IL LUNGRESE
Testo albrisht
di un anonimo lungrese del XVIII secolo, tradotto liberamente
e condiviso nel XXI da Antonio Sassone
I
Il lungrese è
così sapiente
da non voler più
legger niente,
ha letto
talmente tanto
che il suo
cervel trabocca schiuma.
Nell'arsura di
sapere
in un fiume di
pianto s'è immerso a bere
mettendovi
radici per non cadere.
Ci porta
nell'Eden e li ci lascia,
ci lascia con
sapienza natia
Evviva signora
ipocondria
II
Un lungrese che
assume un impegno
pensa svelto a
farti degno
della legge del
suo regno:
ti promette
qualcosa
e ti inganna a
iosa,
Evviva signora
kakëzoza.
Quando cerchi di
afferrarlo
per rompergli il
collo
perché non sta
ai patti,
se la da a gambe
per conservare
le ossa integre.
Cambia aria e
perfino l'orecchio
per non
ascoltarti,
quando lo
infastidisci.
III
Il lungrese -
banderuola
porta al vento
la sua suola
e infila se
stesso
nella cruna di
gesso.
Se qualcuno gli
decanta un'impresa
scambia la
vendita con la spesa
se qualcun altro
gliene decanta un'altra
si scopre e si
ricopre
per una goccia
d'acqua.
Il bianco e il
nero egli non distingue
con i suoi
stessi occhi
ma con gli occhi
dell'oculista
e se costui gli
aggiunge un colore,
cambia potere la
sua vista
e nel burrone lo
getta dal belvedere.
IV
Il lungrese gran
piagnone
È un compare che
indispone.
Te lo scalda e
te lo raffredda,
ti sveste e dice
di averti vestito.
Se rivolgi un
complimento alla figlia
e la dici bella
come una foglia di vite
egli replica
che la figlia
ha il colore del
ramarro.
Se vede
qualcuno in buona salute
ma con un
piccolo neo,
dice che è come
un asino
morto di fatica
e pieno di piaghe.
Ben lo sa Tore
Kolarucit
non adusa a
parlare al vento
che il Lungrese
è sempre su di giri,
anche senza
carburante e a motore spento.
Per metà ha
ragione
e per metà
torto:
ad agosto
quando il
lungrese è senza mosto
semina l'uva in
luogo nascosto
per far
crescere la vite
e poi spremerla
nel mosto.
Quando la vite
diventa sterile
ricorre ad una
sorgente
vi spreme sopra
il frutto del gelso
e succhia
l'acqua colorata di rosso rubino
V
Il lungrese
fichittaro
rammollisce ogni
frutto,
lo rammollisce
tutto intero e lo mostra brutto
perfino allo
straniero
Il lungrese
cacciator
per orti va a
sparar
a pesche ed
albicocche;
va il suo valor
vantando
al pari di
Scianando
e la bisaccia
colma di frutta rubata
dice che è
selvaggina col fucil cacciata.
Il cacciator
ce l'ha di legno
San Gianmico
ce l'ha di fico
gliel'han
tagliato in mille pezzi
e chiunque passa
loda gli attrezzi
VI
Anch'io come
lungrese
quanto a
difetti, non bado a spese
e verso lacrime
all'asciutto
per non bagnar
le fette di prosciutto.
VI
Non so chi abbia
ragione,
se sia uno di
Firmo
di Acquaformosa
o di Lungro,
quando ciascuno
dice
che l'altro è
pingue di sedere,
è senza pane e
mangia terra
Colui che ha
contato i mulini
e ha preso le
misure delle natiche
a ciascuno,
potrebbe dire
chi ha il culo
magro
snello o grasso,
chi la pancia
vuota e mangia terra.
Nella notte nera
tutte le vacche
sembrano nere;
per quanto lunga
sia la tua attesa
non vedrai mai
il bianco di un vitello bianco.
