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LA
MUSICA POPOLARE AMATORIALE DAL 1861 AD OGGI
RICONOSCIMENTO AL FESTIVAL DELLA CANZONE ARBERESHE, IN OCCASIONE DEI 150
ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA
(Intervento in
Consiglio Comunale dell'avv. Adriano D'Amico, presidente del Comitato
Storico della manifestazione)
Te fiku monotil, Moi e bukura
More, Lule lule, qualche vjershe: questo e poc’altro ancora cantavano
gli arbereshe prima del Festival. Era il 1980, Radio Libera Scanderbek,
istituita da qualche anno, era nel pieno delle sue attività. In questo
alveo straordinario, Giuseppe D’Amico, mio padre, pensò ed organizzò il
Festival della Canzone Arbereshe.
Ricordo ancora le spallucce dei
soloni del tempo, quelli che non credevano nella riuscita
dell’iniziativa. Tutti si dovettero ricredere quando nello spazio
entrostante il Collegio di Sant’Adriano giunsero arbereshe da tutta
Italia: quasi 10 mila persone titolò, forse esagerando un po’, la
Gazzetta del Sud.
Fu straordinario ritrovarsi,
capire che c’era qualcosa che ci accomunava, che ci faceva stare vicino,
che ci serviva per andare lontano.
Fu commovente vedere sul palco i
nuovi cantori arbereshe, sentire delle nuove canzoni in lingua arbereshe.
Oggi ci sembra normale cantane Nje karte ka Xhermania, E sheghura, o
altre canzoni. Se non ci fosse stato il Festival avremmo perso un bel
pezzo della nostra identità, un bel pezzo della nostra storia, avremmo
perso una importante occasione di riscatto culturale e sociale.
La battaglia fu vinta. Ricordo
ancora la gioia di mio padre, la sua commozione nel leggere gli articoli
sui giornali; ricordo sempre l’intervista al GR1 e quel telegramma di
scuse di chi capì che forse i suoi pronostici erano sbagliati. Lui, così
schivo e poco propenso a salire sul palco, ergo sul carro del vincitore,
una sola volta lo fece: quell’anno il Festival si svolgeva al Campo
Sportivo e quella sola volta disse due parole: “Vi abbraccio tutti”; si
tenne sempre dentro le sue emozioni, le condivise con i pochi amici
fidati, insieme ai quali, tutti gli anni, organizzò il Festival: Gennaro
De Cicco, Pasquale De Marco, Adriano Solano.
Quando decise di cedere i
diritti della manifestazione al comune, in maniera assolutamente
gratuita, rifiutando le laute offerte che gli pervennero da più parti,
lo fece perché capì che solo in questo modo avrebbe consentito ad un
idea, ad una manifestazione, di vivere in eterno. Cosi fù.
Il Festival è indissolubilmente
legato al nostro paese, la popolazione lo aspetta come si aspetta il
Natale, alcuni lo considerano un figlio, un amico caro, un vicino di
casa; tutti gli vogliono bene. Per me, che dopo la morte di mio padre
sono presidente del comitato organizzatore, è un fratello minore, il più
piccolo dei miei fratelli.
Sono passati trent’anni ma il
Festival, nonostante le difficoltà che tutti gli anni incontriamo per
organizzare la manifestazione, mantiene la stessa freschezza degli
esordi: è stata ed è la più importante manifestazione degli arbereshe
d’Italia, che oggi, grazie alla legge regionale fortemente voluta
dall’On. Guagliardi, è pure istituzionalizzata.
Le canzoni si adeguano ai tempi:
le melodie malinconiche, una via di mezzo tra il pop italiano e la
canzone napoletana tradizionale, la fanno da padrone. In molte canzoni i
drammi della società moderna: l’emigrazione, la violenza, la guerra, lo
sfruttamento.
