Gėzim
Hajdari
Breve
panorama della poesia albanese
dagli anni Trenta ad oggi
Poeta albanese, vincitore
del Premio Montale, traduttore, vive in Italia.
Ha pubblicato in italiano alcuni volumi di poesie, tra i quali Corpo
presente (1999) e Antologia della pioggia (2000).
La poesia albanese č una delle pił dilaniate in Europa. Il cosiddetto
"realismo socialista" (il manifesto dell'arte di partito) come in nessun
altro paese al mondo, ha mostruosamente sterilizzato mezzo secolo della
poesia albanese e l'intera letteratura nazionale. "Essere poeta in
Albania, in un paese piccolo ma di grandi tragedie, forse era pił
difficile che altrove, dove ad essere condannati erano non solo coloro che
scrivevano, ma anche i loro libri e a volte le loro tombe" (V. Zhiti).
I poeti pił vitali venivano fucilati (L. Shantoja, V. Prendushi, H. Nela,
G. Leka, V. Blloshmi..), rinchiusi in carcere (M. Kokalari, K. Trebeshina,
M. Araniti, L. Radi, P. Marco, S. Ahmeti, F. Reshpja, V. Zhiti, M.
Velo...), costretti al lavoro di "rieducazione ideologica" nelle campagne
(F. Haliti...) o al silenzio forzato (L. Poradeci, G. Pali, V. Qurku...),
internati e privati della parola (M. Kokalari, M. Araniti, L. Pervizi, L.
Radi, S. Ahmeti); nati nei campi di concentramento oppure messi al bando
dal regime ( J. Radi, J. Marko, L. Ndoja, F. Laholli, Sh. Kelmendi, Sh.
Bali...) alcuni di loro sono poi fuggiti all'estero (E. Koliqi, A. Pipa,
M. Camaj, B. Xhaferri...).
A differenza degli altri paesi totalitari dell'Est, da cui gli
intellettuali riuscivano a espatriare e a rifugiarsi in altri stati, il
controllo poliziesco su poeti e scrittori difficilmente poteva essere
eluso in una nazione ridotta come l'Albania. L'isolamento totale dal resto
del mondo, la mancanza di contatto con le esperienze delle avanguardie
europee, fecero del marxismo l'unico principio estetico dell'arte e della
poesia l'eco del medesimo. Tutto questo faceva parte della politica
culturale teorizzata da Lenin in Russia, avvelenata dalla ideologia e
presa a modello per una letteratura nazionale e popolare dei paesi
dell'Est richiamandosi, al contrario dell'idea goethiana di una
letteratura universale, all'immagine del poeta al di sopra delle parti:
l'intellettuale secondo Hoxha doveva aiutare il partito ad educare la
gente, un vero e proprio braccio destro del potere e, di conseguenza, la
letteratura era considerata uno strumento nelle mani del partito. Per
questo si affermava che la letteratura in Albania cominciava nel '41 con
la fondazione del Partito Comunista e forse il crimine pił orribile del
regime č stato proprio la repressione spirituale dei poeti, oltre la la
loro eliminazione fisica. Sotto il pretesto di un nuovo mondo si cercava
la distruzione della tradizione poetica. Erano tempi in cui l'Albania
divorava i propri figli come Medea.
Non a caso la poesia albanese, fino al '90, č rimasta isolata, salvo
qualche poesia di Migjeni o qualche rassegna di due o tre poeti
contemporanei; quel che resta della produzione poetica di 50 anni č da
rivedere. La maggior parte dei poeti hanno trascorso tutta la loro
esistenza artistica celebrando, volontariamente o meno la dittatura, e
lasciandoci perciņ una poesia patetica e sbiadita, di basso profilo
artistico. Č arrivato ora il momento di dare il giusto valore alla poesia
albanese. Spetta agli studiosi (ma solo a quelli che sanno realmente cosa
sia la poesia) creare un nuovo canone per evidenziare la vera poesia,
storicizzandola.
Le antologie poetiche pubblicate finora sono infatte espressione di "clan"
e non a caso si tratta di antologie curate da politici. In Albania sono
ormai tanti coloro che scrivono in una democrazia culturale di massa,
anche se pochi quelli degni di essere chiamati poeti.
