all’arrivo si incontrava la
stagione opposta.
Nino
aveva venduto il suo unico capitale, il mulo, per ottenere sul
passaporto il difficile visto di ingresso “turistico” nel Paraguay e per
pagare la interminabile traversata in terza classe, la pił economica,
quella della sofferenza sorda e mutamente urlante e della ineluttabile
speranza. Per quei passeggeri quello non era mai un viaggio turistico.
Neanche per il nostro “trabresh”, che aveva ottenuto un effimero
ingaggio di lavoro in Paraguay.
Si
trattava di “picco e pala”,
come egli stesso scriveva sul retro della fotografia scattata con due
compagni di lavoro e inviata alla famiglia. Questa, poco usa
all’italiano, pensņ quella volta che fossero i nomi dei due che gli
erano accanto nell’immagine. Come riferģ in seguito egli stesso, lą si
mangiava sempre carne di pecora e si alloggiava in mezzo alla foresta
dentro un capannone esclusivo per gli uomini. Anche le donne erano
appartate, cosicché i mariti e le mogli stavano insieme soli, la
domenica. Quando gli scapoli scendevano in cittą per “il
cambio biancheria”.
Era
una vita insopportabile persino per lui abituato alla dura fatica dei
campi sotto i raggi rabbiosi del sole sulle colline interne siciliane.
Cosģ, non appena ebbe raccimolato la cifra necessaria per il biglietto,
tornņ in Italia. Ma non al suo paese. Andņ da sua sorella a Torino. Qui
trovņ lavoro ma non poteva affittare un alloggio, perchč non aveva il
certificato di residenza. E la residenza gli era negata perchč non aveva
la lettera di assunzione da parte del suo datore di lavoro – ecco dove
stava il ricatto! C’era sempre il rischio del famigerato “foglio
di via” – il rinvio coatto
al paese – foglio che verrą abbrogato solo nel
1954.
Quando ebbe regolarizzato tutti i documenti, trovņ un alloggio e si fece
raggiungere dalla moglie.
Era
stato fortunato nel lavoro. Era entrato in una piccola ditta di
decorazione. Non imbiancavano semplicemente appartamenti ma realizzavano
restauri di chiese di paese e di ville antiche, quelle che adornano la
collina a Sud-est di Torino. Piano piano egli si impadronģ dei segreti
dell’arte antica e, grazie alla sua abilitą, raggiunse la bravura del
suo padrone-maestro. Cosģ piano piano i suoi colleghi smisero di
chiamarlo col nomignolo “Napuli”
e divenne caposquadra. Poi il padrone, che aveva piena fiducia in lui,
finģ per farlo socio.
Ma
non si montņ la testa. Pienamente soddisfatto della sua vita, non
s’affannņ a rincorrere maggiori guadagni.
L’unico “capriccio” era quello di
puntare soldi al casinņ ma solo alla “ruota” – alla roulette –
come una rituale liturgia festiva. Si commuoveva come un bambino di
fronte alla bellezza. Che appartenesse ad una donna, ad una cittą, alla
natura o al progresso non fa la differenza: tutto era per lui occasione
d’indicibile meraviglia, gioia, senso. L’affascinava soprattutto il loro
colore, che imitava con gusto istintivo nei suoi pigmenti.
Questo era il suo linguaggio.
Non
portņ mai rancore a nessuno per le pene e le sofferenze patite nella sua
gioventł in una societą gerarchica, nč per la pleurite buscata per le
notti passate all’addiaccio da bambino durante la mietitura, nč per i
bubboni e la febbre sopravvenuti per la paura che lo raggelņ, lui
vittima scampata al misfatto della Portella delle Ginestre. Ne parlava
poco e con estrema dignitą e con pudore. Tornava ogni anno in paese,
come molti, quasi per devozionale pellegrinaggio, sobbarcandosi la
fatica di attraversare l’Italia, allora ancora senza autostrade, con la
sua fragile ma indistruttibile “600” bianca.
L’unico legame con il suo passato lo volle siglare con
ironia anche sul biglietto da
visita della sua ditta artigiana: «CONTE··BIANCAMANO··DECORAZIONI».
Paolo Borgia |