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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
  Le Legge e l' Arbëria - L' Arbëria e la Legge  

 

INTERVENTO DELL'ON. DAMIANO GUAGLIARDI
 
(pubblicato su "Il Domani", pagina regionale del 25 febbraio 2003)

Nei giorni scorsi, dopo un lungo confronto politico di due anni, la Terza Commissione del Consiglio Regionale ha licenziato a larga maggioranza il testo unificato dei tre progetti di legge in materia di tutela delle minoranze linguistiche di Calabria.

Immediate le contestazioni  provenienti da ambienti universitari, da qualche uomo politico arbëresh e da qualche associazione interessata. A loro dire la legge è un pateracchio perché di fatto non affida l’intervento di tutela alla scienza, soprattutto quella linguistica,  agli istituti e alle fondazioni: Quali? E con quali lavori?

In sostanza la legge non è rappresentativa dei saperi scientifici sin qui espressi.

Dunque, dopo due anni di inutili e ritardatarie polemiche, i consiglieri regionali avrebbero partorito un topolino alquanto rachitico e ammalato di consociativismo. E quel che stupisce di tali critiche e il venire a sapere che, mentre nella passata legislatura le convergenze in sede di dibattimento in commissione erano sintesi unitarie dei suoi componenti, ciò non vale più per la settima dove le stesse convergenze sono ritenute scandaloso consociativismo trasversale.

Sed sicut tempora currunt, diremmo in latino maccheronico se noi, poveri eletti consiglieri regionali, fossimo insigniti di titoli accademici e dottorati di ricerca. Non lo siamo, e, pertanto, siamo costretti a ragionare con le volgari categorie politiche dei miseri mortali che siedono in Consiglio regionale.

Due sono gli aspetti prioritari da cui partire.

La legge regionale non si può sovrapporre alle norme previste da quella nazionale, che, fra l’altro, è legge costituzionale, per cui i principi e i soggetti attuatori in essa contenuti non possono essere messi in discussione da nessuna legge regionale. Mi pare giusto, dunque, rasserenare quanti sentono a rischio qualche titolo acquisito; mi sembra altrettanto giusto non riproporre ciò che si è già conquistato con la legge nazionale.

In seconda battuta è del tutto evidente che questa legge, che è possibile grazie alla 482 del 99, è impostata sullo spirito della Carta europea dei diritti delle minoranze regionali, la quale, superando la visione angusta dell’unità linguistica dell’italiano come elemento fondamentale dell’integrità dello Stato, ha esteso alle minoranze linguistiche il concetto di bene culturale sul quale costruire l’Europa dei popoli e non quella dei mercati.

La lettura critica della legge regionale non può trascurare ciò e non a caso il secondo articolo procede alla definizione del concetto di bene culturale di una minoranza linguistica che, va detto, è un’interessante innovazione nel sistema legislativo calabrese.  Non mi sembra poco il fatto che nell’art. 2, oltre alla lingua e al patrimonio letterario,  costituiscono bene culturale delle comunità di minoranza il  patrimonio storico e archivistico, il canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche e monumentali, gli insediamenti abitatvi antichi, le istituzioni educative, formative e religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto della cultura materiale e sociale.

Si può anche fare sarcasmo dozzinale su questo articolo, ma ritengo al contrario che è questo passaggio lo strumento di rottura di un isolamento storico, in cui i cultori della letteratura, della lingua e della storia, avevano isolato per un’intera fase gli interessi di tutela.

Questa definizione, tra l’altro, è frutto non solo dei principi della Carta europea, ma del percorso faticoso e autonomo che il mondo arbëresh ha attraversato negli ultimi trent’anni nella ricerca faticosa di riempire di contenuti più estesi la lotta per la difesa della propria identità. Forse siamo immemori dei tanti incontri nei quali noi tutti constatavamo che il bilinguismo cosiddetto zoppo aveva rotto, nel processo della socializzazione infantile, gli argini della difesa monolinguistica che si limitava solo alle azioni della comunicazione orale: parola e ascolto. Ci siamo dimenticati della impotenza verso l’estensione delle nuove comunicazioni sociali della fine del secondo millennio che, nel processo di socializzazione primaria italo-albanese, era passato da soggetto monolingue a soggetto bilingue, da soggetto che comunicava in albanese senza poter  leggere e scrivere nella sua lingua madre a soggetto che era costretto ad usare il codice italiano perché dotato delle quattro facoltà della comunicazione: lettura e scrittura, ascolto e parola. E ci siamo ancora dimenticati che questo stato della socializzazione infantile, mentre era un grande privilegio per le altri fasi di socializzazione dell’arbëresh, purtroppo, indeboliva ineluttabilmente, nello stesso soggetto, la difesa emotiva e comunicativa della lingua della comunità.

