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READING DI NANDO ELMO A CIRIČ (TO)
di Arcangela Cammalleri
Dopo dieci anni Nando Elmo torna a
presentare in pubblico la sua raccolta di poesie del 1997 “Abito da sera
– melōn poieseis”, accompagnato da due musicisti d’eccezione Claudio
Battuello al contrabbasso e Angelo Greco al flauto basso .
L’occasione č stata offerta dalla
“Societą di mutuo soccorso” di Cirič che faceva memoria del liutaio
“Pippo” di recente prematuramente scomparso. Erano presenti musicisti
del circondario che si sono esibiti in un memorabile concerto di blues
come proprio richiedeva la circostanza. Finito il concerto, intorno alle
ventidue e trenta si sono esibiti i nostri tre.
Un buon “abito da sera” quello di
Nando Elmo, ben confezionato da un sarto, fine artigiano di prim’ordine,
per una clientela attenta ed elitaria inchiodata fin oltre mezzanotte,
finisce per divenire “Meraviglia”. “Meraviglia” della parola che si
adatta alla musica, “meraviglia”della musica che si adatta alla parola –
i tre non provano mai... improvvisano, qualunque cosa questa parola
significhi.
“Tranches de vie”
quelle che ci propone il nostro autore greco-arbėresh, nativo di
Acquaformosa e canavesano d’adozione – notturne passeggiate
acquaformositane, come preferirebbe chiamarle lui.
Brevi cenni biografici sono d’istanza
per quest’interprete dall’idioma forbito ed “affatato”, fine linguista e
ridondante dicitore di se stesso. Artista poliedrico i cui interessi
hanno orizzonti (filosofici, mistici) e spazi (pittorici) siderali, le
sue opere dilatano dai saggi alle annotazioni critiche, nelle due lingue
(italiano e arbėresh) degni di nota, dalle “poieseis” (nel senso
denotativo greco-bizantino) alle pitture di grande forza di segno e
d’intensitą cromatica. E’ un percorso artistico a tutto campo la cui
tappa permanente rimane, tuttavia, il pensiero filosofico (ridotto anche
questo a una funzione retorica, dunque, “pojetica”, come ha insegnato
nel suo recente “Un gallo ad Asclepio”) come irrinunciabile polo di
riferimento in cui sono convogliate tutte le altre come molteplici
sfaccettature di una personalitą unica e per questo irripetibile.
Riprendere il senso del sottotitolo
della raccolta “Poieseis” (esercizio puro di alta espressione artistica)
sembra lapalissiano. Questo abito elegante (appunto “da sera”), di
pregevole fattura, di haute couture, prezioso, č la forma ricercata,
dotta, anche se intellettualistica di questo “prodotto” (poķesis).
C’č un’ansia, un ansito di immettere
in ogni singolo “pezzo” il sapere eccellente di chi compone, l’effetto
voluto, quasi a disorientare il lettore (ma non č il disorientamento
l’ambito dell’arte moderna – che non ha pił “dove posare il capo”?).
La parola erudita svetta unica e
irrimediabilmente racchiusa nella sua torre d’avorio. Non gią la parola
evocatrice d’immagini, guizzo di vitalitą, ma le parole rare
s’impelagano nel mare magnum di citazioni latine, di reminiscenze
classiche greche, arcaismi di un tempo che fu e versi ad effetto
francesi, inglesi (manca un ubi consistam?)…per un’elite di conoscitori.
L’espressione creativa ammantata di
perizia formale, nel suo tessuto ideale si fonde con il tentativo di
allontanare qualsiasi palpitare sommesso, ma profondo della condizione
umana. Al contrario di quelle eccezionali superfici dipinte (Renoir,
Picasso) che di quel pensiero e di quelle intuizioni restituivano
l’esatta densitą, le parole tue, oh poeta, sembrano levigate dal sottile
strutturarsi proprio di quel pensiero formale e forgiate da
un’aspirazione alla complessitą.
Alcune sono come un flashback o un
ricordo lontano ed irrinunciabile su un luogo della mente, dello spirito
(vedi Parigi, Lisbona) o “trasfiguratamente” “radicale” (Sibari, le
Sile, Roseto, il Ragnello, la nativa Acquaformosa con i Farneti, le
Massavetere …).
La poesia č lampo di luce che
abbaglia e acceca, frammento di pensieri, vibrante rapimento ed armonia
dei sensi. Una bellezza classica, un equilibrio formale regolano le tue
poesie senza aspettazione che emozione intellettuale. Caro poeta, bruci
l’incenso all’altare della dea parola filologicamente perfetta.
Vestire i panni del poeta č
difficile, esserlo, č un’essenza di vita!
Non mancano versi di forza
epigrammatica, icasticamente riconducibili ad una sorta di filosofica
riflessione pensosa di sé.
“Non avrą bastone la mia vecchiaia…”
( Sic! Biblico).
“Si compiace solo di se stessa la
veritą” (Didattico).
“Assente ogni volto che cerco” (Sentimental-nostalgico).
“Come s’inventa una cena ad ospiti
inattesi” (Similitudine ruffiana).
“Mi spossesso…manierista poco abile
di me stesso” (Autoreferenziale. Con compiacimento).
Paradossalmente mi piace chiudere
questa scansione di versi scelti con l’incipit (quasi colloquiale) della
poesia d’apertura: “Dicono che a 50 anni prende ai professori l’estro di
fare poesie” (Vero!).
E l’ultima: (La 500) “... che
ansimando fuse il motore” ( Deliziosa! – Paolo Conte?).
La poesia non voglio dire che č per
le masse, lenitrice delle cure quotidiane, illusione alle nostre deluse
frustrazioni, ma č fuga nell’immagine che non č disancoramento dalla
realtą, ma aspirazione ad una forma di compensazione, di risarcimento
dei propri limiti.
Cirič, 24 – 11 - 07 |