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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
  Le Legge e l' Arbëria - L' Arbëria e la Legge  

 

DA NON CREDERCI!
di Giovanni Belluscio
(Univesità degli Studi della Calabria)

Da non crederci! Sembrava un’impresa impossibile ma alla fine i politici nostrani sono riusciti a partorire la legge che attendevamo da anni, da prima della 482/99, da dopo la scarna lettera r dell’art.56 dello Statuto Regionale (quando il Molise ha una sua legge dal 1997 e Basilicata e Sicilia dal 1998), una legge piccola piccola, un asfittico e un po’ cervellotico intreccio di articoli che evidenziano l’approssimazione e l’addomesticamento alle necessità delle tante parti e partiti in gioco. E’ la verifica finale, l’evidenza di procedure e particolarismi per garantire il de profundis alle minoranze linguistiche calabresi.

C’erano in circolazione ben quattro proposte, quattro progetti di legge, più o meno estesi ed articolati, più o meno ripetitivi, più o meno scopiazzati, poi alla fine la bacchetta di Pasquale Tripodi scatena la magia del “Testo unificato” che poi non è altro che il P.L. n. 30/7 dei consiglieri regionali Guagliardi e Tripodi P. recante “Norme per la tutela e la valorizzazione delle lingue e del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche e storiche di Calabria”, un po’ cassato, un po’ emendato dalla III Commissione Regionale. Nella tarda mattinata del 7 febbraio 2003 dalle 11.00 alle 13.10, i primi otto articoli scorrono via velocemente (come da verbale), i rimanenti articoli subiscono un iter più faticato il 13 febbraio, con numerosi emendamenti ed il mancato accoglimento di un emendamento proposto dal consigliere Senatore a riguardo dell’art. 10, ciò causerà una raffica di approvazioni successive ma tutte con voto contrario dello stesso Senatore il quale infine abbandonerà l’aula durante la discussione dell’art.20. Alle 14.00 vengono approvati gli ultimi due articoli ed alle 14.20 la seduta è tolta.

La Commissione benedice e licenzia la Legge intitolata “Norme per la tutela e la valorizzazione della lingua e del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche e storiche della Calabria” con 25 articoli ed un allegato con i nomi dei comuni di lingua e cultura albanese (21+6 frazioni + il centro abitato di Cantinella (frazione di Corigliano C.), grica (6+1 frazione) ed occitana (1), che compongono l’ambito territoriale in cui la legge sarà applicata. Rispetto alla proposta di legge originaria sono state apportate molte modifiche che se da una parte sembrano aver alleggerito e migliorato il testo dall’altra lo hanno indubbiamente peggiorato. La Legge si impernia e gira sul ruolo delle figure istituzionali relegando, volutamente al margine, scomodo convitato, l’Università, e dando per contro forte rappresentanza alle associazioni, ad indefiniti ed indefinibili presunte “5 personalità parlanti le lingue oggetto di tutela indicati (sic!) da un Albo delle associazioni” peraltro ancora da partorire, mentre 2 soli sarebbero gli esperti dal mondo accademico scelti fra le discipline linguistiche storiche e/o antropologiche delle Università di Cosenza (sic!) e di Reggio Calabria, ma in quest’ultima Università quale facoltà potrà esprimere esperti nei campi disciplinari indicati? Architettura, Agraria, Ingegneria o forse Giurisprudenza?

I professionisti della politica regionale, dopo la legge sui portaborse, che ha fatto sobbalzare calabresi illustri e semplici cittadini, riescono ad inanellare un altro trofeo legislativo che provoca con forte evidenza anche un conflitto legislativo con la legge 482/99 che nell’ art.6 comma 1 recita: “Ai sensi degli articoli 6 e 8 della legge 19 novembre 1990, n. 341, le università delle regioni interessate, nell'ambito della loro autonomia e degli ordinari stanziamenti di bilancio, assumono ogni iniziativa, ivi compresa l'istituzione di corsi di lingua e cultura delle lingue di cui all'articolo 2, finalizzata ad agevolare la ricerca scientifica e le attività culturali e formative a sostegno delle finalità della presente legge.”, ma tale palese riconoscimento delle funzioni educative e di ricerca dell’Università, il suo ruolo di referente primario per le istituzioni, per i centri di produzione, per le stesse associazioni e per i singoli cittadini è stato di certo visto e considerato invece come una possibile scomoda presenza egemonica nelle già programmate e pregustate spartizioni della “torta della minoranze” e non secondo una più giusta visione delle cose: cioè come partner principale e garante della scientificità e della progettualità delle iniziative e degli interventi mirati alla rinascita e rivitalizzazione delle culture e delle lingue meno diffuse nel territorio calabrese.

