ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

PERCORSI  DELL’ IDENTITA’

Di Michele Gangale

 

Appunti sulle comunità di madrelingua arbyresh  in Italia

 

Le popolazioni arbyresh  sono presenti, a partire dal  XV secolo, in diverse regioni  dell’Italia   meridionale, in villaggi che esse hanno  fondato o ripopolato; provenienti ,per larghissima parte,dall’ Albania meridionale o dalla   Grecia, gli  arbyresh hanno raggiunto, in diverse ondate, le sponde italiane, per sfuggire alla pressione turca nei balcani. 

Attualmente  la popolazione di madrelingua arbyresh ammonta a  9O.OOO  persone, insediate in  quarantuno comuni, tuttora albanofoni; gruppi numerosi di arbyresh si trovano, inoltre, in  grandi citta  come Roma, Torino, Milano, dove si sono trasferiti  per lavoro nei decenni recenti.

Si tratta per lo più di piccole comunità   (1OOO/3OOO  abitanti), tradizionalmente di contadini e di artigiani;nel partire dai lidi balcanici, esse hanno portato con sè    e hanno conservato  pressochè intatti fino agli anni  cinquanta (nonostante  l’assenza di qualsiasi legge di tutela)  una lingua dai tratti molto arcaici, un patrimonio di  tradizioni, di leggende, di canti popolari attinenti momenti  fondamentali del vivere (la nascita, la morte, l’amore, la partenza, un  rapporto “ingenuo “ con la natura ), il cristianesimo    di rito orientale (riferimento culturale forte e unificante), oggi  conservato nelle due eparchie di Lungro e di Palermo (in Calabria e in Sicilia). Tutto ciò è stato possibile per il concorrere di diversi fattori : il carattere compattamente arbereshe delle comunità,  l’isolamento nel territorio  (nel passato, nel  Meridione,  erano poche le strade, rari e difficili i contatti e gli spostamenti), l’adesione affettuosa  alla propria lingua, ai propri riferimenti culturali e religiosi, considerati  segni di identità e di  riconoscimento(1) .

    In Italia è nata e si è sviluppata (a partire dal  XVI secolo )  una cultura e una letteratura scritta arbyresh, ma essa ha riguardato un’elite; nel I882  veniva  istituito a S.Demetrio Corone (in Calabria), nel collegio di S.Adriano, la cattedra di  lingua e letteratura albanese,  affidata a Girolamo De Rada; in alcune sedi universitarie   trova spazio oggi  lo studio delle tradizioni e delle parlate arbyresh. Fatti culturali importanti, ma che hanno riguardato settori sociali molto esigui e che hanno avuto scarsissima incidenza sociale.

     Raro e  inadeguato si è rivelato , inoltre, l’apporto delle componenti sociali  che, in passato, avevano potuto accedere all’istruzione. Si pensi alla piccola borghesia  impiegatizia. Essa  , in genere, ha vissuto il rapporto  con la cutura della minoranza arbyresh in termini retorici, come curiosità  culturale  o storica, in termini frammentari e di corto respiro, e qualche volta nel segno del rifiuto o della rimozione, in quanto cultura legata a un mondo umile, di contadini e di braccianti.

      Una minoranza linguistica quale quella arbyresh, che si  è espressa per secoli attraverso una cultura prevalentemente orale, ha cominciato a conoscere una situazione quanto mai contraddittoria e drammatica a partire dagli anni sessanta :  le comunità arbyresh  hanno visto il proprio tessuto culturale e sociale sconvolto dalla depressione economica e dall’ emigrazione, si sono trovate prive di qualsiasi tutela ,  fragili e prive di risorse per ridefinirsi, per non subire passivamente l’influenza  dei media.  La stessa scolarizzazione di massa non ha  aiutato la minoranza arbereshe:  l’insegnamento, infatti, era  ed è impartito solo in italiano,  la scuola, in genere, non dedica spazio o attenzione  alla cultura arbyresh.  Il bambino, pertanto, è portato a sminuire l’immagine della propria cultura o di quanto di essa sopravvive.

     Il patrimonio  linguistico e culturale di queste comunità,  da alcuni decenni, vive dunque una profonda crisi.