Dunque, in epoca di globalizzazione, di comunicazione a rete e in tempo reale per via satellitare, bisogna avere coscienza che difendere una lingua, appresa nei secoli dentro l’ambito familiare e della comunità di villaggio, presenta compiti ardui e di non facile soluzione. L’insegnamento della lingua diventa quindi il compito più gravoso, ma indispensabile e necessario. Bisogna convincere i bambini e le famiglie a far studiare la lingua materna, bisogna assistere e sollecitare questa esigenza, bisogna ricostruire una lingua che nel tempo ha perso la sua compattezza originaria. C’è, dunque, necessità di formare insegnanti e docenti, di estendere con corsi di alfabetizzazione e aggiornamento gli operatori linguistici; c’è da ricostruire un codice linguistico sul piano lessicale, da portarlo dalla parlata locale all’albanese ufficiale. In questo senso c’è bisogno dell’università, dei suoi laboratori scientifici e dei suoi ricercatori. Nessuno, quindi,  nega o vuole negare il ruolo determinante della ricerca e dell’università in questo campo.

Tutto questo aspetto va affidato alle università. Lo prevede la 482 e mi auguro che ciò avvenga.

Ma isolandoci alla sola questione linguistica la cultura arbëreshe verrebbe comunque tutelata? Due sono le possibili risposte: no qualora l’intervento si limitasse semplicemente all’insegnamento e apprendimento della lingua; si se l’intervento si estendesse a tutti gli aspetti della vita associativa e culturale della comunità. In questo caso, però, avremmo un’estensione sovradimensionata dei compiti dell’università che andrebbe ad occupare spazi che competono ad altre istituzioni. Questo ragionamento, fatto con la logica del buon senso, del rispetto delle istituzioni locali e dei diritti di tutti i componenti delle minoranze linguistiche, ovviamente va esteso anche a tutti coloro che ritengono che la tutela e la salvaguardia delle minoranze di Calabria passi unicamente dai saperi scientifici di università, dalle fondazioni o dagli istituti vari; rispettabilissimi soprattutto perché sono scientifici. Ma il mondo scientifico nella storia delle nazioni ha mai scavalcato i compiti affidati alla politica? Può un istituto scientifico decidere per il risanamento di una gjitonia, per la valorizzazione del patrimonio religioso, per il dimensionamento scolastico, per un piano di intervento di uno o più comuni?

Nella vita tutto è possibile; nella democrazia calabrese mi pare di no!

E, allora, se le minoranze di Calabria devono essere tutelate come bene culturale, in questa direzione bisogna tutelare la cultura materiale, quella architettonica e monumentale, il rito religioso, il patrimonio etnico e culturale, ovviamente con obiettivo  centrale la salvaguardia della lingua.

Questa legge, così oltraggiata dal qualche settore del mondo accademico e dai alcuni fautori della scientificità, sempre e ovunque, che si voglia o no, guarda a tutti gli arbëreshë e va letta attentamente se non si vuole correre il rischio di sembrare partigiani stizziti.

Ultima cosa. Questa non è una legge di pura e semplice gestione. Due anni di ritardo e di aspro confronto sono stati determinati dall’opzione se fare una legge di gestione  di un quantum finanziario oppure approvare una legge di indirizzo e di principio da usare come strumento di lotta politica e amministrativa nell’ambito dell’attività legislativa regionale. Personalmente ho lottato secondo questo obiettivo e qualche risultato è stato ottenuto senza perdere neanche le risorse economiche. Certo bisogna migliorare ancora, e speriamo di riuscirci anche nell’immediato.

Se critica deve esserci, essa lo sia nel merito della legge partendo dai bisogni della salvaguardia per entrare nel contesto delle inadempienze. Questo è il campo del confronto vero su cui nessuno vuole sottrarsi.

I sarcasmi, i giudizi (anzi i pregiudizi) sommari, le bocciature pretestuose, le critiche sussurrate lasciano il tempo che trovano e non costruiscono nulla di buono. Anzi fanno pensare che in fondo si tratta sempre e soltanto di gestione più o meno riconosciuta.

Damiano Guagliardi

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