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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

ANCORA SU DON MATRANGOLO

(a proposito del mio articolo in sua memoria)

di Nando Elmo

Cari amici di Acquaformosa,

è possibile  che ogni volta che scrivo su Acquaformosa o sui suoi “personaggi”, si trovi tra voi sempre  chi storce il naso, che si offende, che minaccia denunce, che ricorre al sarcasmo, e, ultimamente, alle telefonate anonime, assumendosi il ruolo di unico depositario della verità, di unico difensore della dignità della nostra patria, volendosi dimostrare sempre più acquaformositano di me, che non ho mai smesso di essere acquaformositano?

Successe già quando pubblicai un articolo sul filosofo Vincenzo Capparelli. Allora mi si accusò di voler offendere il paese intero e in particolare i Capparelli, nelle persone di Don Leonzio e di suo nipote Nando Gigliotti. Eppure, com’ è mia abitudine,  prima di pubblicarlo quell’articolo, l’avevo indirizzato, richiedendone il parere, ai diretti interessati. Allora Don Leonzio mi telefonò per ringraziarmi delle “belle parole” che avevo scritto su suo zio e di rinverdirne il ricordo, se mai ad Acquaformosa si sapeva chi era Vincenzo Capparelli, autore di una monumentale opera, per pochissimi, su Pitagora ed emigrato da una vita a Vittorio Veneto. Se don Leonzio si fosse offeso, non mi avrebbe certo telefonato… Ma tant’è. Il putiferio si sollevò; ci fu chi scrisse al giornale, su cui era stato pubblicato il mio articolo, una lettera di protesta contro me e la mia presunzione, coprendomi di sarcasmo ingiustificato.

Ma da che nasceva il tutto? Da una frase male intesa, dove facevo dell’ironia non su Acquaformosa, ma su un poeta che definiva il nostro, “paese dei suini”. Chi ha la mia età, certamente ricorda quei versi - e quei versi non sono miei.

Qualche anno fa ho scritto un articolo sui giovani di Acquaformosa per elogiarne la bellezza. Ironizzavo sul fatto che avendo noi genitori poco da esibire, da quel punto di vista, non riuscivo a capire da dove venisse la bellezza delle nuove generazioni. Tornato in ferie in paese ci fu subito chi mi avvertì che quell’articolo non era per niente piaciuto e che mi guardassi dalle “vendette” (sic).

Quell’anno mi ritrovai con le quattro gomme della macchina tagliate. Stavo subendo una  vendetta, uno sfregio, per il mio articolo?

E le telefonate anonime, dopo che provai a dare due lezioni di Yoga nella palestra della Signora Bruna Lato (alla quale va tutta la mia stima per il lavoro che fa, e la mia simpatia)? Che intenzioni avevo? - domandava l’anonimo: di fare il salvatore dei giovani di Acquaformosa?

E quel signore che mi ha fatto sapere per interposta persona che non aveva gradito che Don Matrangolo mi avesse additato, in un paio delle sue omelie, come esempio da seguire di studioso di teologia, e suo degno discepolo, che cosa voleva da me? Pregai don Matrangolo di non citarmi più: perché eccitare la suscettibilità di qualche nostro compaesano, male in arnese?

Persone stimatissime, che mi stimano, mi fanno dipingere una parete del rifugio di Campolongo. Qual è la reazione?

Perché non le vado a fare in Piemonte quelle cose?

Mi lascio coinvolgere dalle idiozie strapaesane? Perché no? Provo a fare anch’io l’uomo di cantina e a “grattar lì dov’è la rogna”, piuttosto  che non curarmi di loro signori …

 

E, dunque, veniamo ad oggi.

Scrivo su Don Matrangolo? Ed eccoli subito quelli che storcono la bocca, che minacciano denunce, che minacciano ostracismi. Rimango esterrefatto, e provo consolarmi, pensando che i signori che mi fanno le pulci  semplicemente non sanno leggere - per saper leggere non basta saper scorrere il sillabario. E non sanno scrivere, mi dico, perché, se no, prenderebbero carta, penna e calamaio, come si diceva una volta, e scriverebbero articoli per controbattere le mie tesi, con argomenti altrettanto articolati dei miei. Invece o scrivono per vomitare gratuiti sarcasmi o si limitano a mugugnare meditando chissà quali “vendette”.