Ma la cosa peggiore č che l'Albania continua a presentarsi, ancora oggi,
alle soglie del terzo millennio, con questo genere poesia, molto stimata
in patria, e con i suoi autori considerati grandi poeti; anzi quest'ultimi
hanno gią fissato il loro posto nel pantheon letterario nazionale,
difendendolo con le unghie e con i denti. Usurpando editori, collane
intere, librerie, testi scolastici ed accademici, radio e televisione
statale, dimenticando che il miglior giudice č il tempo, perché in questo
mondo, sospeso nel nulla, non c'č niente da usurpare, né da lasciare.
L'arte - scriveva il poeta e cantore Leņ Ferré - non č un ufficio di
antropometria/ La luce si accende solo sulle tombe".
La loro arma offensiva č la carta dell'anticosmopolita e del nazionalismo
ridicolo e pericoloso, diventato oggi un mito delirante e sciovinista, che
l'esule Maksimonov definiva peggiore dell'A.I.D.S.
Il poeta dovrebbe vivere il conflitto tra il mito della propria nazione e
quello dell'Europa, essendo partecipe di entrambe. Egli perde e ritrova,
al tempo stesso, i confini; anzi č un distruttore di confini e di
identitą. A volte rivendicare i propri confini, le proprie bandiere, le
proprie radici, non sempre unisce. Sottolineare violentemente il mito
nazionalista č pericoloso, devastante. Il poeta č un viandante che sogna
Atlantide, appartiene ai mondi, č un uomo libero: uomo di confini e
insegna a tutti ad essere migranti e stranieri. "Errando si diventa un
altro", ci insegna A. Gnisci - e continua - "per riscoprire la sua umanitą
l'uomo deve liberarsi dai legami e mettersi in cammino". Come Gilgamesh
alla ricerca della vita e della morte. I poeti del nazionalismo patetico
dividono, non uniscono. S. Jonson considerava il nazionalismo come
"l'ultimo rifugio del farabutto". Il vero poeta vive tante identitą nella
sua identitą, creando ogni giorno una nuova patria. "La vita č arte
dell'incontro" cantava De Moraes. A chi chiede a uno di dov'č non si deve
rispondere "di Atene" o "di Corinto", bensģ "del mondo", diceva Socrate
duemila anni fa.
Per Borges ciņ che č universale č anche nazionale; mentre per S. Agostino
la patria č la sapienza e per Auerbach il nostro domicilio filologico č la
terra.
I cambiamenti del
pluralismo arrivarono tardi per i suddetti poeti, quando ormai si erano
gią formati; per loro ci vuole del tempo per liberarsi, per poi
ricominciare a pensare daccapo, ma per ripensare daccapo ci vuole un'altra
vita terrestre. E questo č triste.
Loro soffrono la tragedia di un'utopia e la crudeltą del proprio destino.
Dopo il crollo del regime, i poeti albanesi sono rimasti confusi,
disorientati come in tutti paesi dell'Est. Ricordo che Hrabal, il grande
poeta e scrittore ceco, confessava di "rimpiangere" quel passato in cui
era riuscito a scrivere, perché nel presente "liberato" si sentiva come
una fabbrica che va verso la chiusura. Forse perché non c'č pił un nemico
che possa servire come metafora. La loro poesia (nonché la narrativa) nel
passato reggeva grazie a questa ambiguitą. Alcuni di loro, che fino a ieri
erano i Zdanov, oggi sono diventati politici cinici e i politici di ieri
si sono improvvisati poeti banali, e altri addiritura affaristi sospetti.
E questo fa parte dell'assurdo paradosso albanese.
La fine del comunismo non ha aperto una nuova stagione. Dai cassetti non
sono usciti dei grandi libri di poesia. I poeti dei paesi dell'Est sono
caduti insieme alla Cortina di ferro. In realtą, siamo solo proiettati
nella vita letteraria dei caffč e delle riviste artistiche che nascono e
scompaiono come funghi. La spaccatura č forzata: ciņ che regna dappertutto
č un disorientamento creativo. L'uso arbitrario del termine "modernismo"
ha creato molta confusione anche in Albania e potrebbe portare la poesia
nel vicolo cieco in cui si trova gią la poesia occidentale del
post-moderno.
Se si visita, oggi, il club storico della Lega degli Artisti e degli
Scrittori albanesi (trasformatosi in una "bettola") al centro di Tirana,
si troveranno poeti e scrittori irriconoscibili ed ubriachi; la libertą di
scrivere l'hanno pagata con lo stipendio assicurato che avevano nella
cultura di Stato.
