ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

VOREA UJKO: Poeta moderno dell’ethnos albanese

Il Volume sull’opera letteraria di Vorea Ujko (Vorea Ujko, Opera letteraria, Studio introduttivo di Italo Costante Fortino – Cura dei testi di Agostino Giordano – Traduzioni di Caterina Zuccaio, Editrice Il Cosciale, Castrovillari, 2004, pp. 780) è stato presentato il 1 maggio 2004 a Firmo, con la partecipazione di amici dell’Autore della Kosova (Agim Vinca), dell’Albania (Dritëro Agolli, Xhevahir Spahiu, Nasho Jorgaqi), e vari studiosi.

Il 27 novembre 2004 è stato ripresentato a Roma, nella sede del Circolo Besa (Via dei Greci 46), in occasione della festa nazionale albanese. Proponiamo ai lettori di Katundi ynë le considerazioni fatte dal Prof. Italo Costante Fortino

Premessa 

Il volume comprende tanto l’opera edita, in volumi e su riviste, quanto quella inedita che siamo riusciti ad avere grazie alla disponibilità dei nipoti, legittimi detentori dell’intera documentazione, e alla Lega degli Scrittori d’Albania, che ha messo a disposizione un ricco materiale in suo possesso avuto direttamente dall’Autore.

Il lettore, oggi, con questa pubblicazione ha a disposizione tutta l’opera letteraria del nostro Autore e può ricostruirne la figura in tutti i suoi lineamenti.

Primo giudizio su Vorea Ujko

Le prime due poesie sono state pubblicate nel 1959, sul numero 9-10 della rivista “Shejzat”: 1) Kujtim (Ricordo), 2) Mbrëmja (La sera). Presentandole il Direttore  Prof. Ernesto Koliqi esprime il seguente primo giudizio:

“Siamo lieti di presentare ai nostri lettori due liriche scritte in arbresh da un fine e appassionato intenditore di letteratura e d’arte. Sono, forse, i primi tentativi poetici ch’egli compie nella vergine lingua della madrepatria. Si avverte in essi lo sforzo dello scrittore di adeguare il mezzo espressivo a una illuminata maturità di pensiero, e, ciò, li rende molto suggestivi, pieni cioè di una grazia fresca e titubante che lascia nell’animo strane scie musicali udite in un lontano passato e rimaste sempre vive in fondo alla memoria” (p. 329).

Dalla lettura delle due poesie viene fuori la problematica della rimembranza. Gli uomini di oggi sono in contatto, meglio dire in continuità, con quelli di ieri: mall’ i gjërave që s’janë “la nostalgia delle cose perdute”.

Il poeta avverte, sente, ha coscienza del passato – l’antica cultura arbëreshe. E lui scriverà la prima raccolta di liriche dal titolo “Zgjimet e gjakut” (Sussulti del sangue) come debito, afferma, “verso la nostra origine, la nostra cultura, le nostre tradizioni”.

Sono gli echi della vita passata che parlano allo spirito del poeta.

Il Poeta Vorea Ujko, ascoltando gli echi che gli provengono dall’antica cultura arbëreshe, dalla storia degli arbëreshë, dai racconti dei vecchi e delle vecchie, si muove sulla stessa dimensione del tempo di Girolamo De Rada e segue lo stesso procedimento cognitivo nella scoperta della realtà culturale profonda che giaceva coperta dalla polvere del tempo.

Il De Rada scopriva la cultura arbëreshe ascoltando le rapsodie che cantavano le anziane donne, e scopre che in esse c’è lo spirito della cultura antica che gli albanesi portarono con sé dall’Albania.

Il Vorea dedica al De Rada una poesia proprio col titolo “De Radës” (A De Rada), in cui vibra lo spirito dell’etnicità con toni ora lirici e ora epici e dove appaiono figure della poesia popolare deradiane, Kollogrea e Milosao, l’ambiente del paese ispiratore di tanta poesia.

Orere edite

Le opere edite dall’Autore raffigurano il suo percorso culturale e poetico.

1) Zgjimet e gjakut (I sussulti del sangue), del 1971 come suggerisce il titolo, risvegliò la coscienza al poeta, gli aprì gli occhi sulla cultura tradizionale, sulla ricchezza della cultura, viva sino ad oggi.

2) Kosova (La Kosova) – del 1973 - è il viaggio al di là dell’Adriatico, nei Balcani, per incontrare i fratelli albanesi, antichi di cinque secoli. Il primo incontri è quello con gli albanesi della Kosova e ad essi dedica tutte le poesie della raccolta.