Solo una  svolta, una tutela sostanziale, il delinearsi di  un’ attenzione e di una sensibilità nuove, che si accompagni alla  cessazione delle migrazioni verso le aree industrializzate e prospetti condizioni di sviluppo, potrebbe segnare una inversione di tendenza, potrebbe in parte risarcire la “ perdita”.

     

La parola e lo sguardo

 

Ancora negli anni cinquanta e sessanta,nelle piccole comunità  arbyresh del crotonese, sopravviveva pressochè intatta, la lingua arberisca,usata ogni giorno nella vita di relazione, sugli usci delle case,nelle piazze.

Essa custodiva ,e in misura minore custodisce ancora, parole antiche, per esprimere il canto nuziale, per lamentare i morti,per chiamare gli astri,il cielo,le campagne.

Al ricordo, si risvegliano nella memoria parole ed espressioni  proprie di  una società che,ancora nella prima metà degli anni sessanta , era contrassegnata da bisogni essenziali , da condizioni diffuse di povertà  e da caratteri  culturali condivisi.

 La lontananza  invita al raccoglimento ,fa vedere sfumature e contorni prima inavvertiti, fa  ritrovare tracce , frammenti e immagini di quel mondo; il  profilo di un monte,il muro di pietra  e la piazzola di un villaggio carsico,,il campanile e la fontana, risvegliano immagini e parole antiche,parte integrante del vivere.

Tornano suggestive le parole di Josè Saramago:”bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola,non ci vediamo se non ci allontaniamo”(2).

Si avverte  il bisogno di ri-ascoltare, di tornare a condividere  quelle parole.

E poi le leggende, i canti popolari…disegnano un mappa della memoria, una mappa segnata da rughe e angolature; alimentano un bisogno di ri-conoscimento,di resistenza culturale.Essi parlano di miti antichi, di un mondo,certo. in gran parte scomparso;ma la memoria ha bisogno tuttora di recuperare e custodire quelle parole e quei suoni.in quanto essi  alimentano fermenti nuovi e attuali, allorché rievocano  un mondo inserito nel ciclo delle stagioni,un rapporto “ingenuo” con la natura, con le sue voci e con le sue creature,allorché esprimono, nel segno del destino sfortunato, la precarietà del vivere,il senso del limite e della fine.  (  Silvana Licursi e il Gruppo di Ricerca Musicale di Lungro “Moti i paar” hanno dato una interpretazione particolarmente  intensa dei canti popolari arbyresh).

La lingua madre come lingua della madre . Questo scenario ha trovato un interprete  nel romanzo “la moto di Skanderbeg” dello scrittore arbyresh   di lingua italiana Carmine Abate(3).Qui  ,nella cornice del piccolo borgo calabrese, la figura della madre assume grande rilievo; essa rappresenta un riferimento affettuoso: attornia  della sua presenza discreta e leggera il personaggio protagonista, lo accompagna nelle sue fughe.                           

Essa ha un rapporto immediato con la vita, col fare, col nutrire;media nella vita familiare e sociale; attraverso la  “parola”, mai vana,si sofferma  sui momenti  “critici”  della vita familiare e sociale : la morte, la partenza , il ricordo. Le parole della madre si rivelano particolarmente toccanti  quando    ricalcano espressioni arbyresh con quel ritmo   cantilenante e propenso alla invocazione proprio della cultura orale.

Nel romanzo di Abate la figura della madre  è momento fondante della vita sociale, riconduce  alle antiche storie oggi quasi dimenticate, a  quel mondo magico e mitico che viene rivisitato  e inverato dallo Scrittore nei suoi significati  profondi e umani.

Il rilievo della figura della madre si può riscontrare in diverse culture e letterature; nell’ambito delle letterature a noi vicine, si può pensare al rilievo che assume la madre  in un narratore sloveno come  Cancar, si può pensare al romanzo  Le savrine di Tomsic,  oppure al personaggio femminile che racconta  del mondo popolare istriano nella   Valigia di cartone  di Nelida Milani .