Storicamente la poesia e la narrativa , i trattati politici e filosofici,
la vera arte e la vera cultura albanese hanno avuto come autori gli
albanesi emigranti, esuli, detenuti e dissidenti dei regimi e delle
dittature quali De Rada, Serembe, N. Frashėri, Asdreni, P. Vaso, Noli, F.
Konica, Miggjeni, E. Koliqi, A. Pipa, M. Camaj, L. Radi, M. Araniti, B.
Xhaferri, L. Poradeci, M. Kuteli, P. Marko, K. Trebeshina, V. Zhiti...
Complice del degrado poetico albanese č anche il pensiero critico assente
o sterile che appartiene alla vecchia mentalitą, e che continua a guidare
l'arte, educando con gusti mediocri i poeti della nuova generazione.
Ma nell'Albania di oggi anche la poesia si č trasformata in una merce che
viene gestita, come tutte le merci, dalla mafia letteraria albanese che fa
parte del potere politico ed economico, appoggiata anche dalle fondazioni
straniere che si trovano nella capitale albanese, le quali sponsorizzano
libri mediocri, che non hanno nulla da spartire con la poesia, "Perché
essa - scrive ancora il mio amico poeta e uomo di cultura A. Di Sora - č
ancora, nonostante tutto e tutti, grumo sanguigno, parte maledetta,
solitudine e disperazione, misura nella dismisura".
La mafia letteraria cerca a tutti i costi di ignorare ed emarginare la
vera arte e la vera cultura nazionale, promuovendo un surrogato di poesia
che č una continuazione tardiva ed esaurita del "realismo socialista" e
concedendo arbitrariamente passaporti di ereditą poetica .
Il primo periodo inizia con la generazione degli anni '30 - '40. La
generazione di questi anni č rappresentata da illustri poeti: Migjeni,
Poradeci, Noli, Prenushi, Koliqi, Asllani, Haxhiademi, P. Marko, N. Bulka...
che inaugurano una nuova stagione della lingua e della parola poetica
albanese. Essi avevano studiato nelle Universitą pił prestigiose d'Europa
e avevano assimilato la grande tradizione letteraria occidentale.
Attraverso i loro versi portavano una nuova percezione nella cultura e
nella poesia nazionale, che nei decenni successivi si scontrerą aspramente
con i poeti della resistenza partigiana.
Migjeni, poeta e narratore moderno, č il rappresentante pił celebre del
realismo critico albanese. La sua poesia, con dei forti cenni
esistenziali, č grido abissale e speranza terrestre, a volte con una
profonda connotazione malinconica e una forte denuncia socio-politica; una
poesia blasfema e sconvolgente per il suo tempo; egli fece svegliare le
coscienze soffocate degli umiliati e insisteva per salvare l'uomo in
questa vita e non nell'aldilą. Si sente nella sua opera l'influenza del
realismo critico europeo dell'epoca. Migjeni č il poeta di confine tra il
vecchio e il nuovo; un nuovo che per nascere aveva bisogno anche della
breve vita del poeta: Migjeni (chiamato "poeta delle giovani anime" da L.
Radi in un articolo memorabile pubblicato su Drita il 5. 9. 1938 , in
occasione della sua scomparsa, ) č morto in Italia, a Torino, a soli
ventisette anni.
Inquietante č stata anche la vita dell'altro famoso lirico Poradeci. La
poesia di Poradeci č celestiale, densa di concetti filosofici e tendente
all'amore. A parte due raccolte degli anni '30, non pubblicņ pił nulla. Il
metodo del "realismo socialista" lo costrinse al silenzio per tutto il
resto della sua vita, quasi mezzo secolo. Poradeci rientrava in patria
dopo vent'anni di studi all'estero e veniva acclamato come il massimo
lirico. I suoi maestri erano i lirici tedeschi quali Heine ed i filosofi
indiani. Egli si ritirņ poi nella cittą natale, dimenticato e ignorato
dalla critica ufficiale, come un poeta antirivoluzionario. Gli unici
"amici" erano quelli che andavano a trovarlo durante le vacanze estive
nella sua cittą di Pogradec. I loro incontri con il grande poeta venivano
stimolati pił dalla curiositą per la sua figura dai capelli biondi, lunghi
(eccezione per la morale ufficiale) e per il suo inseparabile cane o per
la sua dimensione eretica avvolta di silenzio e mistero insieme, pił che
per la sua condizione umana ed artistica.