Dovrai implorare
più santi
perché ti
concedano un po’ di luce
che ti permetta
di conoscere l'identità
di uno di Firmo
e di sapere dove germoglia
la stupidità, se
tra i fichi di Zoccolìa
tra le piante di
Farnita
o tra i frutti
primaticci di casa tua.
VIII
Il lungrese
ramificato
con il farmaco
lo ha lavato
lo ha lavato
così bene
che nessuno si
da pene.
Cerca di non
raccontare baggianate
bevi di meno,
sii sobrio,
lascia stare il
mosto,
diversamente ti
dico cosa ti accadrà:
qualsiasi cosa
tu faccia
cadrai
tramortito e ti paralizzerai.
IX
Quando vedi
Lungro
ti brillano gli
occhi
e ti crescono le
corna;
ti si irradiano
come rami di quercia
per consentirti
di stendere i panni
freschi del
bucato fatto nei rigagnoli di pioggia.
Privo come sei
di stenditoio
sul tuo balcone,
puoi asciugarli sulle corna
ramificatesi
sulla tua fronte
ed elevatesi
fino a raggiungere le nuvole.
Il lungrese
mangia e beve
nel piatto
usato
o nel piatto
nuovo
ma sempre preso
in prestito da altri.
Lo dice il nome
stesso:
"Ha mangiato" "a
Lungro"
"si mangia a
sbaffo"
sono sinonimi,
se chi ti ospita
ha scritto in
fronte "fesso"
A Lungro si
mangia con allegria,
evviva signora
Malvasia
X
Questa è Lungro,
comare mia,
risuona di
inni,
di canti funebri
e di stornelli ,
brilla di
lacrime e di sputi
Chiesa, Cielo e
"Bocca dell'Inferno"
per il lungrese
sono come
bettole
luoghi di
fandonie,
il cielo si
confonde con l'inferno
l'uno e l'altro,
per dirla in gergo
"firmociotico",
sono scaraventati
dal solaio,
sono nascosti
in soffitta
e sono esposti
in vetrina
I lungresi si
mostrano e si nascondono
si colorano a
volte di nero e a volte di bianco
altre volte di
rosso, cambiano di continuo,
uno appare e
l'altro scompare
e poi di nuovo,
improvvisamente riappare
e ti dice: ora
sì che te l'ho "assettimato" meno uno.
Sia che te lo "assettimi"
a tua insaputa,
sia che lo
assesti ridendo a conti pari,
porta sempre uno
straccio di maschera sui fari.
Il lungrese va
vestito,
va vestito con
lardo in faccia
evviva signora
la porcaccia
XI
Ho perso il buon
senso
e a vanvera
parlo
o tutti al mondo
del lungrese hanno il tarlo?
Ciò che
riaffiora alla mia memoria,
quando ci penso,
è che il piombo
di Lungro mi sembra oro,
poiché mio padre
e mia madre
mostrandomi il
mondo per la prima volta,
mi hanno detto
che Lungro
era come una
fanciulla in fiore:
quando la
guardi diventi rosso in viso,
appena la
sfiori,
diventi buono e
profumato come un arancia.
Se la ammiri,
ti sembra una
sposa novella.
Dopo che l'hai
toccata
ti assale un
tremore
che minaccia di
farti crollare, se non ti reggi.
Quando bevi la
sua acqua,
ti sembra vino
novello,
quando ne sei
ebbro,
anche se sei
scapigliato,
sembri ben
pettinato come un capretto
e snello come lo
stelo di un filo d'erba.
XII
Il Lungrese è
uno Scianando:
senza zolfo nel
fucile
caccia uccelli
col badile
Quando torno a
Lungro
e mi vedono gli
amici
mi offrono il
goccetto nella coppa
e mi dicono:che
ciazetadueo sei venuto a fare,
vedi d'andartene
al più presto,
liberaci da
quelle tue corna - stenditoio
con le lenzuola
appese:
ci fanno ombra.
Bastano queste
parole
per farci
nitrire di risate.
Il lungrese è
fatto così.
