L’Albania, il Regno di Napoli e le comunità
Arbereshe. Una “triangolarità” che vive dentro un tessuto non
solo territoriale e geografico ma soprattutto antropologico,
linguistico ed etnico. Quando si parla di cultura (anzi delle
culture) Italo – albanese è necessario avanzare un “processo”
che non può essere soltanto geografico finalizzato ad un
territorio definito in termini di attualità ma si dovrebbe
pensare ad una analisi più articolata che possa comprendere una
realtà storica comprendendo anche quelle comunità che hanno
perso non solo lingua e rito ma anche i “linguaggi” della
tradizione.
Comunità, comunque, che sono stati di
identità Italo – albanese. In questo contesto di idee credo che
si debba entrare non solo per una mappatura più consona al
valore di eredità e di elementi storici che rimandano ad un
tessuto di legame tra le storie del Regno di Napoli e la storia
dell’Albania ma per penetrare consapevolezze e comprensioni tra
i popoli che si affacciano su un Adriatico che deve
costantemente dialogare dentro il Mediterraneo. Questa
discussione trova una chiave di lettura significativa proprio
intorno ad una meditazione storico – antropologica che interessa
il valore dell’identità nazionale.
La minoranza linguistica arbereshe non è
soltanto quella che viviamo nella nostra contemporaneità. Si
estende oltre e interessa un mosaico di realtà geografiche e
storiche che va distinto in etnie presenti nella forma attuale,
in etnie che hanno perduto la loro forma originaria ed etnie
contaminate.
In virtù di ciò occorre precisare che
insistono più modelli di identità arbereshe sul piano del
tessuto territoriale e geografico. C’è una Arberia Ionica
ancora abbastanza consistente che si presenta con la sua eredità
storica, con la sua lingua, con i suoi riti e una tradizione che
racconta memoria e presente all’intesto di un contesto che
abbraccia un tessuto territoriale ben conosciuto.
C’è un’altra Arberia, sempre nella
geografia di quella dimensione che è sostanzialmente Ionica: sia
per territorio che per processi culturali veri e propri, che ha
perso cultura, tradizione, riti e lingua pur restando
all’interno di una trasmissione di valori storici che raccontano
segni e tracce che non si dimenticano facilmente.
Credo che sia opportuno entrare in questa
seconda Arberia per approfondire elementi e modelli che
riguardano chiaramente le comunità che hanno perso la loro etnia
e quindi la loro lingua per capire di più il legame consistente
non solo tra lingua e civiltà ma tra Paesi con una precisa
matrice arbereshe ancora consolidata e praticata (in una
quotidianità di istituzioni e di famiglie) e Paesi che hanno
perso questa matrice.
C’è da sottolineare, comunque, una
riflessione. I Paesi che non sono più arbereshe nonostante
abbiano perduto la matrice quindi sono privi oggi di una
identità non possono, nonostante tutto, fare a meno di fare i
conti con le radici arbereshe e tanto meno con ciò che si può
definire eredità storica. Una eredità storica che si forma
archeologicamente nella geografia della Magna Grecia e Illirica
ma che trova la sua reale contestualizzazione in quel che è
stato il Regno di Napoli prima e il Regno delle Due Sicilie
subito dopo.
Comunità come Rota Greca o come San Lorenzo
del Vallo, solo pochi esempi, (in Calabria, nel cosentino) o
come Carosino o San Giorgio Ionico (in Puglia, nel tarantino) si
portano dentro, nel proprio articolato di incastro tra tempo e
storia, quelle voci che rimandano a ciò che oggi si usa chiamare
“cittadinanza”.
La storia del popolo arbereshe va intesa
come una cittadinanza e quindi come tale si intrecciano, nel suo
modello esistenziale ed etico – estetico, valori. La lingua non
è solo la frequentazione di una ricorrente tutela e
valorizzazione delle origini deve essere considerato un valore.
Le comunità che non sono più arbereshe sono
quelle che hanno perso la lingua come valore e perdendo la
lingua hanno smarrito i luoghi della tradizione e i modelli
dell’essere di una appartenenza. Qui sta il punto. Un’operazione
da farsi, che sarebbe chiaramente utile e interessante, sarebbe
quella di relazionarsi con le comunità che presentano una loro
storia originaria che rimanda alla cultura arbereshe.
Nella storia di questi paesi non possono
esserci parentesi. La storia è nella continuità di una civiltà
che si fa identità.
Proprio per questo penetrare l’umanità
identitaria di una comunità italofana ma che ha segni e
“comportamenti” italo – albanesi significa rompere gli steccati
di una rischiosa solitudine per tutto il mondo arbereshe.
Occorre ripensare ad una geografia pur avendo davanti una
scacchiera ma si è convinti che necessita andare verso una
politica del recupero anche nei confronti dei non arbereshe ma
che arbereshe sono stati.
Ciò non vuol dire disarticolare la tutela
che è diretta nei confronti degli attuali paesi italo – albanesi
ma significa andare oltre avendo la capacità di includere in un
progetto una problematica che tocca sempre più i nodi, appunto,
della “cittadinanza” sia storica che moderna.
Non si può continuare a vivere soltanto
nella storia continuando a perdere una filigrana di culture, a
partire dalla lingua, ma la storia è un investimento non nella
nostalgia ma nel futuro di una identità. Arbereshe e realtà che
sono state arbereshe devono parlarsi.
Non vuole essere una provocazione e tanto
meno una utopia. È cercare di leggere tra le maglie di un
processo sia ereditario che identitario guardando al rapporto
tra le realtà delle presenze minoritarie in Italia e la loro
salvaguardia - valorizzazione. Eredità ed identità, dunque,
costituiscono non solo una chiave di lettura ma dei nodi intorno
ai quali si muove sia un processo storico che una dimensione
spirituale.
In fondo l’arbereshe è anche una
motivazione spirituale che spinge a recuperare il senso di un
profondo radicamento non solo a delle precise radici ma ad un
intreccio che va riconsiderato nella appartenenza di un legame
culturale ed “emozionale” tra il Regno di Napoli e i popoli
“fuggenti” provenienti dall’Albania.
Una comunità che è stata arbereshe sino al
1600 – 1700 deve essere considerata comunità etnica proprio
nella fattispecie di una eredità storica ben precisa. Non ha più
la sua lingua originaria ma è dentro un contesto etnico storico.
La cultura arbereshe è ormai da considerare
una etnie contaminata e contaminante. Non una etnie in
dissoluzione ma una etnie nella tradizione, appunto, del legame
eredità – appartenenza – identità.
Ecco perché bisogna avviarsi verso una
riconsiderazione del tessuto geografico e territoriale più ampio
attraverso una lettura che pone al centro certamente la lingua
ma anche il valore di eredità storiche che vanno non solo
interpretate e rilette ma anche recuperate.
Il senso di un recupero è un orizzonte di
spiritualità che offre dimensione ad una civiltà che è dentro il
concetto di identità. L’identità nata tra le pieghe
risorgimentali oggi offre una chiave di lettura che non può,
comunque, essere omologante ma si apre ad una discussione vasta
che compre sia il primo Risorgimento sia la fase post unitaria
sino a tutto il primo Novecento.
Pierfranco Bruni
(Coordinatore Progetto
Minoranze Linguistiche del Ministero
per i Beni e le Attività
Culturali)