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MONTECILFONE:
VENTUNESIMA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
La
21^ Giornata Mondiale della Poesia, quest’anno si è tenuta in tre paesi
del Molise: a Montecilfone il 30 settembre, il 1 ottobre a S. Croce di
Magliano e il 2 ottobre a Guardialfiera. E’ stata scelta, quest’anno,
la Regione Molise in omaggio alle sette comunità alloglotte presenti
nella provincia di Campobasso: quattro albanesi (Montecilfone,
Portocannone, Ururi e Campomarino) e tre di origine croata (Acquaviva
Collecroce, Montemitro e San Felice). La manifestazione avviene in
parallelo con la manifestazione stabile di Parigi, è sostenuta dal
Presidente della Repubblica Italiana, ed è stata organizzata
dall’Associazione Mondiale “Poesia 2 ottobre”, dalla Regione Molise e
dal Centro Studi Molise 2000 diretta dal Dr. Vincenzo Di Sabato.
Il
tema di quest’anno: “Poesia: pensiero, discorso, stupore. Valori e
tradizioni nelle realtà albanofone e croate presenti nel Molise”.
A
Montecilfone la serata inaugurale è stata coordinata dalla Prof.ssa
Fernanda Pugliese, alla presenza dell’Assessore regionale Prof.ssa
Angela Fusco Perrella, del Sindaco Rag. Franco Pallotta e del parroco
Mons. Franco Pezzotta.
L’ineluttabilità del Male
La
Dott.ssa Caterina Zuccaro, di Rai Internazionale, ha tenuto la relazione
introduttiva dal tema: “Controbattere in poesia il male del mondo con
soavità di pace”. La relatrice ha esordito con versi di Quasimodo che
esprimono la tragicità della presenza del male nel mondo e l’estrema
fragilità dell’uomo che non riesce a scacciarlo. In questo quadro
restano valide le parole di Giobbe che evidenziano la desolazione
dell’uomo di fronte al Male e il suo smarrimento di fronte alla domanda
sul perché Dio permetta il male, oltre che di fronte alla
imperscrutabilità del disegno di Dio, o ancora di fronte al silenzio di
Dio nella storia. Il ‘900 è il secolo del male (2 guerre mondiali, il
genocidio armeno, lo sterminio degli ucraini, la shoah, Hiroshima, le
stragi di Pol Pot, le pulizie etniche, la Jihad) e impone domande a cui
l’uomo non dà risposte perché rimane turbato da quel silenzio di Dio su
cui si è interrogato anche un papa profetico, qual è Giovanni Paolo II,
e su cui è ritornato anche Benedetto XVI nel suo “Deus Charitas est”.
Emblematico il pensiero di S. Giacono Apostolo quando, ragionando sulla
causa scatenante, trova nell’animo umano l’incrinatura che fa scaturire
le passioni, i contrasti e il disordine personale e sociale che non fa
vedere più negli altri la propria immagine. E’ Ungaretti che parla della
scoperta di sé nell’altro anche in colui che definisce nemico. E’
Foscolo che trova l’alternativa al male nelle illusioni, la prima delle
quali è la Poesia. Illusioni come realtà virtuale, capace di dare senso
alla vita, cui il Male tende a negare ogni ragione. Mentre il cupo
pessimismo del Leopardi sancisce l’irrimediabilità del Male, contro cui
non vale ribellarsi per rimanere in uno stato di stoica atarassia. Un
accenno in questo senso si ha anche in Montale quando considera
l’indifferenza come osservazione distaccata della realtà, che allude
alla indifferenza che Dio sembra mostrare nei confronti del male che
dilaga nel Creato.
Il Male e la Poesia
L’ineluttabilità lega tutte le posizioni rispetto al Male, mentre forma
che assume la risposta è quella della poesia che percorre l’intera
storia dell’umanità. La poesia viene dall’anima e per questa “proprietà”
è così intimamente connaturata all’uomo da esserne diventata la prima
modalità espressiva, dopo il linguaggio del quotidiano. Essa ha
raccontato storie, ha indagato animi, ha disegnato percorsi che ci
restituiscono l’anelito perenne dell’uomo all’affermazione del Bene.