Un mondo in cui gli sguardi rivelano il volto profondo dell’altro. Lo sguardo come dimensione irripetibile e indimenticabile: “è ciò che di lui mi ricordo meglio. Per ricordarmi con precisione  il viso e le fattezze del suo corpo, a volte devo guardare una sua fotografia... ma lo sguardo mi è dentro e lo vedo, quando voglio, ancora vivo”(4).

Lo sguardo nelle antiche storie, ricche di suggestioni magiche, riassume l’umano, la

 vita , come avviene nella bellissima storia del serpente raccontata dalla madre:

“... quella sera mia madre mi raccontò una storia antica, successa proprio a Hora.Di un uomo morto in guerra che era ricomparso a casa sotto forma di serpente. Non parlava, ovviamente, chè i serpenti non parlano, ma guardava i  familiari con gli occhi supplichevoli, tremava un poco, aveva freddo, era morto in Russia, e allora la vecchia madre     disse che lo dovevano tenere con loro, chè quello era il figlio tornato dalla guerra. Lo misero al caldo tra le coperte  del cassettone, e lui si acciambellò e si addormentò subito. Così fece di nuovo parte della famiglia, usciva dal cassone solo all’ora dei pasti e poi tornava al caldo delle coperte, nel buio” (5).

 

Il mito dell’erranza

 

Nelle comunità arberische,una memoria fondante ,da ripercorrere e da riconsiderare oggi  è rappresentata dal mito dell’erranza.

Esso  si  riassume nell’espressione “Gjaku i shprishur “(il seme disperso)richiamata e condivisa fraternamente dagli arbyresh  allorché  si incontrano  .

Si tratta di un mito remotissimo,preesistente all’occupazione turca dei balcani nel XV secolo,un  mito pre-statale, “ancestrale”.”Non è un mito politico,né geografico”(6). Esso allude  a una memoria remotissima,alla  vita nomade delle popolazioni albanesi, all’importanza dell’aiuto reciproco e della solidarietà per sopravvivere.Esso richiama altre culture mediterranee.Si pensi alla “cultura della tenda “ di cui parla Ben Jelloum.Popolazioni di pastori e di nomadi potevano sopravvivere nel deserto, a condizione che manifestassero solidarietà reciproca(7).

Il mito dell’erranza si esprimeva altresì nella bellissimo rapsodia “Oj e bukura

 Morè”:

“Oj e bukura Morè,

si ty le u mo ning ty pe.

Atiè u kam zhotin taty,

atiè u kam u zhonjin momy

Gjith mbuluar gjith mbuluar

Gjith mbuluar te dheè.

(O bella Morea,

da quando ti ho lasciata, non ti ho più rivista.

Lì io  ho il mio signor padre,

lì io ho la mia signora madre,

tutto raccolto,tutto raccolto,

tutto raccolto nella terra).

 

E’ il canto struggente della diaspora conosciuto presso  tutte le comunità arbyresh e “cantato nelle nenie rituali della Pentecoste in ricordo della caduta di Costantinopoli, la capitale della loro fede”(8).

 Il mito è tale perchè è “numinoso”, si

esprime cioè con la parola fascinosa, radicata e antica delle parlate arbyresh.

Penso che Il mito dell’erranza, che appartiene a diverse culture dell’area mediterranea, rivisitato oggi  in una certa direzione, si presenti ricco di implicazioni  culturali:

-in un mondo in cui  spesso i riferimenti al territorio e al confine hanno assunto grande centralità, e in cui  spesso il riferimento al confine significa culto del confine, segno

 di frattura e contrapposizione, una suggestione culturale deriva da parole antiche    del tutto estranee a ogni culto del confine e del territorio;

-la parola come segno di riconoscimento e veicolo di memoria condivisa ha rappresentato e rappresenta un terreno di ricerca  nella cultura contemporanea: si pensi al poeta lucano Albino Pierro che venute meno le speranze nel futuro,  smarrito lo spazio della comunicazione,  si volge alla parlata antichissima di Tursi per rintracciare i segni di una identità e di un possibile dialogo tra passato e presente: “sul  piano esistenziale Albino Pierro invita a una discesa nel regno sotterraneo dei significati  autentici”(9).

