La
bandiera di Skanderbeg
(di Kristo
Frashëri, trad. di Francesco Marchianò)
Come tutti i signori del
Medioevo, anche Giorgio Castriota Skanderbeg aveva lo stemma di famiglia
che, dipinto sulle bandiere o inciso sugli scudi, simbolizzava il
proprio potere. Secondo Marino Barlezio, Skanderbeg teneva in battaglia
la bandiera dei Castriota: una bandiera rossa ricamata con un’aquila
bicipite nera. Dice poi che gli Albanesi quando vedevano “le bandiere
dell’aquila” accorrevano senza chiedere per combattere contro il nemico
ottomano sotto la guida di Skanderbeg. Un artista italiano del XVI sec.
ci ha dato per mezzo di un’incisione la rappresentazione figurativa
dello stemma araldico dei Castriota: uno scudo bianco screziato con
un’aquila bicipite, mentre nella parte superiore una stella a sei punte.
A parte questo, sulle due teste dell’aquila erano posate due corone
reali. Ignoriamo dove si sia riferito l’artista italiano nella
rappresentazione di questo stemma. Almeno le due corone reali suscitano
una sorta di dubbio. Le corone, così come sono qui raffigurate,
rappresentano un elevato potere imperiale o un duplice potere regale,
come accadeva per esempio presso i Bizantini il cui sovrano si chiamava
Imperatore d’Oriente ed Occidente. Skanderbeg fino a quando visse non si
definì mai re e tanto meno duplice monarca. Re venne definito solo tardi
da alcuni scrittori stranieri monarchici ai quali sembrava strano che
una personalità tanto grande non fosse incoronata sovrano. Dunque sembra
evidente che le due corone reali siano state aggiunte dall’artista
anonimo sotto l’influenza della letteratura del XVI sec. Lo stemma dei
Castriota la troviamo incisa in altre incisioni dedicate a Skanderbeg.
Ci sono sicuramente differenze tra loro ma in tutti i casi il motivo
centrale resta l’aquila bicipite.
La vera forma sembra che la
rappresenti un libro religioso preparato e decorato da un artista
napoletano nell’epoca in cui era vivo l’Eroe. Il libro è dedicato e
regalato a Skanderbeg come è annotato in esso. E’ un libro di preghiere,
il cui valore consiste non nel contenuto, ma nelle miniature che
ricoprono e abbelliscono le sue pagine. Ci sono molte possibilità che
sia stato donato a Skanderbeg durante gli anni 1461-1462, quando il
nostro Eroe andò a Napoli per aiutare il proprio alleato, il Re
Ferdinando, nella repressione dei feudatari dell’Italia meridionale. Il
dono di un napoletano nelle mani di Skanderbeg in questi anni è molto
significativo. Come opera di valore artistico essa assumeva il
significato di sentimento di riconoscenza dei napoletani verso
Skanderbeg. C’è la probabilità che il dono sia stato consegnato a
Skanderbeg durante la visita che fece a Napoli agli inizi del 1467.
Comunque sia il libro sembra essere uscito dalle mani dell’artista
napoletano prima del 1468. Oggi esso si trova nella collezione di
manoscritti e stampe antiche che porta il nome dell’editore inglese C.
G. St. John Hornby presso la casa editrice “Shelley House” a Chelsea
(Londra).
In Albania non si è mai
parlato di questo documento. Ma a quanto si sa, di esso non si è parlato
neanche nella storiografia sul nostro eroe nazionale che è molto ricca.
Nessuno ne ha fatto qualche descrizione dettagliata.Non sappiamo,
quindi, quante pagine abbia e da quante miniature sia illustrato.
Abbiamo in mano solo una pagina fotocopiata. Il testo, che è in latino e
di nessuna importanza, è circondato da una cornice ornamentale e
arricchito di cinque miniature con soggetto religioso e non. Tra questi,
il medaglione che si trova in fondo alla pagina, ha un interesse di
prima mano. Il suo contenuto è direttamente collegato a Skanderbeg.
