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ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

San Costantino Albanese (PZ) Shėn Kostandini

IL COSTUME ARBĖRESH  DI  SAN COSTANTINO ALBANESE (PZ)

a cura di  Amedeo CARBONE

L'origine del costume arbėresh non č ancora oggi ben specifica. Si pensa che il costume sia stato importato dai profughi albanesi durante la IV emigrazione giudata da Lazzaro Mattes, dopo la morte dell'eroe Skanderbeg, provenienti dall'Arberia, ed esattamente dalla cittą di Korone nella Morea (ora regione settentrionale della Grecia) nel 1534; tale data č anche la data di fondazione del paese.

Per ogni fascia di etą questo costume ha delle variazioni, infatti esso č diviso in costume: delle signore; delle signorine; delle fanciulle; delle anziane; ed infine quello della sposa, mentre gli uomini ne hanno uno solo.

I capelli delle donne non venivano né lavati e né tagliati, ma solo pettinati e divisi in due lunghe ciocche, venivano poi avvolti in maniera assai stretta con delle fettuccie bianche (hjetulla), in modo da formare due veri e propri cordoni. La maniera di intrecciare questi cordoni sulla testa era leggermente diverso tra nubili e sposate. L'operazione di acconciatura veniva rifatta quando le fettuccie erano sporche. Mentre le nubili portavano il capo scoperto, le sposate su questa acconciatura (kshet; quella delle nubili invece kshet virgjer) portavano un copricapo ricamato in oro (keza) dal quale pendeva sulla nuca una specie di ventaglio in stoffa pregiata (ēofa). Il copricapo veniva fissato all'acconciatura da due lunghi spilloni d'argento filigranato (spingullat), pił o meno grossi e decorati a seconda della ricchezza dell'indossatrice, e da una trinetta ricamatissima (napza), che passava poi sotto il bolero e arrivava quasi fino al fondo della gonna. Tutto ciņ era simbolo di fedeltą e veniva messo il giorno del matrimonio e non veniva pił tolto.

Per quanto riguarda il costume delle signore era composto da una camicia bianca (linja) in lino bianco, era lunga fin sotto al ginocchio e aveva anche la funzione di sottoveste, sul davanti presentava una parte ricamatissima (piterja) ed intorno al collo tre giri di ghirlanda di merletti (riēet), quindici per ogni giro e, venivano inamidati (me pozem) prima di indossarle; le maniche erano ampissime e ricamate alle attaccatura delle spalle (tė mbjedhura), presentavano un rigonfiamento nella parte interna (vrathaqi) e sul fondo delle maniche vi erano altri merletti con un laccio finale che serviva per legarle sul bolero. Il bolero (xhipuni) era di dimensioni ridotte, in modo da non coprire i ricami della camicia, esso era confezionato in raso, velluto,  seta e damasco (lla madhora); il colore del bolero era sempre vivace e su di esso venivano ricamati uccelli (me zogun), fiori (me lule) o spighe di grano (me grur) . La gonna (kamizolla) era rossa, di lana tessuta al telaio (gun'je) questa era liscia sul davanti e per il resto tutta pieghettata che andavano da un minimo di 50 ad un massimo di 70 pieghe (qikat) raccolte in gruppi di 9-10 (xhunglat). Le venivano cucite e venivano fissate all'atto del confezionamento con un trattamento a vapore. Il fondo della gonna  era orlato da una larga fascia di tessuto pregiato (taluni) che poteva essere di diverso colore e questa rappresentava il casato a cui apparteneva la donna. La gonna era inoltre decorata con fasce di seta gialle e bianche  alternate (kamizolla me fash -oppure- kamizolla me fash tė verdha e tė bardha); queste variavano da un minimo di 5 ad un massimo di 8 fasce; infatti pił fasce aveva la gonna pił era ricca l'indossatrice. La gonna veniva decorata in diversi modi: con l'applicazione di fasce gialle lavorate e decorate al telaio con tessuto di ginestra (kamizolla me fashet) il numero delle fasce da 4 a 6 indicava sempre la condizione economica della donna. Mentre un'altra versione aveva tre fasche larghe di seta, una bianca e due gialle  (kamizzolla me riēune) che fu posseduta da appena tre donne che erano molto abbienti e ricche. Il costume era composto anche da un cinturino (brezi) che stringeva la vita e si intrecciava sul davanti sopra un piccolo rettangolo di stoffa pregiata ricamatissimo (vanderja) che aveva la funzione di nascondere l'abbottonatura della gonna , la quale si reggeva grazie a due robuste bretelle nascoste dal bolero. Cinturino e vanderja era decorati come il bolero.

 

Per coprirsi nei mesi freddi le donne usavano un'ampia pezza rettangolare di lana rossa orlata di giallo o blu (pana); anche quando si recavano in chiesa le donne usavano la pana, e nelle grandi occasioni e feste era di tessuto pregiato di diversi colori, orlata perņ da un grosso nastro dorato (galuni).