-il mito del seme disperso può richiamare la dimensione dello “spaesamento”,che con modalità e gradazioni diverse attraversa le società contemporanee; può proiettarsi verso il”nomadismo culturale”, cioè può rappresentare uno stimolo ad aprirsi all’altro, a dialogare con le culture, a considerare e a vivere in positivo la dimensione dell’arcipelago, a considerare l’identità e la differenza entro un mosaico di differenze(una ricerca in tal senso    è viva nella cultura contemporanea ,si pensi a Magris, Matvejevic, Cacciari).

 

 

Le parole della lingua madre e i percorsi dell’identità

 

Nel nominare le cose, le parole della lingua madre esprimono risonanze emotive significati complessi,nella parola si addensano significati, la parola esprime tracce di una visione del mondo,veicola il passato individuale e collettivo.

Così nelle parlate arbyresh non si usa mai indicare col solo nome la persona morta, si usa bensì  fare precedere il nome del morto  da un’espressione che significa “il perdonato del Signore”,espressione che lascia intravedere l’aldilà come realtà inquietante e segnata dal mistero.

Una lingua certo,per vivere e per durare ,oltre che esprimere i momenti familiari affettivi, ha bisogno di  manifestarsi nei momenti collettivi e alti di una comunità.Voglio ricordare in proposito un episodio significativo.

Nelle comunità arberische del crotonese si dice messa in lingua italiana  secondo il rito cattolico,

da tempo “immemorabile”, ovvero da quando il rito orientale è stato soppresso dalla Chiesa nel corso del 1600. Oggi ,in un quadro storico e culturale mutato, è possibile   dire messa nella lingua minoritaria ed è possibile ripristinare  l’antico rito, come peraltro è gia avvenuto nel corso del secolo appena trascorso nelle comunità arberische dell’area cosentina e palermitana.

E’ quanto va facendo in questi ultimi anni il sacerdote di  Shi Nikoli (S:Nicola dell’Alto,Crotone) Giovanni Giudice.

Così oggi,in questo paese del crotonese,durante la celebrazione della messa, l’espressione rituale “Corpo di Cristo” diventa “Kurmi i Krishtit”: una lingua pensata fino a pochi anni fa come lingua da dimenticare o da ignorare,in quanto lingua di contadini , di braccianti, di gente povera,diviene ora veicolo per esprimere i valori e i misteri cristiani .Ripristinare il rito significa recuperare una memoria antica.Il riferimento religioso cristiano,conosciuto attraverso il rito greco-poi dimenticato- aveva rappresentato un riferimento culturale forte delle popolazioni arbyresh e le aveva accompagnate nella diaspora .

Nelle testimonianze orali raccolte  da Enrico Ferraro  a Pallagorio (Puheriu) –piccolo paese arbyresh del crotonese- e ancora inedite(10), si rivela quanto mai interessante la figura della narratrice,:in quanto i contenuti del suo racconto e il suo modo di porsi verso gli altri, esprimono bene caratteristiche di queste comunità e convinzioni diffuse:

l’dentità della narratrice è legata alle antiche leggende, ai ritmi lavorativi, al territorio e alla sua conformazione,ai riti stagionali,ai saperi che alimentano la cultura materiale;un’identità che non esprime mai opposizione o contrapposizione verso altre comunità e che si manifesta  soprattutto attraverso la madrelingua arbyresh, attraverso le parole antiche che raccontano e nominano le cose,il farsi dei giorni,la memoria,le luci e le ombre:

la lingua si configura come parte integrante del proprio esistere, non ha bisogno di venire richiamata,ribadita o enfatizzata; essa è accolta e vissuta pacatamente.

A tratti, spontaneamente, una illuminazione: “nella nostra lingua si dice così”, di una ragazza si dice “Sei  bella come un oleandro”.

Si manifesta in tal caso,esplicitamente, e viene pensata e proposta pacatamente,la propria specificità culturale. Per brevi illuminazioni, la parola si pone come dono e come gioia, come segno di riconoscimento e come veicolo di memoria condivisa.

