Nei giorni scorsi, dopo un
lungo confronto politico di due anni, la Terza Commissione del Consiglio
Regionale ha licenziato a larga maggioranza il testo unificato dei tre
progetti di legge in materia di tutela delle minoranze linguistiche di
Calabria.
Immediate le contestazioni
provenienti da ambienti universitari, da qualche uomo politico arbëresh e
da qualche associazione interessata. A loro dire la legge è un pateracchio
perché di fatto non affida l’intervento di tutela alla scienza,
soprattutto quella linguistica, agli istituti e alle fondazioni: Quali? E
con quali lavori?
In sostanza la legge non è
rappresentativa dei saperi scientifici sin qui espressi.
Dunque, dopo due anni di
inutili e ritardatarie polemiche, i consiglieri regionali avrebbero
partorito un topolino alquanto rachitico e ammalato di consociativismo. E
quel che stupisce di tali critiche e il venire a sapere che, mentre nella
passata legislatura le convergenze in sede di dibattimento in commissione
erano sintesi unitarie dei suoi componenti, ciò non vale più per la
settima dove le stesse convergenze sono ritenute scandaloso
consociativismo trasversale.
Sed sicut tempora currunt,
diremmo in latino maccheronico se noi, poveri eletti consiglieri
regionali, fossimo insigniti di titoli accademici e dottorati di ricerca.
Non lo siamo, e, pertanto, siamo costretti a ragionare con le volgari
categorie politiche dei miseri mortali che siedono in Consiglio regionale.
Due sono gli aspetti prioritari
da cui partire.
La legge regionale non si può
sovrapporre alle norme previste da quella nazionale, che, fra l’altro, è
legge costituzionale, per cui i principi e i soggetti attuatori in essa
contenuti non possono essere messi in discussione da nessuna legge
regionale. Mi pare giusto, dunque, rasserenare quanti sentono a rischio
qualche titolo acquisito; mi sembra altrettanto giusto non riproporre ciò
che si è già conquistato con la legge nazionale.
In seconda battuta è del tutto
evidente che questa legge, che è possibile grazie alla 482 del 99, è
impostata sullo spirito della Carta europea dei diritti delle minoranze
regionali, la quale, superando la visione angusta dell’unità linguistica
dell’italiano come elemento fondamentale dell’integrità dello Stato, ha
esteso alle minoranze linguistiche il concetto di bene culturale sul quale
costruire l’Europa dei popoli e non quella dei mercati.
La lettura critica della legge
regionale non può trascurare ciò e non a caso il secondo articolo procede
alla definizione del concetto di bene culturale di una minoranza
linguistica che, va detto, è un’interessante innovazione nel sistema
legislativo calabrese. Non mi sembra poco il fatto che nell’art. 2, oltre
alla lingua e al patrimonio letterario, costituiscono bene culturale
delle comunità di minoranza il patrimonio storico e archivistico, il
canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e
l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche e monumentali,
gli insediamenti abitatvi antichi, le istituzioni educative, formative e
religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il
costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei
prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto
della cultura materiale e sociale.
Si può anche fare sarcasmo
dozzinale su questo articolo, ma ritengo al contrario che è questo
passaggio lo strumento di rottura di un isolamento storico, in cui i
cultori della letteratura, della lingua e della storia, avevano isolato
per un’intera fase gli interessi di tutela.
Questa definizione, tra
l’altro, è frutto non solo dei principi della Carta europea, ma del
percorso faticoso e autonomo che il mondo arbëresh ha attraversato negli
ultimi trent’anni nella ricerca faticosa di riempire di contenuti più
estesi la lotta per la difesa della propria identità. Forse siamo immemori
dei tanti incontri nei quali noi tutti constatavamo che il bilinguismo
cosiddetto zoppo aveva rotto, nel processo della socializzazione
infantile, gli argini della difesa monolinguistica che si limitava solo
alle azioni della comunicazione orale: parola e ascolto. Ci siamo
dimenticati della impotenza verso l’estensione delle nuove comunicazioni
sociali della fine del secondo millennio che, nel processo di
socializzazione primaria italo-albanese, era passato da soggetto
monolingue a soggetto bilingue, da soggetto che comunicava in albanese
senza poter leggere e scrivere nella sua lingua madre a soggetto che era
costretto ad usare il codice italiano perché dotato delle quattro facoltà
della comunicazione: lettura e scrittura, ascolto e parola. E ci siamo
ancora dimenticati che questo stato della socializzazione infantile,
mentre era un grande privilegio per le altri fasi di socializzazione dell’arbëresh,
purtroppo, indeboliva ineluttabilmente, nello stesso soggetto, la difesa
emotiva e comunicativa della lingua della comunità.
