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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

IN MEMORIA DI PAPAS VINCENZO MATRANGOLO

 di Nando Elmo

Nando Elmo e Papàs Vincenzo Matrangolo

Ora che Don Vincenzo Matrangolo, Zoti, non c’è più, sento il gran vuoto che lascia. E ciò non suoni come vuota retorica. Chi l’ha conosciuto, come l’ho conosciuto io, sa della sua insostituibilità. Sa di come con lui si chiuda un’epoca, un tentativo di fare della nostra diocesi altro dall’epifenomeno che è all’interno della chiesa “latina”. Tentativo fallito, non certo per demerito suo.

Era uomo d’altri tempi. Pacelliano, senz’altro. Maresciallo di S. Romana Chiesa, come il cardinal Ottaviani. Forse era un anti Concilio Vaticano II, ma non lo lasciava vedere. Di sicuro più vicino a Baget Bozzo che a don Gallo, anche se era pronto a  compromettersi con questo mondo quando ne andava dei suoi ragazzi (quelli del “Centro preventivo giovanile” di Acquaformosa, una delle sue opere). Diceva di non leggere i documenti di “questa Chiesa”. Forse era un lefevriano, ma non arrivava ad esporsi in dichiarazioni che potessero creare scandalo. Soffriva della deriva secolarizzante della Chiesa. Si teneva legato alla teologia tomistica, anche se dichiarava che questa dottrina lo aveva fatto uscire dall’Angelicum un perfetto ateo. “Non fosse stato per la liturgia bizantina, per la sua teologia orante, diceva, non sarei divenuto un uomo di fede”.

La liturgia bizantina: bruciava d’amore per la chiesa d’Oriente, e soffriva per gli screzi tra Atene e Costantinopoli.  E tuttavia le sue prese di posizione erano tomistiche. S’affidava ai sillogismi con cui troncava ogni discussione. L’ultima parola doveva essere sempre la sua. E gliela si concedeva perché aveva autorità. Autorità che gli derivava dalla sua profonda dottrina teologica, sia orientale che occidentale; dalla conoscenza altrettanto profonda di latino greco tedesco inglese e francese, lingue che parlava tutte fluentemente. Con me si concedeva il lusso di parlare in greco, ma facevo fatica a stargli dietro.

Lo immagino così, con questo gran sapere, fare la sua scelta: la diplomazia vaticana o una parrocchia di montagna. Sceglie la parrocchia di uno sperduto paese di montagna. Così dice la leggenda. Ad ogni modo, perché non Berlino dove aveva vissuto da giovane seminarista, perché non Roma dove finiva i suoi studi? O perché non il monastero di Grottaferrata che gli sarebbe calzato a pennello per le sue tendenze eremitiche?

“Per portare, diceva, la civiltà ad Acquaformosa”. Che  negli anni trenta del secolo scorso era meno che un villaggio sperduto, deprivato di tutto, una vera terra di missione. Per fare l’eremita; anche, il monaco, appunto. Ma il monaco imprenditore, che sa mettere insieme l’uso sapiente del denaro e il breviario: mammona e Dio, in un sorprendente “ora et labora”. Per Acquaformosa rinuncia anche ad essere vescovo…

La sua avventura incomincia con la costruzione della chiesa parrocchiale: giù l’antica di stile latino, su la nuova con iconostasi e altare bizantini. Le icone dipinte da Conti in vago stile liberty. Per pagarle, chiede offerte agli acquaformositani, che, nonostante uscissero dalla seconda guerra mondiale, negli anni della fame, non si tirarono indietro. Chi offre un maiale, chi un  formaggio, chi olio, chi grano, chi castagne, chi vino. Inizia così l’impresa – non ancora finita. Diceva: “Bisogna  dotare Acquaformosa degli ori dei mosaici di S. Pietro – fatte le dovute proporzioni. Adorare Dio ad Acquaformosa, con lo stesso decoro (lo stesso décor) con cui si adora a Roma”. Lui vuol poter fare come S. Cirillo che mostra nelle omelie ai fedeli le scene illustrate sulle pareti delle cattedrali d’oriente.