Un altro poeta brillante condannato al silenzio forzato fu G. Pali morto
alla etą di ventinove anni. Il suo libro dal titolo emblematico Stelle
sull'abisso rimane una vera perla nella storia della poesia albanese.
La vita di P. Marko č stata, invece, un tormento continuo, un dramma
vivente. Marko č autore di famosi romanzi e poesie; č il primo futurista
della poesia albanese, merito mai riconosciuto fino ad oggi dalla critica
albanese. Egli ha vissuto tormentato tra casa e prigione. Era stato
volontario nella guerra di Spagna per difendere la Repubblica, e lģ aveva
fatto amicizia con Hemingway ed Eluard. Muore intristito e distrutto.
M. Araniti in cinquant'anni scrisse solo cinque splendide poesie di cui
tre sono sonetti; nonostante siano poche, il loro valore č talmente
indiscutibile che il poeta puņ essere inserito in qualsiasi antologia di
poesia albanese. Araniti č stato anche traduttore di 156 opere di
albanologia, presso il museo civico di Durazzo.
Il secondo periodo appartiene agli anni '40 - '50. C'č da stupirsi, ma
nell'arco di questi anni i valori poetici sono quasi assenti. Era l'epoca
della pianificazione della nuova estetica di Stato e dell'affermazione
dell' "uomo nuovo", creato dal partito e temprato sotto l'incudine della
classe operaia e contadina: "l'uomo muscoloso" che vigila giorno e notte
nel difendere le vittorie e la patria dai suoi nemici. I temi
dell'oppressione, dell'inquietudine quotidiana ed altri a carattere
esistenziale e metafisico erano proibiti. I valori di una opera letteraria
si misuravano con il servizio al partito e al socialismo reale. Lo slogan
del realismo socialista era: Il poeta dovrebbe essere "l'occhio,
l'orecchio e la voce della classe"; uno slogan che proveniva dalla
letteratura madre dell'Unione Sovietica.
I rappresentanti di questo periodo, quali Sh. Musaraj, K. Jakova, Dh.
Shuteriqi, Ll. Siliqi, D. Siliqi, A. Varfi, A. Caēi, tornavano vincitori
dalla guerra e insieme alla libertą portavano l'eco della Rivoluzione
d'Ottobre. Essi militarizzarono la poesia albanese, diventando quegli
intellettuali organici di partito che guidarono gli attacchi critici
violenti contro i poeti che si lasciavano influenzare dall'arte malata
dell'occidente capitalista.
Le scintille della vera poesia restavano sepolte tra le siepi dei
giardini, come nel caso di L. Radi, laureatosi nel 1942 in giurisprudenza
all'Universitą "La Sapienza" di Roma. Radi trascorse quarantasei anni tra
carceri e campi di concentramento; fu messo alla berlina dal regime pił di
una volta. A tutt'oggi, mi auguro, che si sia presa coscienza del crimine
commesso dai servi della dittatura ai danni di quest'uomo, patrimonio
nazionale e non solo. Egli č stato uno dei grandi intellettuali albanesi:
poeta delicato e struggente, narratore, saggista, conoscitore di molte
lingue, traduttore in albanese dell'opera di Platone e di alcuni scrittori
serbocroati.
Negli anni '60 spiccano Agolli, Kadarč, Arapi, Trebeshina, Pipa, Camaj,
Xhaferri, Haliti, Qurku, Qirjazi, Bejko, Vyshka, Spahiu, Papleka... Allo
stesso tempo, si svolge una fitta e preziosa attivitą poetica non
ufficiale fuori dei confini; rappresentanti emblematici ne furono A. Pipa
e M. Camaj.
Č il periodo del risveglio, ma anche degli scontri e dei "Grandi
Processi". Lo scenario delle Grandi Purghe staliniane, degli anni '30,
'40, e '60, si ripette sistematicamente anche in Albania. Gli esponenti
dell'avanguardia artistica russa furono costretti a partire in esilio o
liquidati come Mandel'stam, Babel, Kluev, Vvedenskij, Charms, Vesėlyj,
Erdman, D. Mirskij e molti altri. Quell'epoca iniziņ con il suicidio di
Majakovskij e finģ con quello di Cvetaeva.
In Albania vennero fucilati Shantoja, Prendushi, Nela, Blloshmi, Leka ;
carcerati: Kokalari, L. Radi, Trebeshina, Araniti, Reshpja, Zhiti, Velo;
costretti a vivere in esilio: Koliqi, Pipa, Camaj; internati e messi al
silenzio forzato decine e decine artisti della Parola.