Il medaglione è formato da
una corona che si chiude nella parte superiore con foglie d’alloro
stilizzate che rappresentano, secondo la nostra opinione, la gloria di
Skanderbeg. Rafforzano questa supposizione i sei putti che sorreggono la
corona con le proprie mani. Dentro la corona è dipinto uno scudo che
viene tenuta altresì in mano da due putti. Lo scudo simboleggia di nuovo
Skanderbeg, il difensore della libertà e può essere, per il pittore
napoletano, il difensore dell’Italia dall’invasione ottomana. Lo scudo,
da parte sua, è divisa in due parti. Nella parte sinistra è dipinto lo
stemma di Skanderbeg, mentre a destra non si distingue chiaramente se ci
sia una pantera, un leone o altro. Si ha a che fare quindi con un
elemento molto prezioso per valore storico perché si è davanti alla più
antica rappresentazione dello stemma di Skanderbeg, fino al periodo in
cui era in vita l’eroe.
Lo stemma di questa miniatura
contiene inoltre l’aquila nera a due teste assieme alla stella bianca
con sei punte, l’Aquila, anche qui stilizzata assomiglia molto alla
copia dell’incisione del XVI sec., ma non è esattamente quella. L’aquila
qui è interamente nera. Ma quello che è importante è il fatto che nella
miniatura del XV sec. le corone regali mancano completamente. Da ciò si
evince che l’autore dell’incisione del XVI sec. ha avuto sicuramente
davanti a se il vero stemma di Skanderbeg, ma ha dato sfogo alla propria
mano, sia nella stilizzazione dell’aquila, sia nell’abbellimento delle
sue teste con corone regali. Da quanto detto si può concludere che lo
stemma della miniatura del XV sec. si può ritenere come il documento che
rappresenta in modo molto vicino il vero stemma di Skanderbeg. Non si
esclude che la consultazione del documento che si trova nella collezione
Hornby possa darci anche altre miniature con soggetti della vita e
attività di Giorgio Castriota.
* * * * * *
L’aquila ha simbolizzato, fin
dai tempi più antichi nella fantasia dei diversi popoli, la maestosità,
la forza, la rapidità e l’astuzia. Dalla letteratura popolare nel tempo
è entrata anche nella letteratura artistica. Contemporaneamente è usata
fin dal principio dai maestri artigiani anche come motivo decorativo nei
diversi domini dell’arte. I grandi condottieri militari usualmente sono
paragonati all’aquila per le loro rapide vittorie. L’aquila con le ali
spiegate è entrata poi anche negli emblemi dei reparti militari dell’
Impero Romano. Anche l’aquila bicipite ha seguito lo stesso percorso.
Naturalmente in forma stilizzata viene rappresentata per la prima volta
nell’arte popolare dell’Oriente soprattutto nell’arte dei tappeti.
L’aquila a due teste risponde ad un’altra figura popolare – all’uomo con
due cuori, all’eroe degli eroi. Durante il Medioevo dell’aquila bicipite
si sono appropriati come stemma del proprio potere i Selgiuchidi. Poi
l’hanno usata i Bizantini presso i quali rappresentava, secondo alcuni,
il dominio sull’Oriente e l’Occidente, secondo altri, il duplice potere,
temporale e clericale, uniti nelle mani dell’Imperatore. Più tardi
l’aquila monocipite o bicipite venne usata negli stemmi di diversi
imperatori, re, principi e signori d’Europa.
Vari studiosi hanno espresso
l’opinione che l’aquila bicipite dei Castriota sia un’influenza dello
stemma bizantino. Ma non sembra esatto. L’aquila non è stata l’emblema
solo dei Castriota ma anche di altri signori feudali albanesi del
Medioevo. Nello stemma dei Muzaka l’aquila si presentava altresì nella
forma bicipite con la stella, mentre nello stemma dei Dukagjini l’aquila
era monocefala bianca. Dalle conoscenze in nostro possesso è evidente
che esse non si assomigliavano. La diffusione di questo emblema nelle
forme e colori vari si può spiegare meglio con l’influenza della
tradizione popolare più che lo stemma bizantino.
