
Appunti di storia
Maometto II, gli Aragonesi, i baroni…
L’arrivo di Skanderbeg in Italia e le
colonie “arbëreshe” di Puglia
di Alfredo
Frega
Era l’anno 1450 quando nel cuore dei Balcani si registrò un evento che
doveva poi segnare la storia non solo dell’Albania ma anche delle
regioni dell’Italia meridionale. L’esercito ottomano di Maometto II,
dopo la dura resistenza di Sfetigrado da parte della lega dei principi
albanesi guidati dall’eroe Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, fu
incredibilmente sconfitto a Croya. Si sconvolse così l’obiettivo dei
Turchi di impadronirsi dei Balcani e poi di Venezia, con il sogno
recondito, di innalzare la Mezzaluna sulla cupola di San Pietro. In tal
modo, Scanderbeg, che per più di un ventennio tenne lontano i Turchi dai
confini albanesi, tranquillizzò i principi cristiani e lo stesso
Pontefice che pensava una splendida crociata, che però non realizzò mai.
Il destino poi fu avverso all’Albania, anche se aiutata dagli Aragonesi
i quali, a loro volta, ebbero da Scanderbeg un grande contributo nelle
lotte belligeranti con gli Angioini, ma non dai Papi che non mantennero
le promesse fatte.
Una congiura, le cui vicende sono state narrate da Pontani (De Bello
Neapol., Napoli, Gravier MDCCLXIX, lib. II), rendeva malfermo il re
di Napoli ed inquieto il suo reame. Re Ferdinando I fu costretto a
sollecitare, nel 1459, aiuti a Scanderbeg. Questi, memore dei benefici
ricevuti dal padre Alfonso d’Aragona, detto “il Magnanimo”, affidava al
nipote Coiro Streso un corpo di spedizione di 5000 uomini. Sbarcato
egli stesso a Barletta, dove istituì la base per le sue operazioni,
sconfisse subito le truppe del principe di Taranto Orsini. Poi si
scontrò con i francesi conquistando la città di Trani con uno
stratagemma. Il duca Giovanni d’Angiò si salvò con la fuga per mare e
Jacopo Piccinini, comandante delle truppe francesi, si ritirò verso gli
Abbruzzi. Il principe Antonio Iosciano fu fatto prigioniero. In seguito
prese parte alla battaglia di Orsara che fu decisiva per le sorti di re
Ferrante. In tal modo l’eroe albanese liberò il monarca aragonese, che
sembrava soccombente, da una difficile situazione e gli permise di
riprendere gradualmente l’offensiva. Scanderbeg ebbe, a riconoscimento
degli aiuti prestati alla Corona, Trani, Siponto, Monte Gargano e San
Giovanni Rotondo.
Dal punto di vista politico, la partecipazione di Scanderbeg alla guerra
a fianco degli Aragonesi gli procurò sicurezza sull’altra sponda
dell’Adriatico, l’Albania, e la continuità di un’alleanza che, in
seguito, gli sarebbe stata utile. La posizione dello Scanderbeg nei
confronti del re di Napoli era ora di assoluta parità. Ritornando in
Albania, passò per Ragusa (l’attuale Dubrovnic) che gli tributò nuovi
onori (Particolari della parentesi italiana del Castriota li
riferisce Gino Pallotta nel suo libro Scanderbeg, edizioni italalb Roma
1958).
Molti dei soldati albanesi si stanziarono nei territori di quei
possedimenti pugliesi formando così alcune colonie, le quali ancora oggi
costituiscono memoria storica di quei tempi. Iniziava così l’esodo
storico degli Albanesi in Italia che si svolse ad ondate ed in epoche
diverse, mentre la loro patria era saccheggiata dagli invasori ottomani.
I profughi Albanesi si fermarono nei feudi del Castriota, nei latifondi
badiali e nelle commende. Solo dopo la morte dell’eroe Scanderbeg,
avvenuta ad Alessio nel 1468, suo figlio Giovanni, a seguito della
caduta della fortezza di Croya una decina d’anni dopo, guidò parte del
suo popolo verso l’esilio. Dopo stenti e vari patimenti sbarcarono in
Puglia. Furono accolti e destinati ai lavori agricoli nei feudi di
famiglia Castriota, altri si diressero in Calabria. Il resto è storia
nota.
Lo storico Domenico Zangari elenca le prime colonie che sorsero in
provincia di Lecce: Faggiano, Martignano, Monteperano, Roccaforzata, San
Giorgio Jonico sotto Taranto, San Martino, San Marzano di San Giuseppe,
Sternatia e Zolino. In provincia di Foggia a Chieuti, Casalnuovo di
Monterotaro e Casalvecchio di Puglia (Domenico Zangari, Le colonie
italo-albanesi di Calabria, storia e demografia, sec. XV – XIX, ed.
Casella Napoli 1941).
I
rapporti tra la terra di Puglia e quella delle Aquile hanno radici
antichissime, soprattutto per la vicinanza delle due coste che, nella
parte più stretta misura appena 75 chilometri. Bari è stata fondata
dagli Illiri nel VII sec. A. C.? Probabile. E le imprese del leggendario
Pirro in terra tarantina? E prima di lui Milone nel 281 a. C.? Poi gli
eventi che abbiamo sopra ricordato. A Taranto, il Rodotà ci ricorda che
gli Albanesi approdarono tra il 1461 e il 1478, mentre il Tajani
determina tra il 1473 e 1474 tali esodi.
La comunità arbëreshe più rappresentativa nella provincia di Taranto è
senza dubbio San Marzano di San Giuseppe, l’unico comune che sia
riuscito a conservare le caratteristiche di minoranza linguistica. E’ un
centro non grande ma abbastanza consistente con i suoi circa 8000
abitanti. Appartiene alla diocesi di Taranto e dista dal capoluogo 25
km. Il suo territorio è circondato da quelli di Sava, Fragagnano e
Francavilla Fontana. La sua storia è contrassegnata nel medioevo dalle
scorrerie e devastazioni ad opera dei saraceni e degli slavi, inducendo
gran parte della popolazione a rifugiarsi nei comuni vicini.
Il primo feudatario del luogo fu Ruggero di Taurisano che l’ottenne dal
principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini. Dopo Raffaele di Monterone
il feudo passò in eredità al figlio Roberto, che lo perdette perché
congiurò contro i re aragonesi. Carlo V vendette il casale a Demetrio
Capuzzimati, nobile capitano del Castriota, che aprì ai suoi
connazionali che si dedicarono al dissodamento delle terre. Dopo varie
successioni, fu acquistato nel 1530 dal Regio Fisco per soli settecento
ducati, a condizione che il casale avesse il diritto di essere
ripopolato da nuovi arrivi di gente dall’Albania. Fu anche dominio di
signorie dell’Epiro. Oggi, questa cittadina ha nell’agricoltura la
principale fonte economica ed è nota per la produzione di un famoso
amaro che porta il nome di una delle antiche famiglie dal cognome
prettamente albanese. Si conservano la lingua, anche se impoverita, e le
tradizioni. E la nuova generazione saprà custodire il ricco patrimonio?
Già i giovani……...altra storia ancora da scrivere!