Dunque, in epoca di
globalizzazione, di comunicazione a rete e in tempo reale per via
satellitare, bisogna avere coscienza che difendere una lingua, appresa nei
secoli dentro l’ambito familiare e della comunità di villaggio, presenta
compiti ardui e di non facile soluzione. L’insegnamento della lingua
diventa quindi il compito più gravoso, ma indispensabile e necessario.
Bisogna convincere i bambini e le famiglie a far studiare la lingua
materna, bisogna assistere e sollecitare questa esigenza, bisogna
ricostruire una lingua che nel tempo ha perso la sua compattezza
originaria. C’è, dunque, necessità di formare insegnanti e docenti, di
estendere con corsi di alfabetizzazione e aggiornamento gli operatori
linguistici; c’è da ricostruire un codice linguistico sul piano lessicale,
da portarlo dalla parlata locale all’albanese ufficiale. In questo senso
c’è bisogno dell’università, dei suoi laboratori scientifici e dei suoi
ricercatori. Nessuno, quindi, nega o vuole negare il ruolo determinante
della ricerca e dell’università in questo campo.
Tutto questo aspetto va
affidato alle università. Lo prevede la 482 e mi auguro che ciò avvenga.
Ma isolandoci alla sola
questione linguistica la cultura arbëreshe verrebbe comunque tutelata? Due
sono le possibili risposte: no qualora l’intervento si limitasse
semplicemente all’insegnamento e apprendimento della lingua; si se
l’intervento si estendesse a tutti gli aspetti della vita associativa e
culturale della comunità. In questo caso, però, avremmo un’estensione
sovradimensionata dei compiti dell’università che andrebbe ad occupare
spazi che competono ad altre istituzioni. Questo ragionamento, fatto con
la logica del buon senso, del rispetto delle istituzioni locali e dei
diritti di tutti i componenti delle minoranze linguistiche, ovviamente va
esteso anche a tutti coloro che ritengono che la tutela e la salvaguardia
delle minoranze di Calabria passi unicamente dai saperi scientifici di
università, dalle fondazioni o dagli istituti vari; rispettabilissimi
soprattutto perché sono scientifici. Ma il mondo scientifico nella storia
delle nazioni ha mai scavalcato i compiti affidati alla politica? Può un
istituto scientifico decidere per il risanamento di una gjitonia, per la
valorizzazione del patrimonio religioso, per il dimensionamento
scolastico, per un piano di intervento di uno o più comuni?
Nella vita tutto è possibile;
nella democrazia calabrese mi pare di no!
E, allora, se le minoranze di
Calabria devono essere tutelate come bene culturale, in questa direzione
bisogna tutelare la cultura materiale, quella architettonica e
monumentale, il rito religioso, il patrimonio etnico e culturale,
ovviamente con obiettivo centrale la salvaguardia della lingua.
Questa legge, così oltraggiata
dal qualche settore del mondo accademico e dai alcuni fautori della
scientificità, sempre e ovunque, che si voglia o no, guarda a tutti gli
arbëreshë e va letta attentamente se non si vuole correre il rischio di
sembrare partigiani stizziti.
Ultima cosa. Questa non è una
legge di pura e semplice gestione. Due anni di ritardo e di aspro
confronto sono stati determinati dall’opzione se fare una legge di
gestione di un quantum finanziario oppure approvare una legge di
indirizzo e di principio da usare come strumento di lotta politica e
amministrativa nell’ambito dell’attività legislativa regionale.
Personalmente ho lottato secondo questo obiettivo e qualche risultato è
stato ottenuto senza perdere neanche le risorse economiche. Certo bisogna
migliorare ancora, e speriamo di riuscirci anche nell’immediato.
Se critica deve esserci, essa
lo sia nel merito della legge partendo dai bisogni della salvaguardia per
entrare nel contesto delle inadempienze. Questo è il campo del confronto
vero su cui nessuno vuole sottrarsi.
I sarcasmi, i giudizi (anzi i
pregiudizi) sommari, le bocciature pretestuose, le critiche sussurrate
lasciano il tempo che trovano e non costruiscono nulla di buono. Anzi
fanno pensare che in fondo si tratta sempre e soltanto di gestione più o
meno riconosciuta.
Damiano Guagliardi