Naturalmente l’identità culturale non è un fatto statico definito per sempre.Essa può conoscere apporti nuovi . Nel corso di cinque secoli le popolazioni  di madrelingua arbyresh hanno conservato lingua e tradizioni, ma hanno altresì interagito con le vicende storiche    delle popolazioni dell’italia meridionale

La storia di queste comunità  è parte della vita sociale e della storia del mezzogiorno,cioè del mondo in cui queste comunità sono inserite e col quale hanno condiviso molte cose.

Hanno condiviso le esperienze migratorie e per tale via si sono sentiti vicini agli altri  migranti,calabresi o siciliani,  o agli altri gasterbeiter  turchi o slavi  nelle fabbriche  o nei cantieri in Germania,hanno condiviso con le popolazioni del crotonese le lotte sociali per la terra in questo secondo dopoguerra, due fatti che rappresentano  parte profonda della loro memoria e della loro identità pluriculturale.

L’identità,come si vede, può conoscere nel tempo apporti culturali nuovi,può approfondire e ridefinire se stessa(11)

 

Di qua e di là dal confine

La letteratura di frontiera

 

 Sono  giunto a Trieste la prima volta nel lontano 1979.Venivo dalla Calabria. Mi riempiva di curiosità e di gioia avvicinarmi e conoscere una città  e una regione “laboratorio culturale”.

Ci sono voluti molti anni per cominciare a capire Trieste;ho scoperto che nella città  covavano memorie divise,semplificazioni etniche, raramente si considerava  che si può essere partecipi di due culture,che esistono  identità al plurale.

Più di una volta  in una classe liceale,durante la conversazione coi ragazzi, mi è capitato di cogliere, nelle parole dette o nell’espressione di un volto, le tracce delle storie famigliari,delle memorie divise,  della distanza rispetto all’altro.

Su uno scenario più ampio,poi,nei territori dell’alto adriatico,in questi anni, i conflitti balcanici hanno introdotto nuove distanze; la propaganda “nazionale” dei diversi paesi balcanici si è insinuata ed ha inciso nei pensieri,nei comportamenti delle persone,nei rapporti interpersonali.La scrittrice Slavenka Drakulic,in viaggio verso Lubiana e Fiume, si trova nello stesso scompartimento con altri viaggiatori slavi,e registra i mutamenti intervenuti:non si manifestano (come invece succedeva in passato ) segni di cordialità;si ha quasi paura di parlare,in quanto la lingua rivelerebbe chiè croato e chi è serbo. rivelerebbe il “nemico”;muta la percezione del paesaggio:esso appare mutato in quanto segnato da confini ben visibili.(12).

Sul piano storico la presenza del confine ha segnato a fondo    questi territori,un confine “mobile” nella storia di questo secolo, e questa “mobilità” ha contribuito ad alimentare di volta in volta passioni nazionali che hanno coinvolto le popolazioni,hanno segnato il vissuto, hanno determinato il tempo dell’attesa, quel “tempo sospeso “ che le minoranze spesso conoscono(13).

Sono poi durati molto a lungo altri “confini”,ovvero le separatezze, le distanze culturali e psicologiche. Ancora oggi,peraltro, in queste aree sono rari i percorsi di conoscenza e di comunicazione. L’espressione “culture come risorsa”  raramente si trasferisce sul terreno del “fare”,

dei percorsi da fare circolare,da costruire e da condividere a livello di tessuto sociale.

In questo scenario, per chi viene  “da fuori” –o da lontano-,e soprattutto se parla una lingua “povera”, è faticoso “con-vivere”, in una società  ancora ignara dei diversi volti dell’Italia,della ricchezza delle sue storie e delle sue culture e in cui i riferimenti linguistici locali continuano ad alimentare separatezze,è faticoso intravedere varchi, vivere l’identità come complessità, come percorso che conosce apporti culturali diversi.

Eppure in queste aree si è espressa talvolta  una cultura e una letteratura       che, a partire dal  riferimento alla  “frontiera” reale e/o simbolica, si é interrogata sull’altro, sui volti dell’altro, sulla complessità, sulle diverse storie che hanno segnato  i territori dell’Alto Adriatico(14). 