Incomincia così la sua avventura acquaformositana: riunendo noi bambini, da alfabetizzare, da catechizzare, in quella che allora si chiamava “la sala”. Ci leggeva la Bibbia  con le grandi illustrazioni nello stile di Raffaello, se non vado errato. Letture che mi resero familiari i nomi dei patriarchi, dei giudici, dei re dei profeti, delle grandi donne come Rut, Ester, Giuditta, ma, più e più, quel Qohèlet che don Matrangolo leggeva quasi ad ogni nostro incontro con la voce impostata, da consumato attore. Devo a quelle letture, molto frequentate in tempi cui non c’era televisione e non cinema e non albi di fumetti, non mezzi per istruirsi e uscire fuori delle ristrettezze culturali d’Acquaformosa, se ancora oggi posso ripetere, a memoria, passi del Cantico dei cantici, dei Salmi, dei Proverbi e dello stesso Ecclesiaste, che chiudeva ogni volta, come un salmo penitenziale, le storie bibliche più fastose. Voleva avviare tutti alla santità ma non richiedeva agli altri la severità che imponeva a se stesso.

Era difficile andare d’accordo con lui: ci si scontrava con le asprezze del suo “carattere teologico” che non ammetteva sconti – umanamente, poi, era il più disponibile degli uomini.

Asprezze, che tradivano le sue pretese logiche, che si affidavano alle “idee chiare e distinte”, che credeva d’attingere con la necessità della logica. Quando qualche volta gli facevo osservare che metteva nelle sue omelie troppa passione “soggettiva” e che la passione non rendeva più vere le sue assunzioni, troncava il discorso. Dopo una conferenza sulle icone con cui voleva difendere il  neo bizantino, gli feci notare che aveva tradotto l’ “oggettività” delle assunzioni, in preghiera, proprio per l’afflato mistico soggettivo che aveva messo nelle sue espressioni e che ciò lo rendeva finalmente bizantino. Mi  fulminò con un’occhiata, ma poi m’impose di scrivere, per santa obbedienza, le cose che avevo appena detto. Se qualcosa si tingeva di “bizantino” era disposto a rinunciare ad essere un “latinofrono”, uno che pensa alla latina. Ed il suo cruccio alla fine era che non siamo né latini, né ortodossi, né albanesi né italiani. Ma anche qui era per le distinzioni, per l’idea chiara e distinta: o bizantini, o latini, o italiani o albanesi. La sua anima tomista veniva fuori sempre a tutto tondo: nessun compromesso, con niente e con nessuno: aut, aut, principio d’identità, principio di non contraddizione…

E tuttavia non posso non ricordare - era la cosa che più gli faceva male quando la rilevavo – che era stato tra coloro che avevano fatto nascere l’ircocervo che siamo. Quando venivano i missionari “latini” passionisti ad evangelizzare Acquaformosa e, proprio per questo, a renderla latina, egli si adattava, da buon attore, a fare l’ignorante arbëresh che si arrendeva convinto dalla serrata logica del latino. Su tutto dominava quell’entità astratta che è “la Chiesa”, di fronte a cui quella entità particolare, esistenziale, passionale, fatta di terra di mondo di storia che era l’arbëresh doveva cedere. Quando poi ci si trovò senza latini e senza bizantini, don Matrangolo si leccò le ferite con un più attento e disperato richiamo alle radici – si era, alla fine, messo in contatto con i monaci ortodossi atoniti di Bivongi (li avrebbe voluti suoi eredi ad Acquaformosa) e con loro medicava l’animo esacerbato per la fine della nostra bizantinità: cantavamo, cantavamo i tropari in greco con disperata dolcezza…

C’incontrammo lui vecchio, io anziano ormai, a metterci nell’avventura della pubblicazione dei suoi dossier. Impresa impervia. Don Matrangolo ha prodotto un’infinità di testi, appunti sulla liturgia, sommari teologici, diari ecc… dove spesso si esprime in greco. Era convinto che solo il greco esprimesse al meglio la “sua” teologia. E nei nostri incontri si lasciava andare a lunghe citazioni nella lingua dei Padri.