Nel panorama internazionale il clima era molto teso: il Pca rompeva con il
Partito Comunista dell'URS, l'Albania usciva dal Trattato di Varsavia;
l'eco della Rivoluzione culturale cinese - che vedeva l'arte e la
letteratura come un fenomeno borghese e ciņ che era intellettuale come un
crimine - arrivava sino in Albania. Poeti e scrittori furono obbligati ad
andare a lavorare nelle campagne e nelle fabbriche; il sogno utopico
maoista era: una societą di contadini e operai. Fu messa all'ordine del
giorno la definizione di Stalin: la letteratura dovrebbe essere nazionale
per la forma e socialista nel contenuto; lotta aperta, quindi, alle
tendenze moderne, ai formalismi, all'arte decadente e via libera
all'insegnamento del compagno Mao Tse Tung sui problemi delle arti e della
letteratura; il pensiero del partito doveva essere come un filo rosso che
percorre ogni opera letteraria. Dagli anni '60 in poi la poesia albanese
ha subito sconfitte, perdite incolmabili, compromessi, ma anche
affermazioni. Alcuni poeti venivano condannati dal IV Plenum del 1973
perché le loro poesie erano giudicate sovversive e revisioniste e la loro
arte degenerata. La censura controllava veramente tutto; anche le opere
dei poeti del Kosovo erano proibite. Nelle conferenze dedicate alla poesia
partecipava di persona il dittatore Enver Hoxha. L'ordine era: chiarezza,
uno stile popolare, una cultura delle masse per le masse, andare lģ dove
si produce. Sono anni oscuri e torbidi per la cultura albanese.
Alla presentazione di ogni nuovo libro partecipava il segretario del
partito. Prima dell' uscita la pubblicazione era gią stata revisionata
dall'ufficio stampa presso il Comitato Centrale del Partito... Gli uomini
di cultura erano i pił temuti dal regime, perché la poesia č sogno,
utopia, immaginazione e come tale č contro il potere.
La linfa della loro ispirazione diventava allora la tradizione orale,
l'epica e la resistenza alle influenze esterne. Erano gli anni in cui la
critica ufficiale inisteva per un' arte che risentisse di una forte
presenza del Partito. Il genere preferito (a volte con l'ordine che veniva
dall'Alto) diventņ il poema, ma non mancarono i poeti che toccarono i
tabł. Costoro erano pił vicini alla poesia romantica sovietica di Pushkin,
Esenin, Bagrickij o a quella anglosassone di Berns. Essi osarono toccare
temi proibiti quali l'amore, l'angoscia quotidiana e il tentativo di
rompere il "silenzio". Caddero anche le prime teste: decine di poeti e
scrittori vennero mandati nelle periferie o nelle campagne per essere
"rieducati"nonché nelle prigioni; i loro libri messi al bando.
La maggior parte dei poeti che dirigevano i periodici letterari erano
coinvolti nella polizia segreta. In molti casi erano proprio i poeti e i
redattori di poesia, che oltre alla censura, compilavano l'atto di accusa
ai danni dei propri colleghi e preparavano la distruzione delle loro
opere.
Tutto questo terrore continuo e sistematico del regime, nei confronti
degli uomini di cultura, soffocņ gli spazi e l'energia della Parola.
Nel palcoscenico insanguinato della poesia albanese si giocava il teatro
pił lugubre del tempo...
Agolli č un bardo nato, la sua poesia, diretta e rimata, si ispira a
motivi e a ballate popolari e autoctone. Č il poeta pił celebre del
realismo socialista. I suoi poemi maestosi vennero sepolti insieme al
regime, restano le liriche scritte sulla sua carne. Agolli č l'ultimo
neoclassico della poesia albanese. Dal '90 in poi egli canta in maniera
struggente il destino del poeta e dell'individuo e il nuovo inganno
albanese della cosiddetta democrazia. Nelle ultime raccolte si sente un
forte tono meditativo di fronte agli interrogativi esistenziali. Armato di
parole egli tenta di penetrare nel mistero delle cose. Vita e morte e
viceversa diventano i due temi principali che tormentano e frammentano il
suo essere. L'abisso del nulla spaventa e seduce Agolli poeta. Le sue
liriche sono tradotte in alcune lingue, ma le antologie della sua poesia,
curate dalla critica albanese, lasciano a desiderare per quanto riguarda
la selezione. Agolli č anche autore di bellissimi racconti. Dopo il 15°
Plenum il suo libro Il rumore dei venti di allora viene messo al
bando.
