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Parla Alfredo Frega del Con.Fe.Mi.Li : “E’ molto parcellizzata, ma almeno ora c’è”

MINORANZE, UNA LEGGE PICCOLA PICCOLA

Lungro - Ungër

La legge che riconosce e tutela le minoranze calabresi è una realtà. Dopo quasi quattro anni dall’approvazione della legge quadro 482/99, la Calabria si è dotata di un strumento legislativo di recepimento.  Aspre polemiche accompagnate da giudizi positivi, si sono registrate in sede di approvazione del testo e tuttora continuano a tenere banco tra amministratori, istituzioni, associazioni ed operatori culturali.  Abbiamo raccolto il parere del collega Alfredo Frega, componente della Commissione Stampa del  Con.Fe.Mi.Li (Comitato Nazionale Federativo Minoranze Linguistiche d’Italia), giornalista che da tanti anni, attraverso autorevoli rubriche radio televisive curate in un passato recente per la Rai e servizi giornalistici pubblicati in numerose riviste del settore, ha posto e continua a porre all’attenzione dei mass media le problematiche e le peculiarità culturali delle minoranze calabresi. 

Secondo lei è una buona legge? E’ una legge che potrà veramente tutelare le minoranze?

Come avemmo modo di scrivere quando la Commissione licenziò la proposta unificata della legge in questione, questo nuovo strumento legislativo viene a completare, per quel che riguarda la sua applicazione nel territorio della regionale, quella legge quadro nazionale promulgata nel 1999 che, in sostanza, vuole attuare una precisa norma costituzionale (art. 6), rimasta disattesa per mezzo secolo. Certo, questi strumenti legislativi sono arrivati con notevole ritardo e non sappiamo quali effetti produrranno in alcune piccole minoranze, ridotte ormai al lumicino. Rispondere se è una buona legge quella approvata dal Consiglio Regionale della Calabria è alquanto difficile. Intanto è una legge, pur presentandosi molto articolata e alquanto parcellizzata. Tanto potrebbe creare non pochi problemi sulla sua applicazione. Una legge deve contenere principi generali ben chiari, motivati e, perché no, circoscritti. La si confronti con la legge quadro nazionale sopra richiamata. Cito un rilievo per tutto: un articolo della legge regionale stabilisce cos’è un bene culturale, indicando un nutrito elenco di ambiti d’intervento: intanto non spetta ad una legge stabilire una simile definizione. Un bene culturale è di per sé un bene culturale, che lo si voglia o no. Poi si chiede se questo strumento saprà tutelare le minoranze. E’ difficile stabilirlo in quanto tutto dipenderà dalla volontà di queste ad esercitare il diritto all’autotutela. Parimenti occorre una forte presa di posizione degli enti chiamati ad applicare le normative perché non disperdano le energie finanziarie, che del resto sono abbastanza esigue, in mille rivoli, come purtroppo si abusa dalle nostre parti.

Dalla polemica per la creazione dell’archivio etnografico prima dell’approvazione della legge regionale, è scaturito l’emendamento, trasformato in articolo, secondo il quale “La giunta regionale in sede di programmazione, è autorizzata ad istituire nuovi centri o istituti di ricerca o sezioni decentrate”. Cosa significa?

Non entriamo in merito alle polemiche, anche se queste sono comuni da noi e non solo. Intanto vi sono tre centri studi da istituire ex novo, uno per ogni minoranza linguistica. Che tutti si adoperino a realizzarli nel minor tempo possibile. Che si realizzino degli istituti che non siano fini a sé stessi, che non abbiano come obiettivo principale la creazione di posti di lavoro fittizi o clientelari. Che si miri alla loro funzionalità di operare nei territori. Che siano degli incubatori che producano cultura, che formino operatori culturali di cui le nostre minoranze linguistiche hanno fortemente bisogno. Dopo si vedrà se accanto a queste sedi centralizzate occorra creare dei supporti in periferia che possano durare anche per il tempo occorrente al raggiungimento di determinati obiettivi. Per la ricerca specifica ci sono le università disseminate nel territorio regionale dove operano dipartimenti linguistici  specializzati proprio nel settore delle lingue delle tre minoranze.

Lei ricorda che si voleva che la legge in questione facesse un esplicito richiamo per la creazione di un archivio etnografico. Oggi non si hanno bisogno di archivi, anche perché la documentazione etnografica, per esempio degli arbëreshë, è ben custodita presso la Discoteca di Stato, l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, le teche della Rai sia quella centrale che le altre regionali e presso ricercatori privati. Più che archivio si ha bisogno di un istituto di etnomusica per le ricerche da parte dei giovani universitari che vogliano intraprendere gli studi di queste discipline, per dei corsi di apprendimento e diffusione dei canti e degli strumenti popolari, per la riproduzione di questi ultimi, molto richiesti specialmente dai giovani attratti dalle melodie etniche. Perché, in silenzio e non in forma eclatante, ci siamo permessi di suggerire Lungro come sede di questo istituto. Primo perché in questa località sin dagli anni ’50 iniziarono le ricerche dei padri delle etnomusicologia italiana, come Carpitella e De Martino, ultimamente continuate dalla Tucci e da Ricci, e sia perché sono in uso ancora le famose zampogne “sorduline”, con le tipiche canne corte, e gli organetti molto diffusi tra i ragazzi. Infine l’istituto non potrebbe non interessarsi della musica sacra bizantina, caratterizzata da un inestimabile patrimonio, sia a livello di canti sacri popolari che prettamente bizantini. La Cattedrale di Lungro con il suo Coro polifonico è un esempio qualificante sotto tutti i punti di vista. Sono queste le motivazioni per cui Lungro dovrebbe richiedere di diritto, alla competente giunta regionale, di essere sede di questo istituto particolare.

La comunità arbëreshe, quella grecanica  ed occitana cosa si aspettano da questa legge?

Aspettano tutto e niente. Una lingua non si salva con una legge. Le tradizioni non si perpetuano con una legge: I parlanti calabresi di altra lingua, come hanno dimostrato sempre con i loro appelli rimasti sempre inascoltati, vogliono prima di tutto una chiarezza in sede politica e amministrativa sulle future progettazioni e sui piani d’intervento. Non vogliono che si continui con le elargizioni a “pioggia”, sintomo di bassa clientela. Vogliono, invece, un serio aiuto ai propri giovani perché possano riscoprire una cultura, quella dei propri padri, di cui sono portatori sani. Vogliono riscoprire la memoria storica e le risorse culturali da dove partire per la creazione di iniziative imprenditoriali. Vogliono che gli enti locali investano in cultura. Nel concludere ricordiamo a noi stessi che se queste isole linguistiche dovessero essere lasciate vieppiù nel completo abbandono, sarebbe davvero la fine della loro esistenza ed una grave perdita per la Calabria, l’Italia e l’Europa.  

(Articolo pubblicato sul quotidiano “La Provincia Cosentina” del 28.11.2003)

NICOLA   BAVASSO

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