Intanto va detto che l’articolo famigerato non l’ho scritto di mia iniziativa, ma su invito di amici, miei e di don Matrangolo.

 - Perché non lo fate voi? Dico.

- No, fallo tu che lo conosci meglio di noi; la vostra lunga frequentazione; la stima che aveva di te, il bene che ti voleva; chi meglio di te può scrivere sulla sua scomparsa?

Mi lascio convincere, ma dichiaro che non redigerò un “coccodrillo”, che non andrò per luoghi comuni. Che non scriverò il fervorino di circostanza, né un anodino comunicato stampa.  Che non farò agiografia - proprio per rispettare la sua memoria e l’affetto che mi legava a lui, che fu per me maestro, padre spirituale e, da quando son diventato anch’io bianco per antico pelo, amico… amico rispettato nella mia autonomia d’intellettuale laico.

Gli amici, Don Piero Tamburi, Alfredo Frega, mi danno carta bianca.

Tralascio la mielosa retorica degli epicedi falsi e ipocriti (tanto nomini nullum par elogium, come vuole il simil-curiale delle pompe funebri), e mi affido ai ricordi che mi restituiscano la figura di don Matrangolo in tutta la sua umanità. Credo, pur nella parzialità di un articolo frettoloso e sbrigativo, scritto di getto, di aver descritto un uomo, non un santino. In ogni caso, prima di pubblicarlo, siccome non mi fido mai di me, faccio leggere lo scritto a Don Tamburi.

Don Tamburi approva senza riserve; - e se non ha rilevato lui, che è un’autorità intellettuale e morale della nostra diocesi, niente di scandaloso nel mio articolo, posso dormire sonni tranquilli. O no? Ad ogni modo faccio leggere lo scritto anche ad Alfredo Frega, alla Prof. Germana Perritore, ad una giornalista mia amica, senza la cui approvazione, non pubblico mai niente. Neanche loro mi segnalano niente di disdicevole.

 

Che poi di che cosa mi si accusa? Di aver scritto che don Matrangolo uscì dall’ Angelicum, e dagli studi tomistici, ateo? Che si comprometteva col mondo? Che metteva insieme Dio e mammona facendo l’imprenditore?

Ma queste erano affermazioni e preoccupazioni sue, di don Matrangolo, non mie.  

Quella, la più scandalosa, immagino, del suo ateismo, me l’ha ripetuta troppe volte perché mi venga il sospetto di aver io equivocato. E faceva quest’affermazione per esaltare la funzione della preghiera contro tutte le pretese della ragione. Diceva, lo ripeto: “ Senza preghiera e senza liturgia sarei rimasto ateo”.

Ne discutemmo soprattutto in occasione dell’uscita dell’Enciclica “Fides et ratio”.

Mi diceva – e chi vuole, si scandalizzi pure - di non averla mai letta quell’Enciclica perché quella “ratio” non gli piaceva per niente, perché proprio la “ratio” lo aveva messo nel deserto: “më beri hjersë”, mi diceva arbërisht, condannando “la peste razionalistica” – parole sue -, soprattutto dei tedeschi.

 E un’altra volta che gli feci capire che attraversavo anch’io il deserto, la “calotta di ghiaccio” (come la chiama Weber) della razionalità, mi fece capire, tra il dire e il non dire, che il suo deserto non era stato solo un episodio della sua giovinezza.

Forse per questo era tornato dalla Germania ad Acquaformosa? Per evitare i deserti dell’intellettualismo? Per ritrovare la fede – parole sue – delle donnette, delle zie Maria, della zie Rosina, delle zie Elvira, per farsi umile come loro, che non filtrano la fede con nessuna razionalità? Dunque ortodoxia, ortodossia delle “donnette”, giusto modo (orto) di rendere gloria (doxa), giusto modo di disporsi del pensiero in metanoia, in un oltre (meta) la ragione (nous), oltre la concettualità, oltre i rendiconto ben calcolati in partita doppia; in quell’oltre delle regioni del cuore, che ha “raisons, que la raison ne connaît point” (Pascal, 277), essendo le ragioni del cuore ohne warum, senza perché, in theia mania, in divina follia, che è un intimo fiorire donativo – che niente attende, forse…

Ma poi chi si scandalizza che Don Matrangolo possa aver attraversato il deserto dell’ateismo?