3) Mote moderne (Tempi moderni),  del 1976, rappresenta la maturità del poeta con temi e problematiche esistenziali: la morte, la vita dell’uomo, il nichilismo.

4) Stinat e mia (Le mie stagioni), del 1980, un connubio tra ricordi dei viaggi in Kosova e sentimenti ispirati alla natura, soprattutto alla natura kosovara.

La poesia del Vorea è ricca di umanità, di sensibilità per le disgrazie che si abbattono sugli uomini. La sua è una poesia che è attenta alle aspirazioni degli individui e dei popoli. Poi con i Kosovari e gli Albanesi d’oltre Adriatico, in genere, sottolinea le affinità psicologiche, le affinità culturali, le affinità del sentimento, evidenziando che, cinque secoli fa, arbëreshë e shqiptarë erano un popolo unico.

Altre raccolte di poesie sono state pubblicate a cura di altri studiosi, ma con l’approvazione dell’Autore.

Si tratta di tre raccolte che coronano il pensiero poetico e il lirismo del sentimento, fine e delicato, di un uomo che esteriormente trovava addentellati piuttosto nei lupi, che nel “cor gentil”, – come ci conferma lui stesso quando sceglie come pseudonimo il termine “Ujko” = “lupo”.

La raccolta “Këngë arbëreshe” è del 1982,  “Burimi” del 1985, e infine “Hapma derën, Zonja Mëmë”, postuma del 1990, ma già avviata quand’era in vita. Vorea muore l’anno prima il 1989.

Queste tre raccolte si caratterizzano per un cambio di registro: il sentimento etnico, fortemente presente e ben radicato nelle raccolte precedenti, è ora soffuso da un’ispirazione delicata e robusta. Sono liriche che parlano d’amore, di un eros travolgente che, nel mentre lancia le frecce infuocate, sa  apparire, al contempo, tenue e riverente.

Straordinarie sono le poesie dedicate a Elena (vedi “Këngët e Elenës” in “Hapma derën, Zonja mëmë” (p. 343), o quelle dedicate a Liliana.

Forse il Vorea in queste ed altre poesie d’amore raggiunge il massimo dell’espressività e del lirismo.

Opere inedite

Il valore di questo volume non risiede solo nella sistemazione di quanto già era stato dato alle stampe in diverse riprese, ma trova un valore aggiunto nella pubblicazione, per la prima volta, di un ricco materiale che completa la figura di Vorea Ujko. Ora quest’Autore può essere letto nella sua interezza; e, con cognizione di causa, può essere collocato con ragionevole obiettività nella storia letteraria.

Abbiamo ritrovato e pubblicato, nella sezione dell’inedito, un ricco materiale fatto di liriche varie, di due poemi e di un dramma.

Le poesie hanno come argomento di ispirazione la natura, l’amore, la nostalgia.

I due poemi trasformano l’esperienza dei suoi viaggi in Albania in poesia, ovverosia in arte. Il Poeta trasforma l’esperienza concreta, sociale e politica, in esperienza intellettuale, sublima i fatti, li stacca dalla realtà, li estranea con significati aggiunti.

Non ha più valore l’elemento politico, o l’elemento reale che egli traccia, ma il significato simbolico che i fatti, le figure, i personaggi riprendono nella mente del Poeta, e nella forma poetica.

Il punto principale è la grande meraviglia che prova il Vorea per l’Albania, quando s’accorge che, dopo molti secoli, il 28 novembre 1912 l’Albania ha riconquistato l’indipendenza.

Il Poeta parte dal concetto che l’Albania deve impossessarsi della libertà e dell’indipendenza dagli stranieri.

Da un lato questa ci sembra letteratura impegnata, ovverosia poesia che tratta argomenti politici; e, vista sotto questo profilo, può rasentare la compromissione quando parla di situazioni delicate politiche interne all’Albania; dall’altro lato, però, se consideriamo che al Poeta non interessa l’argomento politico fine a se stesso, né il giudizio politico sull’operato delle persone, ma il processo evolutivo dell’idea etnica e dell’affermazione del diritto di un popolo, trasfigurato nel simbolo dell’albanesità, il discorso poetico prende connotati etnici che rientrano in un arco di ampio raggio, in cui il collegamento tra storia e cronaca va visto in una prospettiva che si astrae dal presente stesso di cui tuttavia sta trattando.