Le signorine non avevano il copricapo; la camicia (linja), il bolero (xhipuni), il cinturino (brezi) e la vanderja erano uguali a quelli delle signore, ma presentava una variazione della gonna che aveva due fasce strette, estreme, gialle  e sul fondo una fascia larga (taluni) come quella delle signore che rappresentava sempre il casato a cui apparteneva; mentre il centro della gonna veniva decorata con intrecci di passamano giallo e blu (kamizzola me kliēthin).

Il costume delle anziane era uguale a quello delle signore, ma all'inizio del 1900 subģ alcune variazioni, per praticitą e comoditą, dando cosģ origine al costume giornaliero; intanto non aveva pił il copricapo perché fu sostituito da un fazzoletto (skėmandili) bianco triangolare che copriva l'intreccio di capelli (kshet) e che veniva legato sulla nuca, la camicia era sempre uguale, la gonna diventņ pił corta e le pieghe furono quasi tutte e scomparirono le fasce. Al posto della vanderja e del cinturino misero un grembiule blu lungo come la gonna ed una sola tasca al lato destro. Perņ nelle grandi feste religiose o nei grandi avvenimenti si indossava sempre il costume originario che venne quindi chiamato costume festivo. In caso di lutto nel costume giornaliero il grembiule,il bolero e la pana venivano indossati di colore nero in modo particolare per le vedove.

Il costume delle fanciulle era uguale a quelle delle anziane, esse perņ non portavano né copricapo né fazzoletto ma lasciavano vedere l'intreccio (kshet virgjer) e la gonna era decorata con passamaneria di filo d'oro.

Nel giorno delle nozze, la sposa oltre ad indossare l'abito usato dalle signore indossava un'altra gonna, che copriva la precedente, in seta damascata di colore verde (coha) lievemente arricciata con una fascia in tessuto pregiato dorato sul fondo, essa aveva un'apertura sui due lati che venivano chiuse da due nastrini bianchi, su questa gonna si metteva un lungo grembiule blu (vandilja) orlato da una fascia in tessuto pregiato dorato; con un cinturino largo ed incrociato sul davanti. Sul capo  oltre ad indossare il copricapo (keza) ed il ventaglio (ēofa) da signora le venivano messe quattro spilloni (spingullat), al posto di due di norma, due nuovi e due ereditati dalla famiglia, fermati anche con l'ausilio di una pezza rettangolare con varie strisce di diverso colore (toka) ed infine un piccolo velo (stjepi) che copriva solo il volto.

 

Il costume maschile era uguale per tutti e piuttosto semplice, era composto da una camicia bianca (kmisha) con larghe maniche e con plissettatura all'attaccatura delle spalle ed ai polsi, non avevano colletto e non era aperta del tutto. Un gilč (xhipuni) di velluto rosso con tre bottoni e decorato con fili dorati, pantaloni di panno nero lunghi fino al ginocchio (tirqit), calze di lana bianca (kallcjet e lesht) lavorate a mano (me koqez), un cappello a punta (kapjel picuti) con funzione soprattutto decorativa dal momento che per farlo stare sulla testa era necessario legarlo, e, su di esso vi erano applicati nastrini di velluto di diversi colori, pił nastrini vi erano applicati e pił il giovane era ricco e di un ceto sociale elevato. L'unico particolare erano i polsini di velluto rosso decorato con fili dorati, che non erano attaccati alla camicia, ma che venivano messi ed applicati alla camicia il giorno del matrimonio, come fede nuziale e non pił levati.

I tessuti adoperati per confezionare i vestiti, con l'eccezione dei damascati, degli ori e della seta che decoravano il costume femminile, erano di produzione locale: la lana (lesht) e il lino (liri), veniva prodotto anche il tessuto di ginestra (sparta). I tessuti confezionati col telaio a mano (argalia), venivano colorati mediante la bollitura di sostanze coloranti; il rosso (tė kuqit) si otteneva dalla robbia (rrėza), il giallo (tė verdhit) dall'euforbia (kollocidhja), il verde (tė gjelbrit) dalla corteccia del frassino (skorca frashėrit), l'arancione (tė rrimtit) dall'allume (stipsit), il marrone dai gusci di noce (skorcat e arres), il nero (tė zit) dal vetriolo (vitriuall).

 

Il guardaroba della donna veniva confezionato quasi tutto in occasione delle sue nozze. Gli spilloni erano l'unica cosa che si mandava a comprare lontano ed in modo particolare in Oriente. Per le gonne ed i boleri si pagava a giornata il sarto e lo si forniva di tutto il materiale occorrente. I ricami veniva fatti dalla madre, dalla ragazza stessa e, nel caso di parti delicate, come il ricamo del copricapo, si ricorreva a persone particolarmente esperte.

Di tutto il costume femminile la camicia e le calze erano le uniche parti che potevano essere lavate, mentre per quello maschile anche i pantaloni.

Amedeo Carbone

Comunitą Albanesi d'Italia