Dalla trattazione del male, attraverso i versi che ne manifestano tutta
la crudezza anche nel linguaggio, Ungaretti trasmette una grande
ripugnanza per il male che annida in sé e attorno a sé, e in pari tempo
cresce l’anelito alla pacificazione. Nella sua riflessione, ogni poeta
ha una funzione quasi sacerdotale: penetrando il male, egli se ne assume
il peso per tutti, lo elabora, restituendolo oggettivato alla
riflessione del suo lettore, il quale leggendolo attraverso occhi
“altri”, può contemplarne la raccapricciante inumanità senza esserne
contaminato, anzi purificandosene. In sintesi la poesia è perseguimento
di armonia di forme e sentimenti, di espressione e contenuto. Ogni atto
di poesia è in sé stesso affermazione di pace, esorcizzazione del Male,
che è disarmonia stridente. Una conquista interiore, s’intende, che
consente di accettare ed affrontare con animo più sereno la vita. Pur
nella consapevolezza che il Bene e il Male, parimenti ineluttabili, non
cesseranno di farne burrasca.
La poesia arbёreshe
E’
seguita la relazione del Prof. Italo Costante Fortino, dell’Orientale di
Napoli, il quale ha trattato il tema: “Poesia e letteratura
contemporanea degli albanesi e croati in Italia”, in cui ha messo in
evidenza le tematiche che legano le composizioni degli autori della
stagione letteraria che va dal secondo Dopoguerra ad oggi. In relazione
agli autori contemporanei arbёreshё (albanesi d’Italia) ha individuato
nel poeta Vorea Ujko (pseudonimo di papàs Domenico Bellizzi) di
Frascineto (1918 – 1989) la figura più rappresentativa della letteratura
arbёreshe contemporanea, per ampiezza e profondità dell’opera.
Scoperta della propria cultura
Uno
dei temi che fa da collante in molti autori è “la scoperta della propria
cultura”, come avvenne al poeta risorgimentale, Girolamo De Rada (1814
-1903), che scoprì la cultura che era in lui e nella gente di
appartenenza attraverso l’ascolto dei canti rapsodici popolari che
risalgono a un’epoca assai antica. Da qui la sua prima opera “Zgjimet e
gjakut” (I sussulti del sangue). A questa consapevolezza che va
affermandosi gradualmente, si affianca il tema dell’”orgoglio di
appartenenza” che rappresenta un tratto culturale che si è andato
sedimentando come forza di difesa del proprio essere e che ha fatto da
cemento per non disperdere l’identità. Nel quadro di questo sobrio
orgoglio identitario si inserisce anche la poesia di Carmelo Candreva
(S. Giacomo di Cerzeto, 1931 – 1982) con la raccolta di liriche “Shpirti
i Arbёrit rron” (Vive ancora lo spirito dell’Arbёria). Lo spirito dell’albanesità
è nient’altro che l’identità culturale dell’arbёresh, con la sua storia
che si riflette nel presente con una forza che garantisce ancora la
continuità. Da qui la considerazione e la funzione della lingua
arbёreshe non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come valore
aggiunto identitario. In sintonia con questi concetti, si esprime la
poesia di Pino Cacozza (S. Demetrio Corone, 1957) quando, attraverso
immagini metaforiche, argomenta le motivazioni che sorreggono l’assunto
“Jemi njё kulturё çё nёng mёnd vdes” (Siamo una cultura che non può
morire). Il poeta sintetizza storia e immaginario popolare, resistenza e
continuità, fatica di esistere e speranza, e ammira quel fiore che
sboccia anche sulla pietra. Dietro i versi del Cacozza, il relatore ha
ricordato la tesi del linguista Claude Hagège, secondo il quale le
lingue nascono e muoiono, ma possono anche rinascere e riconsolidarsi.