Scrittori di matrice culturale e linguistica diversa (Tomizza, Milani,Menichini,Tomsic, Rakovac, Zanier,Depangher), attraverso una scrittura sobria , con modi  a volte sommessi,  hanno espresso  alcuni nodi di fondo; hanno “pensato  il confine”, cioé hanno considerato il rapporto tra la propria storia e le altre storie, hanno considerato le tensioni, le aspettative e le fratture, i caratteri culturali in un’area così composita.

La lingua  si fa scrittura, si fa dono , si fa ponte verso l’altro, disegna la terra,

alimenta la speranza.

Una delle voci più significative in tal senso  é Nelida Milani, autrice della “Valigia di cartone”,un’opera di narrativa pubblicata da Sellerio che ha fatto conoscere la scrittrice istriana a un pubblico nazionale.

La  scrittrice  tratteggia  affettuosamente, a tratti con pudore, i caratteri del mondo popolare istriano.

Nel racconto assume rilievo il territorio istriano mistilingue,nel quale a volte prevaleva il croato(nella variante cacava),altre volte la parlata veneta,nel quale si verificavano travasiu da una lingua all’altra,e la popolazione partecipava ,in certa misura, delle due culture e delle due lingue ambientali.

Nelida Milani racconta  con animo sobrio, con l’animo di  chi  si interroga sulle proprie radici, di chi sa che esistono identità al plurale, di chi sa che le ideologie degenerano nel momento in cui il rispetto della persona viene meno, nel momento in cui assumono centralità i parametri etnici, con l’animo di chi conosce le fratture provocate dai nazionalismi e si sofferma sul male profondo, sulle separatezze legate alla   assenza di canali  di comunicazione tra  città e campagna, tra l’Istria costiera e l’Istria interna.

 

Volgendo lo sguardo verso l’area friulana, un modo singolare e straordinariamente moderno di vivere il rapporto con una comunità minoritaria , si può cogliere in Dino Menichini, scrittore di lingua e di formazione culturale italiana, nativo delle  Valli del Natisone, un territorio del Friuli caratterizzato da una parlata paleoslava.Lo scrittore manifesta  simpatia  verso la  lingua e la cultura di popolazioni vissute ai margini; radicate nelle valli, esse condividono un paesaggio,  la cultura materiale, le tradizioni, le migrazioni. Nella raccolta di poesie “Paese di frontiera”(15), l’affetto verso i microcosmi delle valli si esprime attraverso soluzioni stilistiche di grande suggestione: lo scrittore inserisce entro la tessitura del testo poetico italiano, espressioni slave a lui familiari, conosciute e condivise sin dall’infanzia, espressioni che riconducono ai tratti culturali di fondo delle Valli, veicolano momenti intensi della comunità:l’augurio, la preghiera, la semina, i riti legati alle stagioni.

Si riportano a mo’ d’esempio, alcuni brani:

 

Da quanti anni,da un tempo immemorabile,

il povero paese di frontiera

si restringe ancor più nel mite lume

del Natale…

Dobar bosic ti sussurravo, e attendere

la risposta An tebè, e il tuo bacio, era

il Natale più vero.

 

 

Dicevi Sèjmo sèjmo, dobro lìato,

opitono  an bogato, - e l’anno nuovo

nella ridente voce prometteva

l’abbondanza sognata e mai goduta.(16)

 

Esprimono fermenti e varchi nuovi nello scenario triestino le pagine di uno scrittore recentemente scomparso,Giorgio Depangher. Scrittore di formazione culturale italiana, di origine istriana,

Depangher ha conosciuto la ferita dell’esodo,nel 1954,infatti, a 13 anni,  ha abbandonato Capodistria con la propria famiglia per raggiungere  Duino Aurisina;la sua ricerca espressiva si sofferma sul difficile crinale triestino e lascia intravedere una “misura”  nuova, allorché considera che le cose, le piante e i paesaggi che ci attorniano.si possono nominare “diversamente.

Così nella poesia I silenzi nella città, il poeta esprime sorpresa e scoramento  per  le “separatezze” che si registrano nella città e lascia intravedere nuovi percorsi:

 

Nel paese della bora,dal mare al Carso,

cortine di nebbia

ristagnano.