Chi ha esperienza della vita dei santi, soprattutto dei mistici, sa che costoro hanno, tutti, attraversato quel deserto.

La vita dei santi non è una gita fuori porta, non è un sorso di birra fresca, non è una vacanza tutto compreso, da Papa boys o da ricchi borghesi (questi primi della classe) in Meeting per dibattiti super intelligenti e super informati, per i quali la fede è un optional di lusso. Basta aprire gli scritti di Teresa di Lisieux (dottore della Chiesa), per citare la prima che ho sotto mano: “Tu sogni la luce, una patria fragrante dei più soavi profumi… Vai avanti, vai avanti, rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla!” - Ms C 278).

Teresa, commenta Gregorio Battaglia, sta sperimentando “la condizione di chi ha perduto la Speranza in un Dio comunione, la realtà di chi non spera più né in Dio né negli uomini…”. E Alberto Neglia: “Questa è la notte mistica di Teresa! Ella la vive non “nel solo a solo con Dio”, ma nel faticoso cammino di solidarietà con gli uomini del suo tempo, questi contemporanei agnostici, indifferenti, acquiescenti al “nulla” della loro esistenza o che soffrono stoicamente la “notte di questa vita” (Chiara Vasciaveo (a cura di) - Teresa di Lisieux sorella nel dubbio e nella fede  - Cantagalli 2002, pag. 73 e pag. 121). E chi non sa della terribile aridità dell’altra Teresa?

Io immagino – ho la presunzione di immaginarlo, perché ho la presunzione di immaginare che don Matrangolo con me si “confessasse”, soprattutto nelle lunghe telefonate notturne che ci scambiavamo negli ultimi tre, quattro anni – immagino che don Matrangolo abbia incontrato Dio nel deserto; dico il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che non è un Dio di tutto riposo, come quello dei filosofi, come l’Uno di Platone, o la causa causarum di Aristotele e di Tommaso d’Aquino o il fondamento delle matematiche di Descartes e di Leibniz, o il deus sive natura di Spinoza o il Dio dei catechismi e dei dogmi, ecc… che sono il lieto fine di una favoletta, umana troppo umana. Era da questo “Dio” di tutto riposo, che si raggiunge facilmente con quattro sillogismi ben condotti ( e su cui riposa tanta borghesia soddisfatta di sé), che don Matrangolo fuggiva: il dio dei filosofi, dei teologi, necessitato e necessitante, che non può morire su una croce; di questo si faceva ateo, inseguendo quell’Altro, che però si nasconde (Deus absconditus) richiedendo solo fides senza ratio. La fides come risposta a un richiamo, a una vocatio, magari proveniente dalle pieghe dell’inconscio, dalla “notte” dell’inconscio. Fides che nessuna ratio può rendere vera, tranne l’investimento di una vita. Cristo investe una vita, non schemi logici: anzi, il suo parlare è così obliquo che scardina ogni logica. Quale  logica e quale ratio possono spiegare Francesco, se non la Theia mania, la divina follia - anche platonica - che nessuna ratio fonda? E una Imitatio Christi è l’investimento, la scommessa con l’ignoto, con l’abisso (abyssus abyssum invocat – ps. 42,8) con il Deus absconditus, non con una logica ben fondata.

La ratio con le sue pretese di chiarire tutto, di ridurre tutto a suo dominio, è pura blasfemia… lo sapeva bene il bizantino S. Gregorio Palamas, contro le pretese del tomista Barlaam; lo sapeva bene Lutero: “Voveo tibi blasphemiam meam…”. Lo sapeva l’”ortodosso” Šestov, che mette in guardia dalla concupiscientia sciendi, dalla “libidine del sapere”,  vero peccato originale, perchè davvero, come promette Satana, il sapere rende simili a Dio. Chi ha sapere ha potere, chi ha potere sente d’essere Dio. E chi più di noi, che assistiamo alle meravigle e ai miracoli della scienza, sa che gli scienziati sono simili a Dio? Essi fan vedere i ciechi, fan camminare gli storpi, resuscitano i morti: la promessa di Satana si realizza....

