ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
LIOLA'
COMMEDIA IN TRE ATTI DA LUIGI PIRANDELLO

Liolà. Tre atti da Luigi Pirandello per ripensare l’identità arbërëshe

 

Presentata da critici come slegata dal resto della drammaturgia Pirandelliana, Liolà restituisce ugualmente la complessità e ricchezza di articolazione, tipica dell’autore di Girgenti.

«È così gioconda che non pare opera mia»; così Pirandello si espresse sulla commedia scritta in dialetto siciliano nell’agosto del 1916. L’opera fu rappresentata, in vernacolo, il 4 novembre 1916 dalla Compagnia comica siciliana di Angelo Musco (nei panni del protagonista), ma il pubblico e la critica stentarono a comprenderne dialoghi; così l’autore ne redasse una traduzione, pubblicata a Firenze nel 1928.

La vicenda di Liolà è ispirata da un episodio del Fu Mattia Pascal in cui compare il contadino poeta Neli Schillaci detto Liolà, e dalla novella La mosca che ha come protagonista Neli Tortorici, anch’esso contadino poeta. La vocazione alla poesia e al canto di Liolà si manifesta nelle canzoni e nei versi che postillano il corso della vicenda e definiscono un personaggio dionisiaco, inebriato dal sole e vagabondo (Gramsci), in fusione pagana con la natura (Gardair, Bentley). Del protagonista pensato da Pirandello deborda la bellezza fisica e la virilità, in armonica simbiosi con la fecondità della terra, tanto da offuscare i restanti personaggi che popolano la scena campestre, tutti accomunati da vincoli di parentela e intrighi.

Tutti contribuiscono a dare il quadro completo di un microcosmo societario dominato dalla logica della roba, nel quale resta spazio solo per “viziati” rapporti di parentela e buon vicinato. Don Simone Palumbo pur incarnando la figura del padrone, è teatralmente abile a camuffare le sue vere e ferme intenzioni dietro la sua comica stolidezza (tanto da ricordare Nicia della Mandragola di Machiavelli). Allo stesso tempo è oggetto della rivalsa del bracciante Liolà che lo affronta con derisione (il potere fisico contro quello economico); ma alla fine, nella logica sociale dominante, ci appare più trasgressivo di Liolà. Il «vecchio becco» e impotente Don Simone, è coerentemente guidato dalla volontà di procurasi una successione, necessità più ostinata e imprescindibile di quella degli altri.

In questa dialettica che ha nella dissimulazione il vero motore, della dissimulazione è costruito su Tuzza che, guidata dall’interesse e dall’ambizione, accetta di fingere la maternità (e anche l’incesto) del presunto erede di Don Simone che in realtà è frutto di un amplesso con Liolà, “buon partito” per quest’ultimo nella logica della roba. Ma Liolà, giaciuto anche con Mita, moglie del padrone, le offre la possibilità di spacciarsi come la detentrice della preziosa successione. Ciò fa scaturire l’odio fra le due donne, arricchito di coloriture di costume dalla convivenza fintamente pacifica ma realmente astiosa fra Zia Croce, madre di Tuzza e cugina del padrone e comare Gesa, zia di Mita. Ai personaggi femminili fa da contrappunto la Moscardina (quasi un doppio femminile di Liolà), depositaria di notizie e pettegolezzi e istigatrice di schermaglie, abile tessitrice di tranelli, i cui interventi generano spesso baruffe.

Da questo punto di vista, l’opera può definirsi «commedia delle donne», per la supremazia scenica e per l’effettivo predominio caratteriale e concreto dei personaggi femminili. Liolà è solo apparentemente il protagonista, in realtà funge da mero oggetto sessuale-riproduttivo nelle loro mani e Don Simone è ugualmente “strumento” dello loro macchinazioni, assolvendo solo superficialmente al ruolo di padrone. Nella realtà della roba chi domina è Zia Croce (doppio femminile di Don Simone, quindi simbolo del potere economico), mentre il potere fallico di Liolà è piegato alla strategica incestuosa e adultera “maternità” di Tuzza e Mita. Per tale verso non si può parlare di passioni amorose nell’agreste dissimulata armonia di questa campagna agrigentina (rurale riduzione della depravata società borghese di altre opere pirandelliane); nessuno ama in questa commedia, tutti sono chiasmicamente preda dei sentimenti più spiacevoli: risentimento, gelosia, desiderio di vendetta, tanto da “macchiare” anche il tema della rivendicazione societaria. Sesso e maternità non sono conseguenziali, ma mere occasioni sfruttate come perfida rivalsa e losco tornaconto. Piuttosto vige la logica spietata dell’inganno che fa di Liolà una commedia di maschere, dove la finzione teatrale scaturisce dall’infingimento sociale.