Identità  si specchiano

Mute

Nella loro chiusa diversità.

Dell’assurdità del guardarsi

E del non vedersi,

del parlare

e del non sentirsi,

di quest’esser contemporanei

allo scoiattolo bruno

e mai alla rjava veverica,

al bianco calcare

e mai al bel apnenec,

al verde ginepro

e mai allo zeleno brinje.(17)

 

E in Incontro a Tomaj,in un dialogo affettuoso con Srecko Kosovel, il poeta  manifesta la speranza che un giorno la lingua di Srecko diventerà anche la sua:

 

Dialogherò col tuo vento

della strada fin qui percorsa

delle parole

adagiate

sulle doline

cresciuti agli sguardi

fieri della mia fanciulla

per incontrarti a Tomaj.

 

Quel giorno,Srecko,

dentro un momento di bora,

la tua lingua diventerà

anche la mia.(18).

 

 

 

C’è bisogno  di attingere   miti e simboli nuovi:

 

Sui volti segnati

di sole e di forza

leggo antiche radici

comuni con genti

di là dal mare, il rosso

della terra e del vino,

i ginepri della riservatezza,

il ricorrente sommacco della tradizione.(19).

 

Il discorso sull’”altro”qui sembra allargarsi,lascia intravedere migranti. sembra andare oltre i confini di Trieste.

Depangher si è impegnato altresì nel  lavoro della traduzione dallo sloveno (Gruden,Preseren).

E’ un evento rilevante, sul piano culturale e sociale. La prospettiva del con-vivere e della conoscenza reciproca , passa infatti anche attraverso questo passaggio,attraverso l’attività del “traghettatore di parole” che, pazientemente e con amore, trasferisce (per quanto ciò è possibile)

“parole” (cioè suggestioni,immagini), da una lingua ad un’altra lingua

In tale prospettiva, le culture entrano in contatto, possono dialogare , e le “lingue” tornano a configurarsi come ponte verso l’altro.

Un contesto sociale e culturale avvertito come propizio,può invitare lo “straniero” a scrivere, a proporre come dono le cose belle della propria cultura.

E’ quanto è avvenuto a Bozidar Stanisic, scrittore bosniaco,profugo da Sarajevo,autore di testi poetici in serbo-croato,  tradotti  da Alice Parmeggiani e pubblicati dall’Associazione”Ernesto Balducci” di Zugliano.

 

A tratti,Bozidar, dalla nuova “patria” friulana, da Tualis, attraverso i  paesaggi, i cieli, le amicizie del paese dove vive, pensa e riconosce i cieli della Sarajevo  ospitale, delle cose belle della città bosniaca(Leopardi diceva che un paesaggio ,una campagna diventano  belli allorchè  risvegliano rimembranze).

Accostare Tualis a Sarajevo rappresentaa una fuga straordinaria, che arricchisce   i colori della  cultura locale, della cultura friulana(20).

Una cultura,infatti, non è qualcosa di statico; essa ha bisogno di apporti nuovi, ha bisogno di ripensare e di ridefinire valori.

 

 

Le parole misteriose dell’altro

 

Un certo giorno ho sentito il bisogno di avvicinarmi alle parole per me misteriose dell’altro.E’ capitato dopo la lettura di Srecko Kosovel in traduzione italiana, mi colpivano i percorsi carsici del  Poeta, la sua scrittura parlava,ora affettuosamente, altre volte dolorosamente, di un mondo vicino  agli scenari  umani e sociali della mia terra calabrese; ho voluto così  imparare a “decifrare” alcune pagine  di Kosovel, nella lingua originaria.:

ecco che le  parole assumevano un volto, tratteggiavano contorni e immagini, che sentivo misteriosamente vicine. Il campanile di Tomaj , le case del villaggio carsico accerchiate dalle ombre della sera,le strade bianche, la partenza dei migranti, il paese della fame, le donne che rientrano a casa dai campi. Scenari umani e sociali che conoscevo. che mi riportavano nella Calabria dei paesi.  

Ho provato un raro momento di gratificazione nel “condividere” quella lingua,cioè quel mondo sentimentale che assumeva  luce e contorni,che si rivelava attraverso la “parola”.