Ho la presunzione di immaginare che la fede di don Matrangolo sia stata martiría, martirio: testimonianza contro ogni evidenza apodittica, contro ogni idea chiara e distinta, che pure si ostinava a frequentare come dimostrano i suoi innumerevoli scritti fatti di schemi logici, di freccette, di deduzioni impeccabili, quasi egli avesse voluto convincersi della bontà di quegli schemi…

A proposito di quegli scritti, ho la presunzione di immaginare che don Matrangolo dovesse stimarmi davvero tanto, se mi faceva preparare un commento alla sua Mariologia, e una prefazione al suo Kat’eikona. Nell’un lavoro e nell’altro ho criticato i suoi sillogismi e i suoi schemi. Non mi censurò né l’uno né l’altra e li pubblicò a sue spese – ancora l’estate scorsa, mentre andava accompagnato da Pietro Lanza in ospedale, mi fermava per strada, per chiedermi di riprendere il mio lavoro di commentatore e di curatore della pubblicazione dei suoi scritti.

Sembrava che nei miei scritti cercasse una conferma alle sue riserve sulle pretese della ratio. Che tuttavia teneva in conto, soprattutto quando troncava i nostri discorsi, per paura, credo, – lo dico col senno di poi – che prendessero brutte pieghe e osassero troppo. Non osava andare oltre certi limiti, era pur sempre un parroco tenuto ai dogmi e alla dottrina ufficiale della Chiesa, di cui come ho scritto l’altra volta, era un “maresciallo”, investito d’un “dovere” che non poteva, in nessuna maniera, essere disatteso. A questo proposito ricordo un appunto in uno dei suoi dossier: “Hai deciso, hai scelto, peggio per te, non puoi tirarti in dietro” – cito a memoria, naturalmente. L’appunto si riferiva alla sua “vocazione”, alla sua decisione d’essere prete e prete ad Acquaformosa. – si ricordi a questo proposito che Teresa di Lisieux entra in monastero “senza vocazione”: “Alla sera facendo la Via Crucis dopo il Mattutino la mia vocazione mi parve come un sogno, una chimera… le mie tenebre erano tanto fitte che non vedevo, non capivo che una sola cosa: non avevo la vocazione. (Ms A 217)”. Ma Teresa ha scelto, e la sua scelta diventa irrevocabile. Nonostante  la scoperta d’essere senza vocazione, ella non abbandona la consegna, non lascia la postazione (è questa una “virtù eroica”?) …-

Questo accostamento, oltre a dimostrare la “tragicità” della fede (eroica?), potrebbe dimostrare che le scelte di don Matrangolo, se gli è stato dato “il dono” d’attraversare il deserto dell’ateismo, non devono essere state di tutto riposo: quanto gli sarà stato difficile fare il parroco ad Acquaformosa e non il diplomatico vaticano, o il cattedratico? Quanto gli sarà costato mantenere ferma la barra di un fides per lui che, dopo tutto, era un razionalista? Di nuovo: martiría, martirio: “Prendi la tua croce e seguimi”. E se la croce non pesa, che croce è? Se la fede non è tormentata dal dubbio, che fede è? Solo la ratio non ha dubbi: non si dubita del teorema di Pitagora (o, forse, sì?), né si dubita di quelle tautologie che sono i sillogismi (o, forse, si?), né di quelle che sono assunte, senza discussione, come “idee chiare e distinte”. Nelle sicurezze, nelle certezze della ratio si dorme “il sonno dei catturati”, come direbbe Nietzsche.

A me (suo discepolo, suo figlio spirituale) don Matrangolo diceva: “Attento a non morire d’insonnia”. Gli rispondevo che l’insonnia è la virtù delle vergini prudenti…le quali sono, anch’esse, destinate al deserto dell’attesa di uno Sposo che non si sa se arriverà e quando arriverà. A  noi tocca di diventare sterpi che si accendono e bruciano e si consumano come fuoco di bivacco: nell’attesa, anche delusa, come la Sposa del Cantico: “qaesivi et non invenii”, l’ho cercato e non l’ho trovato…(ma, attenzione:”non ti cercherei se non ti avessi già trovato”….). A noi è toccato di non avere “dove posare il capo”, e di camminare sulle acque, guardando gli abissi, perché non ci fidiamo delle evidenze delle “terre ben fondate”…