Kadarč č un altro poeta che ha dominato per quarant'anni il panorama della
poesia del paese delle aquile. Kadarč rivoluzionņ la poesia della propria
patria, ma i suoi poemi non si salvarono dopo il crollo del "realismo
socialista". I suoi migliori versi appartengono agli anni studenteschi.
Egli entra potentemente nella repubblica delle lettere . Pił che poeta č
narratore. I suoi romanzi tradotti in molte lingue lo collocano tra i piu
grandi scrittori d'Europa. Kadarč č una figura assai complessa: amata e
odiata nella stessa misura sia dalla dittatura comunista che dall'opinionepubblica
contemporanea, albanese ed europea. Sia lui che i suoi libri sono stati
tante volte al centro di polemiche ufficiali e pubbliche per la loro
ambiguitą; č questo il motivo per cui alcuni di essi sono stati censurati.
Č un caso insolito nella storia delle lettere albanesi. Nella maggior
parte, le sue poesie non sono altro che riferimenti ai suoi racconti e
romanzi, come accade in Montale. La poesia di Kadarč si ispira
particolarmente ai grandi romantici russi e non riesce a oltrepassare
quella soglia. Sia Agolli che Kadarč provengono dagli studi universitari
di Pietroburgo e di Mosca, la terra dei grandi simbolisti quali Blok,
Belyj, Brjusov e dei futuristi, provenienza non rispecchiata comunque
nelle loro opere.
Un posto di rilievo nel panorama della poesia contemporanea albanese, e
non solo, lo occupa, senza dubbio, Arapi. Ovviamente anche i suoi poemi
sono stati travolti dai cambiamenti, ma resta la parte migliore dei suoi
versi. Il suo libro straordinario Datemi un nome verrą ritirato
dalle librerie dello Stato nel 1972, e l'autore sarą criticato come
cosmopolita. La Parola poetica di Arapi č moderna, universale ed eterna,
la sua poesia č una delle migliori fra quelle di oggi. La bellezza dei
suoi versi ferisce l'anima. Arapi č il poeta dell'amore totale e sublime.
Un vero poeta, assai originale, č anche Haliti che ha influenzato la sua
generazione; un idealista che ha creduto nel socialismo dal volto umano.
Il suo primo libro Oggi del '69 fu accolto da Kadarč come uno dei
pił interessanti di quell'anno e fu premiato a livello nazionale. Haliti
si affacciņ nel panorama poetico albanese spontaneamente, ai tempi delle
"purghe". Alcune sue poesie erano "manifesti" poetici che colpivano al
cuore i tentacoli del regime dispotico, sconfinando dal mito classico
greco al minimalismo quotidiano. Ricordiamo la famosa poesia L'uomo con
la pistola: una denuncia lapidaria dell'oppressione. Egli giunse alla
poesia al momento giusto e venne attaccato pubblicamente nel 1973, proprio
nel "momento giusto" secondo la critica patriottica, il che peserą
sensibilmente sulla sua poesia oracolare dal linguaggio intimo e
tagliente. La sua produzione poetica pił bella resta quella scritta sotto
la dittatura.
Triste fine ha fatto V. Qurku, poeta molto sensibile e fragile. Qurku
venne criticato severamente, insieme ad Haliti, M. Zeqo, Th. Dino, durante
il IV Plenum del'73 del Pca, come poeta influenzato dalla poesia
straniera, malata e decadente, che - come si diceva - tenta di confondere
il cervello della gente educata con la morale socialista e di rovesciare
il potere del popolo. Qurku morirą in circostanze misteriose.
Un altro poeta da evidenziare č Xh. Spahiu; anch'egli non risparmiato
dalla censura ufficiale. Un suo libro venne infatti ritirato dalle
librerie. Spahiu č autore di numerose raccolte poetiche.
Papleka č una figura straordinaria delle lettere albanesi: poeta fine,
traduttore dal francese dei grandi poeti del '900, saggista e studioso
della letteratura albanese.
Personalitą di rilievo č anche B. Mustafaj, poeta profondo, narratore di
successo in Francia, saggista, traduttore ed esperto della letterattura
francese ed europea.