Per onestà e per verità è bene dare a questo punto uno sguardo generale alla legge che sarà portata in Consiglio Regionale.

Nell’art.2 si comincia col dare la definizione di bene culturale estendendo il termine al punto tale da comprendere anche la “tipicizzazione di prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica e qualsiasi altro aspetto della cultura materiale e sociale” in una parola si desume che quasi tutto ciò che una comunità produce è culturale! E’ davvero così? Non credo che una tale estensione semantica del termine ‘culturale’ possa giovare davvero se non ad offrire l’opportunità di allargare il calderone e la conseguente possibilità di frammentare gli interventi e le risorse.

L’art.3 che riguarda “l’insegnamento bilingue” riportava nella Proposta di Legge un richiamo finale all’esperienza di alcune regioni a statuto speciale che invece non appare nel testo licenziato, così come pure nel successivo art.4 non viene posto come obbligo l’insegnamento curriculare della lingua e della cultura locale. Lo spiraglio “ove non fosse possibile inserire lo studio nel normale orario scolastico...” permette di scavalcare già da principio la possibilità dell’insegnamento nelle ore curriculari. La disparità di trattamento all’interno della scuola della lingua e della cultura locale da relegare in posizione extrascolastica non potrà far altro che approfondire il divario già vasto fra la cultura di prestigio (nell’orario scolastico) e la cultura subalterna o bassa (nell’orario extrascolastico). E’ indispensabile intervenire e sanare questo aspetto prima che la legge sia definitivamente approvata. Bene invece la possibilità di estendere l’ambito di insegnamento anche ai comuni che non sono annovarati dalla legge ma che ospitano consistenti gruppi di popolazioni alloglotte.

Un forte peso, come abbiamo già anticipato, viene dato al ruolo delle associazioni riconosciute (?) (se ne parla all’art.7,3, nel successivo art.8 si viene a conoscenza di un Albo delle Associazioni e solo all’art.13,3 vi è l’impegno per una futura istituzione del suddetto Albo) indicate addirittura come organismi competenti per la istituzione di corsi gratuiti di alfabetizzazione. L’Albo delle Associazioni indicherà 4 personalità da inserire nel Comitato regionale per le minoranze linguistiche, 5 rappresentanti delle Associazioni faranno parte della Conferenza regionale dei Comuni alloglotti ed infine nell’art.19c le associazioni, insieme con gli istituti culturali, sono investite per la catalogazione ed archiviazione (sic! nel senso di archiviare definitivamente?) delle parlate locali dei comuni interessati dalla legge.

Per quanto riguarda l’Università, polo propulsivo nello studio, nella preparazione delle risorse umane, per la pubblicazione e la divulgazione della lingua e della cultura arbëreshe e delle lingue e culture in generale, essa viene citata solo due volte nella Legge e in ruoli volutamente secondari: nell’art.7,1 “La Regione, nel quadro degli interventi previsti dalla presente legge, può sostenere le attività di insegnamento, formazione e ricerca promosse dal sistema universitario regionale per la valorizzazione della lingua e della cultura delle minoranze albanesi, grecaniche ed occitaniche della Calabria” e nell’art.8d: d) dove “si offre” la possibilità a 2 esperti scelti tra le discipline linguistiche storiche e/o antropologiche delle università di Cosenza e Reggio Calabria di far parte del Comitato regionale per le minoranze linguistiche. Davvero poco se si considerà il continuo contributo dato dell’Università della Calabria ed il ruolo di referente primario, regionale, nazionale ed internazionale nello studio e nella divulgazione delle conoscenze riguardanti la minoranza albanese in particolare e la cultura linguistica europea in generale.

