Gli organi di stampa, locali e
nazionali, e le emittenti radiotelevisive hanno riportato negli ultimi
tempi serrate critiche indirizzate all’operato del nostro Consiglio
regionale, critiche che sarebbero anche ovvie e scontate se rispondenti a
una diversa valutazione politica, naturalmente legata al modo di
interpretare gli interessi che si intende legittimamente rappresentare. Il
problema, che dovrebbe però preoccupare e far riflettere non poco i nostri
consiglieri regionali è che molto spesso questi attacchi e queste
polemiche non riguardino affatto – cosa del tutto scontata nella
dialettica politica – una diversità di opinioni politiche, ma
essenzialmente la “qualità” dei provvedimenti discussi e approvati in
Consiglio.
Sempre attraverso la stampa
veniamo a sapere che qualche avveduto consigliere regionale sta prendendo
le opportune contromisure e, prima che si licenzino taluni impegnativi
provvedimenti, come quelli che riguardano la riforma dello Statuto
regionale, sagacemente propone ai suoi colleghi di coinvolgere, attraverso
conferenze, seminari e stages di approfondimento, anche specialisti
“esterni” al Consiglio.
Altri consiglieri, invece, da
quanto leggiamo in questi giorni sulla stampa locale e on-line nei
resoconti dei lavori delle competenti Commissioni regionali, non sembrano
invece mostrare analoga sensibilità e attenzione nell’affrontare tematiche
altrettanto impegnative e specialistiche, come quelle che riguardano le
minoranze linguistiche regionali. Il risultato di tale approccio “fai da
te” è agli occhi di tutti.
Il nuovo testo di legge
unificato, approvato in questi giorni in Commissione con una maggioranza
molto eterogenea che va da Rifondazione Comunista ad Alleanza Nazionale,
con qualche distinguo da parte di qualche forza politica, sia della
maggioranza che dell’opposizione, rappresenta il risultato di un
disomogeneo assemblaggio di tre proposte legislative, in gran parte
mutuate - nell’ architettura “esterna”, non certo nei contenuti - dalla
buona proposta di legge presentata nella passata legislatura dall’ on.
Marilina Intrieri, iniziativa che era riuscita ad aggregare un vasto
consenso politico e consiliare e non giunta in porto solo per la
sopraggiunta fine della consigliatura.
Per effetto di tale pasticciato
assemblaggio, prodotto dalla III Commissione regionale nelle sedute del 7
e del 13 febbraio 2003, capita così:
di vedere storpiata per non
conoscenza dei termini la stessa intitolazione della proposta di legge,
rivolta alle “minoranze linguistiche e storiche”(sic!) invece che alle
“minoranze linguistiche storiche”;
di imbattersi in più o
meno…amene disquisizioni sulla “retrocessione” a “parlate” (art.1) di
quelle che la legge n.482/1999 aveva definito “lingue” delle minoranze
linguistiche e sulla pontificale e democratica elucubrazione all’art.2 su
che cosa i cittadini calabresi di “parlata”albanese, grecanica ed occitana
debbano intendere per “bene culturale”minoritario, concetto meramente
soggettivo, a quanto pare, suscettibile di progressivi e personalissimi
aggiustamenti e capace di mettere sullo stesso piano valori ritenuti
equamente identitari come la lingua minoritaria e l’olio extra-vergine
d’oliva, l’opera letteraria di Girolamo De Rada e “tumacët shpie”(pasta
fatta in casa);
di vedere cancellato, in barba
alla legge n.482 a cui pure formalmente ci si richiama, il ruolo delle
Università, essendo stato “neutralizzato”con un ridicolo e giuridicamente
insostenibile “La Regione può sostenere” (forse se…si comporta bene?)
all’art. 7 ”le attività di insegnamento, formazione e ricerca promosse dal
sistema universitario regionale”, emendamento che, con ben altro
intendimento era stato direi coraggiosamente - visto il “clima” creatosi
in Commissione - proposto dallo stesso presidente, on. Salvatore Vescio e
sostenuto, come si legge dalla cronaca del dibattito riportato sul sito
regionale on-line, da pochi altri consiglieri come l’on. Michelangelo
Tripodi;
di vedere sostanzialmente
“abrogati”, assieme alle Università, tutti quei soggetti istituzionali
(Province, Comuni, Fondazioni, Istituti, ecc.) ritenuti forse
politicamente e socialmente “pericolosi” per il controllo dell’operazione,
controllo invece certo più agevole nei riguardi di comode Associazioni
legate al carro politico di turno, culturalmente deboli, politicamente
ricattabili e scientificamente incompetenti;
di veder drenare, vista la
centralità assunta oggi dal “mercato”, nel nome della promozione
dell’associazionismo, ad imprenditori, sia privati che associati,
alberghieri e ristoratori, risorse destinate alle attività culturali (art.