Non si puņ parlare della poesia moderna albanese della generazione degli
anni '70, senza la presenza di V. Zhiti. Zhiti č una figura centrale delle
Lettere albanesi. Egli entra nel panorama poetico alla fine degli anni
'70. I suoi eccellenti cicli poetici, pubblicati sui periodici culturali
nazionali, vengono accolti con entusiasmo dai lettori, ma non dal "Sigurimi",
la polizia politica. Nel 1979 viene arrestato e condannato a dieci anni di
carcere "per agitazione e propaganda contro lo Stato", ottenendo la
libertą solo nel 1987. Una delle prove presentate dall'accusa č stata la
poesia L'altro solo, che č abisso ed emblema del destino stesso
dell'autore. Zhiti č una voce nuova, autentica e di grande spessore. La
sua poesia, tradotta in alcune lingue, č ricca di phatos, sensibilitą,
amore universale e umanitą. Le raccolte, pubblicate sia in patria che in
Italia, sono state accolte con fervore, lo dimostrano i riconoscimenti che
il poeta ha ottenuto, quali il premio Ada Negri e quello La
cultura del mare.
Poeti di spicco della generazione degli anni '70-'80 sono anche M. Zeqo,
personaggio poliedrico che si interessa oltre che di poesia anche di
archeologia, storia, saggistica e critica d'arte; N. Gjetja, N. Lako, B.
Londo, R. Marku, B. Xhaferri, P. Zogaj, Sh. Bali, A. Spahiu, D. Gjergji,
P. Risto...
Un'attenzione particolare meritano i poeti ex-detenuti della dittatura che
hanno pubblicato alcuni libri interessanti, quali P. Taēi, P. Kuqi e Z.
Morava che appartengono alla suddetta generazione. Questi autori
sopravvissero alle torture macabre e alle galere terribili di Spaē e
Burrel. Come unico modo per sfuggire ai loro carcerieri, imparavano a
memoria i versi e i libri che scrivevano.
Diversa č la situazione della generazione degli anni '80; i poeti cercano
pił spazio sociale ed estetico, pił libertą di espressione. Sotto l'ombra
della dittatura, che sembra pił mite, essi tentano, attraverso le
metafore, di scavare nella tana del regime, ma non solo. La poesia diventa
pił intimista che realista, pił filosofica che politica rispetto al
passato. Continuano clandestinamente i contatti con la poesia moderna
europea e con quella mondiale. Si riprendono a pubblicare grandi poeti
quali Neruda, Hikmet, Eluard, escono le antologie della poesia greca,
francese, tedesca e spagnola, anche se dolorosamente amputate. Tutto
questo avviene dopo un lungo e oscuro immobilismo. Una certa tradizione
venne interrotta negli anni '60, quando furono tolte dalla circolazione
anche le opere dei romantici: Pu?kin, Bagrickij, Lermontov,...persino
Boccaccio, Heine, Berns, Witman, Aragon, Ritzsos...
Gli anni '90 segnarono il crollo della dittatura e del terrore cupo, che
regnņ per mezzo secolo sulla cultura e sugli intellettuali. Il disastro
culturale č tuttavia irreparabile. La persecuzione programmata ai danni
degli artisti distrusse valori e generazioni intere. Tanti artisti e poeti
erano morti, altri uccisi, sconfitti o impazziti.
Questo periodo entrņ nella storia delle lettere albanesi come il disgelo e
il distacco definitivo dalla vecchia ideologia e l'inizio di una nuova
era: quella della poesia contemporanea albanese, che si era manifestata
apertamente decenni fa e fu troncata crudelmente dalla censura. Riviste e
giornali indipendenti (cominciando dal '91) quali "AKS" svolsero un ruolo
importante nella pubblicazione soprattutto dei giovani poeti. La poesia di
quegli anni trattava temi contemporanei e pił vicini all'"essere" e all"esistenza"
anche se il tema dominante diventa ora quello socio-politico e dell'ira.
Furono pubblicate anche le prime raccolte dei poeti internati o usciti
dalle prigioni quali L. Radi, J. Radi, V. Zhiti, F. Reshpja, Laholli e
molti altri. Il loro linguaggio č peculiare, intenso e ricco. La
sofferenza, un alto senso di ironia e l'umanismo caratterizzano i loro
versi. Compaiono parole tabł quali "inferno", "prigione", "vuoto",
"suicidio" "Ombra". Si riprendono i contatti con l'estetica occidentale
messa al bando per mezzo secolo. Lo spettro dei temi poetici č pił vasto e
abbraccia anche temi proibiti fino a ieri.