Neutralizzata anche la partecipazione delle Province (in tutto il testo le Province compaiono solo tre volte) limitata (con i Comuni) al recupero della toponomastica (?) antica in uso nel linguaggio popolare ed alla istallazione di cartelli e segnaletica stradale bilingue (art.19d) ed alla presenza dei presidenti delle province che ospitano comunità alloglotte nella Conferenza Regionale dei comuni alloglotti).

Nell’art.17 (che non riguarda più radio e televisione essendo stato purtroppo cancellato il secondo comma con il quale la Regione avrebbe sostenuto finanziariamente emittenti radio-televisive capaci di garantire almeno 12 ore di trasmissioni giornaliere fra diurne e notturne) la Regione si impegna a sostenere finanziariamente la stampa e le iniziative editoriali nell’ambito delle comunità senza nulla specificare ulteriormente riguardo alla tipologia delle edizioni e della stampa (se solo in italiano, bilingui o solo monolingui nella lingua locale); nell’art.18 (emendato) vi sono le premesse per l’inserimento nei programmi radiotelevisivi regionali (RAI ed emittenti private).

All’art.19,1 la base finanziaria dei 4 miliardi di lire della Proposta è scesa purtroppo al milione di euro (raro caso di diminuzione dei prezzi dal gennaio 2001) per far fronte nel biennio 2003-2004 all’avvio delle prime attività proclamate ed auspicate dalla legge...

Il finale giunge sfiorando nell’art.22 “il culto della chiesa di liturgia greca” e “l’opera di orientalizzazione dell’architettura e dell’iconografia sacra orientale (sic)”, “la gjitonia” nell’art.23, e la speranza che la legge possa far riaprire qualche ufficio postale già chiuso ed evitare definitivamente la chiusura di scuole, servizi amministrativi e di strutture sanitarie che, giustamente, nell’art.24 “sono ritenuti servizi fondamentali per la difesa della cultura e del territorio dei Comuni di cui all’art.1”. L’articolo 25 dispone finalmente le Norme finanziarie e finali: l’onere di 2,5 milioni di euro che la legge richiede per poter operare, gli auspici per gli anni successivi e l’entrata in vigore il giorno successivo alla sua approvazione.

Avremmo voluto chiudere dicendo, ‘abbiamo atteso tanto ma ne è valsa la pena’, invece, a questo punto ci toccherebbe consolarci ancora una volta (e sarebbe già la seconda dopo la 482/99) dicendo ‘meglio questa legge che niente!’’ ma invece penso che sia davvero giunto il momento di alzarsi e dire un basta definitivo al dilettantismo politico, al gioco delle parti di chi continua a ritagliare spazi personali e attende l’aspersione delle misere somme che questa legge dovrebbe garantire, mentre di certo l’unica cosa che garantisce è un bel alib alla Regione Calabria per non essere obbligata ad intervenire ed operare in questo preciso ambito culturale al riparo dei tre “può” dell’art. 7: “può sostenere le attività di insegnamento, formazione e ricerca...”, “Può istituire corsi gratuiti di alfabetizzazione...”, “Può istituire scuole speciali per la formazione di operatori linguistici e turistici...”. Il “può” non garantisce la certezza, non è un impegno: la Regione avrebbe potuto... ma non può! La La Legge e la Regione devono garantire, devono istituire, devono sostenere... ma l’impegno sarebbe gravoso. Scontenti ed arrabbiati non ci resta che sperare che relatore, III Commissione e Consiglio, riflettano su obiettivi, referenti, insegnamento, divulgazione, radiotelevisione e ruolo delle altre istituzioni politiche, educative e culturali presenti sul territorio, colmino le vistose lacune, ridistribuiscano i ruoli e la rappresentatività correggano la Legge alla luce non dei benefici personali e di parte ma nell’ottica del miglior servizio che si potrà e si dovrà offire alle trentacinque plurisecolari comunità alloglotte di Calabria.

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