La lingua di Srecko Kosovel nominava le cose, procurava emozioni,si configurava come luogo di incontro,come veicolo di dialogo.

 

 

 

N o t e

1)Cfr.F.Altimari,Gli arbereshe:significato di una presenza storica,culturale e linguistica,in                  I dialetti italo-albanesi,a cura di F.Altimari e  L.M.Savoia,Roma,1994

2)Josè Saramago,Il racconto dell’isola sconosciuta,Torino 1998,p.27

3)C.Abate,La moto di Scanderbeg,Roma,1999

4)Ivi,p.177

5)Ivi,p.112

6)G.Gangale,Lingua arberisca restituenda,Crotone,1976,p.65

7)Si veda T.Ben Jelloum,Ospitalità francese,Roma,1992

8)G.Gangale,op.cit.,p.68

9)R.Luperini,La scrittura e l’interpretazione,Palermo,1988-vol.III,tomo III,p.674

10)E.Ferraro,Frammenti di vita a Pallagorio,manoscritto inedito,in lingua arbyresh,accompagnato da traduzione italiana,presso l’autore.

11)Alcuni papas  e studiosi, in Calabria e altrove,usano parlare a volte dell’Albania come “madrepatria”,per sottolineare   l’unità “etnica” delle popolazioni “albanesi”.Una tale impostazione dimentica che gli arbyresh venivano da diverse aree balcaniche,ma in particolare dall’Albania Meridionale  e  dalla Grecia meridionale( Morea,ovvero Peloponneso)

e ignora  i “percorsi identitari”, l’incidenza,cioè, delle  vicende storiche,gli apporti nuovi che sono intervenuti in cinque secoli e che hanno portato le comunità arbyresh e le popolazioni schipetare a percorrere  itinerari storici e culturali diversi.

Gli arbyresh,in realtà, non hanno una terra originaria e storicamente determinata cui ricondursi  o richiamarsi.Nel comune sentire gli arbyresh sono del tutto estranei  in particolare alle elaborazioni dell ‘ ”albanesità”(discendenza comune dagli illiri, culto dell’etnia e della nazione,ideologia del nemico),coltivate nell’800 e nel 900,e tuttora resistenti nel tessuto sociale,in Albania.

Per gli arbyresh la “madrepatria” può consistere piuttosto in un mito,nel mito della Morea, ovverossia nel mito dell’erranza, da rileggere e da “inverare”.

La collaborazione tra comunità arberische e comunità schipetare va maturata sul terreno della ricerca culturale tra lingue imparentate,e ancor più sul terreno della ricerca  e della condivisione di un ethos più alto, sul terreno  dell’impegno per il con-vivere nell’area balcanica ,fuori da qualsiasi animosità “etnica”.

12)Si veda Slavenka Drakulic,Balkan express,Milano,1993

13)Si veda Il confine mobile, Atlante storico dell’Alto Adriatico,1866-1992,a cura dell’Istituto Regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia,Trieste,1995.

14)Sulla letteratura di frontiera si veda E.Guagnini, Scritture di frontiera e frontiere di scrittura,in

“Letteratura di frontiera”, Bulzoni, anno 1,n°1,gennaio-giugno 1991

15)D.Menichini,Paese di frontiera,Udine, I972

16)Ivi,p.11

17)G:Depangher,I silenzi della città,Forlì,1984,p.29

18)G.Depangher,Con l’altra parte di me,Forlì,1987,p.11

19)G.Depangher,Con l’altra parte di me,Forlì,1987,p.20

20)Bozidar Stanisic, Primavera a Zugliano,Zugliano, 1993, p.39

 

Michele Gangale (Carfizzi ,prov.Crotone,1950), ha conseguito  la laurea in  materie letterarie a Bari e il  dottorato in filologia  moderna a Padova.

Vive dal 1979 a Duino Aurisina,dove è stato cofondatore e presidente dell’associazione culturale

“Il Circolo 1991 – Krozek”.

Docente di letteratura italiana e latina, coordina  il laboratorio multiculturale del “Liceo Scientifico Statale “M.Buonarroti”  di Monfalcone.

 

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