Sulle pagine dei quotidiani e dei periodici letterari spiccano i nomi di
Xh. Tosku, J. Radi, M. Ahmeti, F. Laholli, Sh. Kelmendi... Questi poeti,
oggi autori affermati di numerose raccolte, vengono imposti all'attenzione
dei lettori grazie alla ricerca linguistica e alla profonditą con la quale
colgono l'"esistenza".
Per la generazione dei pił giovani si parla di rottura col passato; pił
che rottura la chiamerei un "tentativo", perché non si vedono all'
orizzonte poetico gruppi di scrittori o singoli autori veramente
emergenti. Il loro linguaggio lascia perplessi e la loro poesia - in fase
di costruzione - fa fatica e confusione nel rivolgersi all'ermetismo o
alle avanguardie storiche dell'Occidente. I rapporti con i vecchi maestri
spesso sono caretterizzati da chiusura e rifiuto totale. Secondo loro la
vecchia generazione ha chiuso con la Storia (o sta per chiudere). Forse č
presto parlarne. Dobbiamo essere cauti nel definire e storicizzare opere e
profili d'autore. Ciņ che regna per il momento č la confusione. La poesia
occidentale - che č diventata per la nuova generazione come l'unica
tradizione poetica - non basta.
Le traduzioni dei classici o della poesia contemporanea mondiale - che
potrebbe nutrire i poeti albanesi - spesso vengono fatte da dilettanti,
non da autentici poeti o uomini di grande cultura.
I richiami e gli slogan di qualcuno della vecchia generazione frustrata,
quali "Dobbiamo tornare alla tradizione" (Non so quale tradizione
intendono?!) non convincono, anzi soffocano lo spirito critico. Sarebbe
meglio arricchire e sviluppare con nuove scritture poetiche la vera
tradizione che negarla.
Ultimamente il numero di quelli che leggono la poesia č diminuito e quel
poco che fanno le istituzioni e le scuole non porta alla possibilitą di
confrontarsi sul serio con i veri valori della tradizione.
Oltre alla poesia albanese scritta all'interno dei confini, c'č quella
cosiddetta di migrazione (di cui fanno parte J. Radi, Laholli, Sollaku,
Kapllani...), esclusa paradossalmente dalla critica ufficiale e dalle
Istituzioni letterarie albanesi! Lo Stato risponde, per l'ennesima volta,
con il silenzio e l'indifferenza. L'Albania ha sempre esportato i suoi
valori culturali all'estero. La mancanza di Accademie e di Istituti di
cultura albanesi in Europa - che potrebbero promuovere e diffondere la
poesia - continuano ad isolarla, con tutta la letteratura nazionale, dal
resto del mondo.
Un paese che non onora i suoi poeti č condannato all'oblģo.
Stessa situazione per gli scrittori albanesi in Kosovo; con una maggiore
libertą di pensiero: i poeti non interruppero infatti i contatti con la
poesia contemporanea europea e continuarono le sperimentazioni e le
ricerche formaliste, anche se la questione nazionale del Kosovo forse ha
"danneggiato" la poesia stessa. Ma quando vengono calpestati e violati i
diritti dell'uomo e di un popolo, anche i poeti non vivono in pace,
avrebbero detto Sartre e Pasolini.
Il pił grande poeta albanese del Kosovo č senz'altro A. Shkreli, deceduto
da qualche anno. Shkreli č il padre dell'ermetismo kosovaro. Poeta di
rilievo indiscusso č anche A. Podrimja. La sua Parola poetica č profonda e
filosofica, come č intensa, ironica ed esistenziale quella di S. Hamiti.
Non possiamo dimenticare D. Mehmeti e F. Brovina, che oggi si trova ancora
nelle carceri di Belgrado come detenuta politica.
R. Shabani, invece, č un noto poeta che vive nella comunitą albanese della
Macedonia.
Questo, in sintesi, il percorso vasto e complesso della poesia albanese,
caratterizzato da segni indelebili e da contraddizioni inevitabili
dell'epoca; perché tanti valori sono andati bruciati, spariti e persi
insieme ai loro autori. Percorso difficile, anche perché a tutt'oggi non č
stato fatto uno studio approfondito ed oggettivo sul tema.
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