Secondo le parole che lo
stesso Skanderbeg scriveva al principe italiano J.A. de Ursinis, gli
Albanesi erano consapevoli di essere i discendenti degli antichi Epiroti
e pronipoti del famoso Pirro. L’antico scrittore greco, Plutarco, narra
che dopo la clamorosa vittoria che Pirro ottenne sui Macedoni, gli
Epiroti lo salutarono con il sopranome di “aquila”. Pirro rispose: “ E’
merito vostro se sono un’aquila, e come non esserlo quando voi con le
vostre armi mi avete innalzato come se avessi rapide ali?”. Secondo le
parole di Pirro l’aquila con le ali spiegate simboleggia lo stretto
legame del condottiero con la massa. L’aquila è sempre vissuta nelle
montagne d’Albania: sempre ha volato sulle terre albanesi. In un simile
posto, la figura letteraria, i motivi artistici ed i simboli storici
essa ispira si trasmettono in modo ininterrotto da una generazione
all’altra.
Il fatto che i Balsha
avessero nel loro stemma il lupo, al quale è collegata la leggenda
della città illirica di Ulqin (Dulcigno in Montenegro, N.d.T.),
testimonia come nel Medioevo fossero vivi gli antichi racconti popolari.
Naturalmente nel corso dei secoli le piccolezze svaniscono ma il
soggetto centrale rimane. Quando giunge il momento l’artista lo
raffigura in forme diverse. Questo sembra il motivo per cui nel XV sec.
l’aquila viene rappresentata in forme diverse negli stemmi dei Castriota,
Muzaka e Dukagjini. Così accadde più tardi anche con l’aquila di
Skadnerbeg. La bandiera dell’Eroe non giunse nella forma originale nel
XIX sec. Pervennero solo la tradizione popolare e letteraria. Senza un
preciso modello davanti, i patrioti della Rilindja (la Rinascita
politica e culturale dell’Albania dal XIX sec. al 1912, anno
dell’Indipendenza, N.d. T.) l’hanno rappresentata in forme diverse fino
a quando non ha preso la forma che ha attualmente la nostra bandiera
nazionale.
Dopo l’insediamento del
dominio ottomano, gli stemmi dei vari signori albanesi caddero quasi
completamente nell’oblio della memoria popolare. Solo la bandiera con lo
stemma di Skanderbeg ha fatto fronte ai secoli. Era la bandiera
ricopertasi della gloria delle battaglie leggendarie del XV sec., la
bandiera che simboleggiava la libertà e l’indipendenza della patria. Per
questo motivo l’aquila di Skanderbeg è diventata la bandiera dei
patrioti della Rilindja, la bandiera dell’unione degli Albanesi in lotta
per la liberazione nazionale dal giogo straniero.
I patrioti della Rilindja
erano orgogliosi della bandiera di Skanderbeg non solo perché era rossa
del sangue dei loro avi durante l’epopea del XV sec., ma anche perché
era una bandiera pura, onorata, non macchiata di offese verso altri
paesi. Essi la consideravano una bandiera popolare perché non aveva
tolto a nessuno la libertà. Essa è, come dice F.S. Noli, “una grande
bandiera per il popolo minuto”. Come tale essa ha ispirato i patrioti
della Rilindja nella sacra guerra per la liberazione della Patria contro
gli occupatori ottomani.
(Relazione scelta e tradotta
da Francesco Marchianò, tratto da :
Kristo Frashëri:
Flamuri i Skënderbeut in “Studime për epokën e Skënderbeut”, Akademia e
Shkencava e RPS të Shqipërisë, Inst. i Historisë, Shtypshkronja “8
Nëntori”, tirana, 1989).