Liolà presenta due diverse società a confronto: una delle usanze e dei codici che non vanno infranti, a costo di fingere amore e virtù, l’altra, istintuale che obbedisce alla sessualità e alla roba. Le due anime dello stesso microcosmo societario convivono disinvoltamente. Ma l’inganno regola il funzionamento delle cose, dove solo l’apparenza viene salvaguardata.

La coincidenza armoniosa, seppure, costruita sull’infingimento, tipica della commedia pirandelliana, viene rivista e ribaltata da questo nuovo allestimento, con la regia di Imma Guarasci. La corrispondenza immaginata da Pirandello viene frantumata dallo scontro fra due mondi inconciliabili: quello chiuso di una comunità arbërëshe, la comunità riunita intorno a Don Simone e l’esterno “straniero” rappresentato da Liolà. Quest’ultimo non è più il prolifico stallone, dionisiacamente in cerca dell’elemento femminile e del legame ancestrale con la terra, ma un ragazzotto vivace e allegro che vuole a tutti i costi penetrare questo microcosmo chiuso e arretrato; tende ad allontanarsi dalla complessità “bacchica” conferitagli da Pirandello, avvicinandosi al carattere e alla tipologia (nel senso teatrale) del calabrese Jugale (sconsiderato perché semplice). In questo caso il sesso è solo la metafora del tentativo di penetrare una società chiusa e arroccata (a questo valgono i monologhi su fertilità e proprietà della terra pronunziati da Liolà). L’equilibrio disarmonico della famiglia di Don Simone è minato dall’armonia anarchica e “socialista” di Liolà, elemento “di disturbo” dionisiaco-politico nei confronti delle convenzioni forzate della comunità ospitante. La solarità di Liolà si scontra col lutto del gruppo degli altri personaggi e la cifra di questa inconciliabilità è costituita dalla parlata arbërëshe, non solo esotica attrattiva, ma usata significativamente come protettivo muro verbale opposto agli attacchi dello “straniero” Liolà.

Ad essere minacciata non è più la roba o le virtù, ma ciò che si vuole preservare erroneamente con la chiusura all’esterno, all’altro, al dialogo. Il messaggio è di abbattere i recinti e le diffidenze, come primo momento di riflessione per ripensare le proprie tradizioni, non più nella preclusione ostinata e presuntuosa, ma nella dialettica e nel confronto con l’esterno, nella giusta dirittura per rivitalizzare la lingua arbërëshe. Preservare non vuole dire sbarrare e privarsi della mutua corrispondenza di senso e azioni, della socializzazione con l’altro (valori che divengono universali). I canti fungono da filo conduttore fra le parti di questo racconto: da una parte le melodie della tradizione d’arberia, da un’altra gli stornelli vitali e spensierati di Liolà. In questo il gallismo “siciliano” che Pirandello recupera nel protagonista, si ritrova nei passi della danza tradizionale albanese. Ma a ben vedere il dissidio non è solo nei confronti di Liolà, ma fra gli stessi elementi di questa comunità chiusa che pagano con l’astio e l’inganno i problemi dovuti alla chiusura e all’abbrutimento. La chiave di lettura proposta da questo nuovo allestimento della commedia pirandelliana, è descrivere ciò che una società chiusa all’esterno potrebbe patire, la frantumazione di qualsiasi unità, la perdita di valori, lo scontro fra persone, sessi e dinamiche sociali. L’uomo contro se stesso, nella sua comunità, nel suo paese, nella sua casa, dentro di se. Se c’è dolore in questo Liolà è proprio quello della domanda insistente di dialogo, di comunicazione fra persone, laddove vivono tradizioni antiche che necessitano di nuova vita.

La conclusione pensata da Pirandello, dopo un terzo atto in cui esalta il malanimo fra i personaggi, prevede il ferimento di Liolà, colpito da Tuzza in un momento di delirio. Tale finale attenuato viene ora rivisitato, con Liolà che invece muore a causa del gesto inconsulto della giovane. In questa dinamica conclusione-svelamento si inserisce un passaggio di condizione scaturita da un evento luttuoso (inammissibile secondo le leggi della vita e del teatro): uccidere il lutto col lutto; tale messaggio esplicito e forte vuole indurre ad un’acquisizione di consapevolezza e accettazione dell’altro. L’esterno non più minaccioso; apertura e condivisione, dialogo per corrispondere le proprie tradizioni e i propri valori, contro la claustrofobia e l’orgoglioso isolamento; apertura e dialogo, invito alla comprensione della lingua, veicolo prima di chiusura ora di apertura di un dialogo, come per dire allo “straniero”: “ti accompagno nel mio mondo con la mia voce, che voglio tu ascolti e comprenda, io ti aiuto”. Per questo motivo Liolà, ritorna dalla morte accompagnato da un canto che recita parole di rinascita e vita e viene accolto al centro del gruppo che ne ha evocato il ritorno.

Carlo Fanelli

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