Il poema “Shekulli im” (Il mio secolo) passa in rassegna, dolorosamente, tutti i fatti che hanno toccato il XX secolo, un secolo definito dal Vorea “spietato”, “violento” nei sistemi politici e nei rapporti internazionali, in quanto le guerre hanno diffuso il dolore a macchia d’olio.

Da questa premessa deriva la poetica del Vorea, un uomo con sentimenti profondi, il quale colloca al centro del mondo l’uomo, per il quale la società deve operare per migliorare le condizioni di vita.

Vorea si stacca dai personalismi, dai fatti concreti e anche quando ne parla, egli si estranea per rivolgersi a tutti con un pensiero più elevato: il XX secolo ha manifestato l’aspetto più selvaggio dell’uomo, ma proprio per questo gli uomini devono imparare a coesistere e a collaborare.

Anche la struttura della poesia, ora con rima ora senza rima, con ritmo ora accelerato ora allentato, come pure la varietà della lunghezza metrica, riflettono lo stato d’animo del Poeta, e riflettono con l’acustica la disarmonia della vita, i fatti drammatici del secolo.

Il Poeta ci appare talora pessimista, perché l’uomo nel XX secolo si è dimostrato cattivo, ma sostanzialmente Egli non è pessimista.

Il Poeta Vorea Ujko, come uomo e come prete, è ottimista e ce lo rivela a chiare lettere quando scrive che “l’alba” gli appare in sogno, l’alba, ossia un giorno nuovo, migliore di quello appena trascorso.

Per comprendere con obiettività la poesia di Vorea bisogna rapportarsi al sentimento fondante che aveva il Poeta: amore, nostalgia, la terra degli antenati, in una parola l’albanesità.

In nome di questo amore, il Poeta mitizza la storia, mitizza Skanderbeg, mitizza tutti coloro che esaltarono e contribuirono a connotare la vita albanese, ivi compresa la figura di Enver Hoxha.

L’interesse di Vorea per il teatro è testimoniato da una sua breve nota, tuttora inedita, dal titolo Shënime rreth Pirandellit, in cui l’Autore affronta sinteticamente la problematica del teatro pirandelliano inserita nel clima della letteratura contemporanea.

Il suo dramma dal titolo Faqe e panjohur e një ditari arbëresh (Pagina sconosciuta di un diario albanese) rende manifesto il mondo dell’ideologia, il rapporto che lega l’individuo alla società, ma soprattutto rende manifesto il suo sentire, la sua appartenenza ad un gruppo etnico in cui spicca il vincolo della solidarietà.

Il Vorea trova nella storia recente un argomento di pregnante interesse.

L’invasione dell’Albania da parte dell’esercito italiano del 7 aprile 1939 è vista nei suoi riflessi in una piccola comunità di origine albanese dell’Italia Meridionale.

L’arco temporale durante il quale si svolge l’azione del dramma non è molto esteso, va appunto dal venerdì santo (7 aprile 1939) alla domenica successiva alla Pasqua, un periodo importante per la comunità arbëreshe perché in essa si festeggiano le Vallje, danze accompagnate dal canto per commemorare la figura del principe Giorgio Castriota Scanderbeg, le emigrazioni e la continuità della presenza albanese in Italia. Non a caso l’Autore ha premesso che il lajtmotiv che accompagna lo svolgersi della vicenda sia rappresentato dal canto E Skanderbeku një menatë, che si canta per l’appunto durante le Vallje del martedì di Pasqua a Frascineto ed Eianina, paese del Vorea e del nostro Agostino.

E’ significativo che i momenti salienti siano celebrati con questo canto, quale evocazione della resistenza del Principe a difesa del suo popolo, perché l’intero dramma mira a riaffermare i tratti della cultura della comunità alloglotta.

Questo dramma rimane un prezioso esempio di prosa dialogata, in cui spicca la scorrevolezza della lingua, nell’intreccio dei registri dell’eloquio familiare con quello più alto dei momenti impegnativi ufficiali, e la capacità di rendere visibile la consistenza delle varie forme di una cultura tradizionale, riflessa nelle sue origini e nell’evoluzione storica.  

Italo Costante Fortino

Një grusht dhe

Një grusht dhe

të tokës sime:

baltë, shi, stuhi, diell

aromë e freskët kashte

dhe bukë të munduar.

Kam një grusht dhe

të tokës sime

që më thërret në dorë.

 

“Un pugno di terra

della mia terra:

fango, pioggia, tempesta, sole

aroma fresco di paglia

e di pane sofferto.

Ho un pugno di terra

Della mia terra

Che mi grida nella mano”.

 

(da “Këngë arbëreshë”, Opera letteraria,  p. 256)

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