Necessita la volontà politica e collettiva di quell’immaginario popolare
che il poeta percepisce e di cui ne afferma la consistenza.
Lo scoramento
I
poeti contemporanei arbёreshё, prima di giungere a una simile
consapevolezza, passano attraverso la fase triste dello “scoramento”.
La comunità è pervasa dalla sensazione di scoramento rispetto allo stato
della lingua e della cultura in un tessuto sociale dominata da
trasformazioni che causano lo spopolamento dei centri abitati arbёreshё.
La desertificazione fisica e culturale porta il poeta a comunicare
artisticamente i segni di un depauperamento generale che incute
sconforto. Le liriche di Tommaso Campera (Maschito, 1949) attraversano
questo stato di scoramento quando il poeta interpreta la morte della
lingua e della cultura con l’immagine della madre che vede allontanarsi
il figlio emigrante dimentico di ciò che ha lasciato. Nella lirica “Hora
ima vёdes” (Il mio paese muore) il poeta fissa con rammarico il dramma
della scomparsa di una cultura, la frattura fra tradizione e stato
presente, fra madre e figlio, tra passato e futuro. Il tutto avvolto in
una maledizione.
La speranza
Ma
il poeta Campera non è convinto che stia per chiudersi l’ultima porta
della cultura arbёreshe. Egli è combattivo perché ha ricevuto il
testimone e sente di affidarlo a chi dovrà portarlo avanti. Benché
emigrato in Piemonte, si rende conto che, se riesce ad esprimere
l’esperienza poetica nella lingua del suo paese, non tutto è finito. Nei
suoi ritorni in paese sente risuonare tra le vie di Maschito i suoni
dell’arbёresh, constata che la generazione giunta fino a lui è ancora
depositaria di un patrimonio culturale ricco e prezioso. Forse gli
risuonano le parole di Claude Hagège, quando trattano della morte e
rinascita delle lingue. Conclude con la lirica “Gluhan a mёmёs” (La
lingua madre) in cui l’immagine dell’ultima parola che apprende dalla
madre che muore simboleggia la trasmissione della lingua e della cultura
arbёreshe, quale eredità preziosa intesa come diritto delle nuove
generazioni e patrimonio che non va disperso con la scomparsa della
generazione precedente.
Altri temi che pervadono la poesia contemporanea arbёreshe sono il senso
di “umanità”, l’amore per la natura, la sensibilità per la bellezza. La
“solidarietà verso gli altri” trova nelle liriche di Vorea Ujko un
momento particolare nella grande carica umana, nel senso di solidarietà
tra gli uomini, nel valore eterno della fratellanza: “Pёr ty unё do ta
ruanj / pikёn e fundit / tё buçelёs sime” (Per te io serberò / l’ultima
goccia / della mia borraccia).
Queste considerazioni non sono altro che una estrema sintesi dei tanti
aspetti che incontriamo nelle opere di questi come di tanti altri
autori. Voglio, pertanto, ricordare che molto ampio è il ventaglio
degli scrittori contemporanei arbёreshё che continuano a produrre opere
in poesia e in prosa. A mo’ solo di esempio cito alcuni nomi consapevole
di non essere esaustivo ma solo intento a rappresentare le regioni che
hanno espresso voci poetiche arbёrshe. Per la Calabria sia sufficiente
ricordare, accanto ai poeti sopra menzionati, Dushko Vetmo di Frascineto,
Vincenzo Baffa Golletti di Civita, Pietro Napolitano di Firmo, Mario
Bellizzi di S. Basile, Kate Zuccaro e Vincenzo Bruno di Civita, Giuseppe
Del Gaudio di S. Nicola Dell’Alto, Buzёdhelpri di Eianina ecc. Per la
Sicilia vanno ricordati Giuseppe Schirò Di Maggio e Di Modica, Pasquale
Renda e Giuseppina Schirò, tutti di Piana Degli Albanesi ecc. Per la
Basilicata ricordiamo Enza Scutari di S. Costantino Albanese e Tommaso
Campera di Maschito. Per il Molise i nomi di poeti più noti Luis De Rosa
e Matteo Di Lena, mentre per la Puglia Carmine De Padova. A questi segue
una numero crescente di nuove voci che rappresentano la speranza della
continuità.