Il popolo arbereshe dimostra
anche con il canto la sua diversità e la sua rabbia, che è voglia di
esistere e resistere: Kendoni gra e burra kendoni me ne se lot i ven mir
vetim patrunit… diceva Pino Cacozza, senza dubbio il più famoso
cantautore arberesh, in una delle sue più belle interpretazioni, pur
sottolineando nei fatti concreti della vita quotidiana la sua
straordinaria voglia di non sentirsi chiuso in una riserva, in un
recinto, quasi a voler urlare: non vogliamo che nessuno ci chieda la
danza della pioggia, come accadde con gli Indiani d’America, ma siamo
diversi da voi.
Ci sentiamo diversi e
rivendichiamo la nostra diversità con forza, ma non ci sentiamo un
popolo morto, che ha la testa rivolta solo al passato. Certo il nostro
sguardo lo rivolgiamo sovente al passato, ove sono ramificate le nostre
radici, che ci consentono, dopo cinquecento anni di storia, di tenere
alta la nostra bandiera, ben florido il nostro albero. Ma il nostro
sguardo, lo sguardo delle nostre comunità, è dritto al futuro.
Oggi il Festival non è più una
scommessa. Quella è stata vinta da un pezzo. Non è più una novità, non
foss’altro per la storia che ha scritto in questi lunghi anni, è una
buona idea che, comunque, nonostante gli anni sulle spalle, necessita di
gambe forti per camminare.
Sono molti i figli di questa
manifestazione, forse tutti i moderni cantori arbereshe sono figli del
Festival; molti di loro hanno rinnegato il padre, ma la storia parla
chiaro.
Una buona idea, si diceva, che
necessita di gambe forti per camminare: quindi una organizzazione
capillare che prepari la manifestazione, che non può e non deve durare
una sola serata; un direttore artistico; un orchestra per eseguire i
brani dal vivo; un luogo fisico ove ospitare trent’anni di storia:
manifesti, testi, canzoni, ritagli di giornale, foto, dischi,
interviste, insomma un museo del Festival. Tutto questo, forse di più,
chissà.
E se così non fosse? Pazienza,
il Festival andrebbe avanti allo stesso modo, perché nello spirito del
suo ideatore vi era un legame enorme tra la manifestazione e la gente,
la gente comune, quella che per sentire le canzoni si portava la sedia
da casa, il popolo. Quella gente che tutti gli anni arriva a San
Demetrio Corone da ogni dove. Quella che anima i cuori dei nuovi cantori
arbereshe, che esaltano la folla, che scalpitano e scalciano quando
perdono, quando credono di essere loro il Festival, per poi ricredersi
quando vengono maciullati come pietre da quell’enorme rullo compressore.
Oggi, specie tra i più giovani,
ci si ricorda poco di Cosmo Rocco e più di Emiliana Oriolo. Non bisogna
sorprendersi, è la storia normale di una grande manifestazione popolare
come il Festival della Canzone Arbereshe. Meno male che è così.
Nessuno, men che mai il suo
ideatore, ha mai immaginato, quando ha pensato a questo Festival, ad una
sorta di Premio Tenco; forse si è ispirato di più al Festival di San
Remo, con le sue polemiche, le sue canzoni, quelle che vincono e
convincono e quelle che sulla carta devono stravincere ma poi arrivano
all’ultimo posto.
La giuria popolare, eterno
baluardo della manifestazione, è lo spartiacque tra quello che è oggi la
manifestazione e quello che non dovrà mai diventare, ossia un concorso
canoro riservato a pochi privilegiati musicisti, seguito da pochissimi
sfigati e dimenticato il giorno dopo. Tutto si può e si deve migliorare,
ma lo spirito originario della manifestazione deve rimanere intatto.
A trent’anni dalla prima
edizione, con alle porte una nuova edizione che incombe, mi commuovo
nello scrivere queste poche righe, sapendo di questo importante
riconoscimento.
Ma il Festival se lo merita! Si
è conquistato sul campo questo risultato, ed intende difenderlo con il
sacrificio, l’umiltà e l’amore di chi lo aveva ideato.
Adriano D’Amico |