Non so se se n’è andato “sazio di giorni”. Certo gli rimaneva il cruccio di non vedere concluso il ciclo di mosaici della chiesa di Acquaformosa, la sua opera più ambiziosa. Non so se ha veduto il restauro della Chiesa della Madonna del Monte, che è tornata dopo secoli allo splendore delle pietre medievali . Altra opera voluta dalla sua pervicacia acquaformositana –  anni fa aveva fatto tornare alla luce gli affreschi della prima chiesa degli arbëreshë di Acquaformosa.

Visse con il fasto di principe della Chiesa e con la povertà del monaco. Del monaco aveva il severo rigore etico. Si sottoponeva, anche novantenne, a severi digiuni, non solo quaresimali. Diceva che il bizantino pratica in quaresima la monofagia e la xerofagia: mangiava una sola volta al giorno, al tramonto, come un musulmano in Ramadan, nutrendosi di soli legumi secchi (xeroi). L’ho visto, durante un Venerdì santo di un paio d’anni fa, stare in piedi quasi per scommessa. Resuscitava anche lui al primo tocco di campane nella liturgia del Sabato santo, mentre, spargendo per la chiesa con gesto ampio fiori e alloro, cantava con voce stentorea: “Anasta ho theòs, crinon tin ghin…”.

Non so se lo guidasse la Provvidenza, ma lui era sicuro di essere guidato dalla mano di Dio e di essere ispirato dallo Spirito Santo: vedeva dappertutto il, e tutto interpretava nel, segno della vocazione: “Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi”.

È stato nominato prima Commendatore, poi, l’anno successivo, Grand’Ufficiale della Repubblica italiana. Accettò l’una nomina e l’altra senza spocchia. Mi disse: “Non so che male ho fatto per meritarmi questo. Ma anche questo è un segno della mano della Provvidenza, che si degna di visitare un povero parroco di campagna”.

Con lui si chiude quasi un secolo. Certamente con lui se ne va la Acquaformosa che abbiamo conosciuto come piccolo mondo chiuso in sé - e forse anche la diocesi di Mele e di Stamati, altro hortus conclusus. Chi gli succederà non potrà far rivivere quel mondo perché don Matrangolo se lo porta nella tomba. Tuttavia lascia a tutti gli acquaformositani, un patrimonio immenso in opere non solo edilizie: lascia un’infinità di scritti,  quindici mila volumi di cultura bizantina e arberisca – per i quali invocò invano finanziamenti per una degna collocazione in una biblioteca. Noi facciamo appello alle autorità che vogliano difendere questa eredità, perché non vada dispersa.

Don Matrangolo fa parte ormai della nostra storia, della nostra memoria. Se gli acquaformositani vorranno ancora essere tali non potranno fare a meno di questa storia, di questa memoria e di quanto gli lascia don Matrangolo, Zoti.

 

Rivarolo Can.se, 18 – 11 - 04

II

20 – 11 - 04

C’incontravamo ogni giorno delle mie vacanze (due mesi) ad Acquaformosa, tra le dieci e trenta e il rintocco della campana di mezzogiorno. A quel rintocco lui si segnava mormorando, con un impercettibile movimento delle labbra, una preghiera e mi licenziava: “Vai. Non vorrei che tua madre si spazientisse ad attenderti per il pranzo, che sarà già in tavola. Le nostre donne sono così solerti…”.

Nando Elmo e Papàs Vincenzo Matrangolo

Lo trovavo sul ballatoio della porta d’ingresso, al fresco della grande ombra della canonica, seduto ad un piccolo banco di scuola ingombro di libri. Compilava i suoi dossier, prendeva appunti per le omelie o semplicemente ordinava i suoi registri.

“Disturbo?”

“Tu non disturbi mai. E, guai a te, se non vieni a disturbarmi”.

Se mancavo un giorno, mi rimproverava; pretendeva la santa obbedienza che m’imponeva appunto di andare a fargli visita ogni giorno.