14);
di far passare per promozione
della cultura l’erogazione di contributi a pioggia per ogni genere di
attività promossa in tutti i campi dello scibile umano, nell’ambito dei
Comuni interessati (art.15);
di arrivare ad ipotizzare
all’art.19 un intervento speciale di 1.000.000 di euro (circa 1.936
milioni di lire), non certo per sostenere eventi culturali speciali e
significativi come ad esempio il centenario deradiano, quanto per pagare
le spese legali ai cittadini che volessero cambiare nomi e cognomi (sic!)
– operazione già prevista e finanziata dalla Legge quadro nazionale (cf.
il suo Regolamento attuativo, art.7) -, far archiviare (sic!) dalle
associazioni riconosciute (sempre…i soliti noti!) addirittura le parlate
locali come se fossero dei reperti da museo (e il dilettantismo conditio
sine qua non per…la loro l’archiviazione!), affidando a Comuni e
Province, espropriati di compiti politico-istituzionali, il non troppo
commendevole compito di installatori di cartelloni stradali;
di introdurre all’art.21 una
pericolosa discriminante etnocentrica tra Comuni calabresi minoritari e
Comuni calabresi non-minoritari, arrivando al punto di prevedere che i
piani di programmazione economica, sociale e urbanistica e la loro
esecuzione nei territori abitati dalle popolazioni di cui alla presente
legge debbano attenersi al principio di non alterare il carattere etnico e
culturale dei territori (sic!), ipotesi scientificamente infondata,
culturalmente mistificante e politicamente pericolosa, sviluppata
ulteriormente all’art.22, dove si introduce una pretestuosa e
mistificatoria esigenza di difesa dell’ “etnicità” nella operazione di
contribuire alla “orientalizzazione dell'architettura e dell'iconografia
sacra orientale” delle chiese delle comunità albanesi di rito bizantino,
ricorrendo al sostegno finanziario regionale!
Sulla stessa lunghezza d’onda
si colloca, infine, la dichiarazione di principio riservata (art.23) alla
tutela per legge regionale del vicinato (sic!), definito addirittura una
specificità “albanese e greca”(sic!) e organismo antropologico, sociale e
urbanistico del villaggio italo-albanese, scientificamente riconosciuto
come unico intreccio di urbanistica e vita sociale di tipo orientale”
(sic!).
In conclusione, non pensavamo
che occorresse aspettare tanto (quasi 30 anni!), né che ci fosse a questo
punto bisogno della legge 482 del 1999, impropriamente chiamata in causa
per giustificare il provvedimento in discussione, per poter arrivare a
proporre, con la benedizione consociativa, una riposta così pasticciata e
regressiva, con preoccupanti derive etnocentriche.
Se siamo intervenuti in questo
dibattito, lo abbiamo fatto non certo per difendere interessi costituiti
o da costituire, né perché aspiriamo ad essere messi nella lunga lista
d’attesa, sostanzialmente già preconfezionata e a numero chiuso, dei tanti
potenziali clienti di turno, dato che, come ha giustamente evidenziato la
nota inviata qualche giorno fa dall’Amministrazione Provinciale di Cosenza
ai capigruppo politici della Regione, la proposta di “legge regionale
approvata dalla Commissione sembra avere per obiettivo prevalente se non
addirittura unico quello di introdurre una categoria di fruitori di
contributi, agevolazioni, incentivazioni che la 482/1999 aveva escluso e
cioè la pletora delle associazioni, organizzazioni, agenzie, laboratori,
studi professionali, ecc. ecc. di carattere assolutamente privato oppure
in misura marginale partecipato da enti pubblici”.
Siamo qui solo per difendere
come Università il nostro ruolo istituzionale, ruolo che non spetta certo
al consiglio regionale calabrese “sostenere o non”, essendo esso
riconosciuto dalla legge quadro nazionale, ma soprattutto vogliamo qui
difendere la nostra dignità scientifica e culturale che viene spesso e
volentieri calpestata da taluni comportamenti discriminanti, arroganti e
prepotenti.
Non ci sogniamo certo di
invadere i compiti affidati alla politica, ma sarebbe forse anche
opportuno chiedere a certi valenti amministratori regionali di non andare
al di là delle loro funzioni e di rispettare il ruolo di tutti i soggetti
istituzionali del territorio, compreso quello dell’Università.
Invece di fare inutili
polemiche, sarebbe forse molto più utile partire dal recepimento
dell’avanzata legislazione in materia già in vigore nelle altre Regioni,
non accontentandosi solo di ciò che offre la propria....cucina, per
attenerci ad un registro linguistico molto sensibile, vista la centralità
della gastronomia ‘etnica’ quale bene culturale minoritario (art.2). Non
sarebbe infatti molto difficile consultare anche on-line quanto sinora
lodevolmente prodotto dalle altre Regioni interessate (cf. il
Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, il Piemonte, ecc.), che si muovono in
questo campo con ben altri strumenti scientifici e culturali e con ben
altre sensibilità politiche, in forte sinergia con le Università, le
Province, i Comuni, le Fondazioni e gli Istituti culturali del proprio
territorio.
Francesco Altimari
docente UNICAL