Quando non mi consentiva di andare oltre i limiti della dottrina, scrivevo a don Matrangolo, lunghi saggi, dove esprimevo liberamente i miei punti di vista. “Ho letto con attenzione”, mi diceva, ma non discuteva i miei scritti con me. Solo con mia moglie mi definiva teologo. Quando  mi cercava per telefono e rispondeva lei, domandava se c’era in casa il “nostro teologo”. Non so se mi prendesse in giro: era troppo serio per facili sarcasmi – d’altra parte non si cerca alle undici di sera uno che non si apprezza. Se non avesse avuto stima di me, non mi avrebbe detto in chiesa dopo la Messa, non richiesto il parere:  “La tua teologia è tutta da elogiare”. Gli avevo dato da leggere il mio libro sull’icona e sul neo bizantino. Libro che mette in discussione tutti i mosaici e tutte le icone che stanno rendendo bizantine le nostre chiese ora che il bizantino è defunto. Elogiando la mia “teologia”, lui che era promotore di mosaici e di icone,  – di nuovo - mi prendeva in giro? Fate voi, sapendo che mi prendo in giro da solo perché mi sento del tutto inadeguato nel ruolo e di teologo, e di filosofo, e di scrittore, e di quant’altro mai la sorte mi ha dato da accostare da dilettante…

Ho la presunzione di aver capito quell’uomo complesso che era don Matrangolo? Forse sì, forse no. Anch’io interpreto e interpretando traduco, in parole che lo tradiscono, il mio pensiero, la mia esperienza, che è intraducibile in parole. Tuttavia, tutto quello che ho scritto su don Matrangolo, deriva dalla mia esperienza di una lunga, lunghissima, sua frequentazione. Le parole che gli attribuisco, sono le sue, così come  le ho udite da lui. Così da lui ho udito che in quaresima mangiava “una sola volta al giorno e legumi” (monofagia e xerofagia). Non ho mai diviso il pasto con lui, non so, in effetti, che cosa mangiasse in quaresima.

Mi devo fidare delle sue parole.

Se sia stato tentato davvero dall’ateismo, se abbia attraversato, come i veri mistici, il deserto dell’aridità, lo sa lui; a me raccontava quello che vi ho raccontato. Di nuovo, devo fidarmi delle sue parole.

 

Ripeto, tuttavia: la sua morte (non ho paura delle parole, non cerco giri di parole, metafore, per aggirare un evento che è toccato anche a Cristo), a me ha lasciato un gran vuoto. Da quando è morto don Matrangolo, non ho più letto un rigo di greco. Guardo i miei libri di teologia bizantina e mi vien voglia di darli via: a chi li racconto ora i risultati dei miei studi, delle mie ricerche che erano indirizzate a scardinare le “idee chiare e distinte” che Don Matrangolo, condizionato dalla riverenza a filosofi e teologi aristotelici e tomisti, mi opponeva con il rigore del maresciallo di Santa Romana Chiesa? A chi possono interessare? Non farei la figura del perditempo? A chi citerò più in greco Platone?

Sono tornato ai filosofi nostrani, ai “latini”, a quelli che denunciano le insufficienze della ragione, a quelli che dimostrano come ogni nostro pensiero è una nostra rappresentazione, per la qual cosa non esiste oggettività (quella a cui m’invitava don Matrangolo, invitandomi a morire a me stesso); a quelli che laicamente, “stoicamente”, attraversano il deserto: qui trovo compagni e interlocutori, ma nessuno di loro potrà cantarmi il fos ilarón (no, non cantatemelo arbërisht), nessuno potrà farmi la grazia di un profumo d’incenso, nessuno indicarmi l’occhio mansueto di un’Eleousa o di un’Odigitria, che guardano oltre le evidenze della ratio – perché è anche evidenza della ratio il deserto che attraversiamo. Abiterò l’Occidente, con una gran nostalgia d’Oriente, che nessuno potrà restituirmi, visto come procede la secolarizzazione delle nostre parti.

Sto elaborando un lutto? Forse sì; ma, se sì, per cortesia, fate silenzio e non fate pettegolezzi.

E se avete un altro don Matrangolo da farmi conoscere, vi prego, spremetevi in uno scritto, in un saggio; ma con mezzi intellettuali, però, che siano all’altezza – se no, di nuovo, zitti e muti.

Nando Elmo

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