La poesia croata
Le
isole alloglotte che costellano l’Italia sono considerate, finalmente,
una vera ricchezza del tessuto nazionale.
Gli
Ṧklàvun, ossia i croati del Molise, che fanno venire in mente la
comunità calabrese “Schavunea”, nei pressi di Corigliano Calabro,
risalgono alle emigrazioni del XV e XVI secolo. L’espressione con cui i
croati del Molise denominano la propria lingua “na našu gòvorit”
(parlare a modo nostro) richiama l’uso analogo consolidato nel paese
albanese della Calabria, S. Basile, dove per dire “parliamo albanese” è
prevalsa la forma “fjasim a la si na” (parliamo a modo nostro).
Un
punto di contatto tra la poesia arbёreshe e quella croata si può
individuare nella sensazione di scoramento, nel constatare che la
cultura tradizionale e con essa la lingua si avviano alla scomparsa.
Nicola Gliosca, poeta contemporaneo di Acquaviva Collecroce (Kruč),
presenta una ricca produzione. Da ricordare le raccolte di liriche:
“Poesie di un vecchio quaderno” (2004), “Poesie in libertà” (2004),
“Ancora poesie” (2008), scritte in “na našu” (la parlata di Acquaviva)
con traduzione italiana a fronte. Egli consapevole della ricchezza della
cultura del suo paese, avverte che un mondo culturale composito è
destinato a scomparire. Dal suo animo sgorga un lamento profondo, il
lamento dell’intellettuale che ama ancora la serenità di un mondo e di
una cultura che per lui è ancora vita: “Mi greda za sa krivit / kada sa
vračam u Burgu / a ne nahodam več moje čeljade” (Mi vien da piangere /
quando torno al Borgo / e non trovo più la mia gente).
Come
la poesia di Tommaso Campera, anche questa di Gliosca, tuttavia, non è
priva di speranza. I corsi e ricorsi storici interessano anche le
culture che stanno per spegnersi e fanno sì che la speranza della
continuità alimenti la mente e il cuore a gente che si ostina a
ricorrere alla fonte. Infatti nella “Funda stara” (La fontana vecchia),
il poeta rivolgendosi alla fontana “vecchia” e in “disparte”, che con
generosità continua ad elargire il prezioso alimento, scrive:“mučana
dajaš vodu / komu ka još ti ju prosi” (in silenzio dai l’acqua / a
qualcuno che ancora te la chiede). Ampio è il ventaglio della poesia di
Gliosca: spazia dalla natura, col suo ambiente accogliente che ospita
l’uomo con le luci del cielo, al tappeto del verde prato e i colori
dell’arcobalemo, in cui si avverte la mano del Fattore che “come il
vento, non si vede, ma c’è”. Nel creato, poi, armonioso e rasserenante,
sboccia il mistero dell’amore, inteso come espansione verso la natura,
verso Dio, e verso la creatura più bella del creato, la donna.
Il relatore Fortino,
sottolineando la forza della poesia dei succitati autori, ha concluso
con una considerazione ottimistica sostenendo che fin quando esistono
scrittori, poeti, narratori, cantori che interpretano il proprio mondo
culturale e lo sanno esprimere nella loro lingua materna, quella loro
cultura e l’habitat del borgo non sono ancora morti, anzi dimostrano di
possedere sufficiente vitalità ed energia per riproporsi e rigenerarsi,
anche se non proprio nelle stesse forme del passato. |