Dipinge nere le
cose
quando le
vorrebbe bianche.
Quando vede su
di sé la iella
dice che la mala
sorte è altrove
e che la buona
non si trova in luogo sacro.
Dice che le
lenzuola stese sulle mie corna
gli fanno ombra
per farci
dimenticare la sorte avversa
e il mondo
intero cosparso di merda
elargita in
premio
agli uomini
giusti e buoni.
XIII
Vorrei che il
lungrese,
per me nel
mondo
uno dei pochi
amici veri,
non percepisse
queste parole
come spine di
rovi,
ma come miele di
ape
e come belato di
agnello
emesso da un
uomo sobrio,
senza un goccio
di vino nel gargarozzo
e che per celia
chiama "principe del foro a straccio"
colui che al
retro-tribunal sopporta spago,
e offre il sud
cucito con filo ed ago .
Con chi ti
sfoghi
quando tutto ti
va storto?
Non con il primo
che incontri
ma con chi
conosci meglio
con il tuo più
caro amico,
con tua moglie e
con tuo figlio.
XIV
Il Lungrese ha
in Kokolla
il maestro
post-cursore
dell'energia
fotovoltaica:
quando l'aria è
assolata e in calura
la mignatta sul
davanzale espone
per scaldare al
sol l'acqua di pastura,
e per risparmiar
legna al fuoco
fa entrare il
sol nel forno non per gioco.
Quando l'aria
porta il gelo,
per consumare
poca legna
si ripara al
caldo alito del gatto;
dopo aver
impastato la farina,
le papardelle al
calor del sole abbina.
Nella lunga
attesa che l'acqua si riscaldi
sul piatto
scioglie l'inno ai pasti caldi:
" Fuoco del
sol, fuochino fuocherello,
esci fuori senza
ombrello,
lascia l'ombra
nel bordello
e appicca il
fuoco al mio bidello."
Oh qual Kokolla
abbiamo noi
che molta legna
lascia al poi!
Chi ce l'ha nel
megastore
il maestro
post-cursore ?
In mani sue le
tre mignatte
dal sol son
state tratte ,
sono tratte
calde e ben asciutte
a celebrar la
Coratella
con Signora la
Grispella.
Eran tre
mignatte con la "a" e non altro di diverso
contro chi ha il
pensier perverso.
XV
E per finire in
allegria
e liberarci
dalla melanconia
che ci pervade
fino alle corna
cantiamo questa
storna :
Evviva il vino
nuovo
che bevi
mangiando un uovo.
Evviva il vino
vecchio
che i sudori ti
deterge
e ti fa
cambiare specchio.
Evviva il vino
bianco,
evviva il vino
rosso
che bevi con la
pera
matura in
primavera
Evviva il vin
di Gauzei
che libera dalle
nubi la fronte degli dei.
Evviva il vin di
vite
che sognar ti fa
le lune d'Afrodite.
Evviva quel vino
che scivola
nella gola
come farina che
vola.
Accidenti a
quell'altro vino
che ammalar ti
fa d' agosto,
di cirrosi ti fa
morire,
seduto in quel
posto
XVI
"Fotuta"
melanconia,
illuminata da
queste strofe!
Son rime
ronfanti come scrofe,
sono tic
maniacali,
e merletti
perianali.
Dal greco "fos,
fotòs", versi, andate a farvi "fotere"
nelle orecchie
di chi vi ascolta,
possiate
procurargli allegria,
possiate fugare
le nuvole dal suo cielo
e cucire i peli
del suo mulo con la "c",
affinché smetta
di leggere così,
poiché, come è
noto, i lungresi
leggono tutti
col mulo
(col mulo che
leggono)
ed io, con
questi scritti,
sono il primo a
farli fritti
offrendo la
pastura
per rendere il
mulo compagno di lettura.
Cocci di
cristallo e fiori di mirtillo
portan gioia al
mandrillo.
Tuoni fulmini e
saette
fan vibrar pure
le tette.