Raccoglieva, al vedermi apparire in fondo alla scala, i libri. Mi offriva una sedia ed entrava in canonica per prepararmi il caffè, che, con la sua giusta misura d’amaro e di dolce, era una metafora dei nostri pneumatikoi dialogoi, dialoghi spirituali, come chiamava i nostri incontri.

Il suo caffè era davvero straordinario per essere quello di “un prete tanto inetto in cucina da non saper friggere neanche un uovo”.

Al tempo in cui il Ministero non aveva ancora messo il suo occhio sulla nostra salute pubblica e privata, si presentava con il vassoio ingombro non solo della tazzina e della caffettiera, ma anche di un pacchetto di sigarette americane e un bicchierino di whisky. Lui non mi accompagnava né col caffè né col whisky né con la sigaretta. Erano essi il segno dell’ospitalità arbëreshe: si offre all’ospite, non si divide con lui l’offerta del ben venuto.

Poi iniziava la nostra logomachia.

Si trattava, in effetti, di un lungo monologo, tutto suo. Io avviavo solo il discorso e mi disponevo ad ascoltarlo. Obbiettavo qua e là qualcosa, ma ero subito messo a tacere con una lunga citazione in greco o in latino: il magistero della Chiesa.

Mi accusava spesso di essere un pelagiano, per i miei riferimenti a Cacciari, o a Heidegger o a Vattimo, o a Nietzsche. Io di rimando lo accusavo di essere un ellenofrono, di frequentare la kakodoxia platonica e lo gnosticismo per il suo pervicace disprezzo della materia, del corpo. Senza il corpo, gli dicevo, non potremmo sapere quanto è bella la bellezza, né quanto è santa la santità. Gli citavo a questo proposito i Padri della Chiesa orientale, soprattutto il Damasceno e il Palamas, che mai si erano permessi di frequentare quel pensiero socratico e gnostico, che riguardava l’oscurità, la  illusorietà della materia cattiva e vilipesa.

Faceva finta di ascoltarmi interessato su questo versante. D’altra parte, obiettavo ancora, se la materia fosse quella degli gnostici e di Platone, che senso avrebbero avuto i suoi digiuni d’ogni tempo d’avvento, d’ogni quaresima, d’ogni proerzia. E tuttavia, per mantenere sano quel corpo, giocava al calcio (giocò fino agli ottant’anni e oltre), faceva lunghissime passeggiate, non disdegnava di scendere a piedi a Lungro, di inerpicarsi anche a novant’anni per le stradine impervie di Acquaformosa nelle processioni sotto il sole d’agosto.  

Una volta mi scrisse chiedendomi di citargli in greco tutti i luoghi in cui Platone parlava del corpo come tomba dell’anima. Per le citazioni in greco mi ero dotato di un font di questa lingua presso l’Università di Torino e lo avevo caricato anche sul computer della parrocchia, cosicché non c’era bisogno di traslitterare. “Noblesse oblige”, diceva don Matrangolo e lamentava che si traducesse la liturgia in italiano e, peggio ancora, in arbëresh. Amarezze private, perché, la sua liturgia, la celebrava in tutte tre le lingue. Ma denunciava l’insipienza dei cristiani in genere: “Nessun ebreo o nessun musulmano leggerebbe I Libri in una lingua che non sia quella dei profeti. Piuttosto che studiarli, il greco e il latino li abbiamo mandati in soffitta. Così si perde ogni senso del sacro; e senza il sacro il mondo è insipido”.

“E pure, ribattevo, la deriva secolarizzante è tutta cristiana: “Ognuno capiva nella propria lingua” è situazione pentecostale…”.

Le aporie c’imponevano il silenzio, ma in quel silenzio si rifletteva un mistero, che forse richiedeva, per la sua soluzione, una citazione in greco, che trasferiva le cose che dicevamo in un altro ambito, meno quotidiano... La citazione arrivava puntuale, soprattutto dalla liturgia: “Ti sei rivelato non a coloro che ti cercano con lo sforzo del pensiero, ma a quelli che si prostrano in adorazione ai tuoi piedi”.

La preghiera. Incessante. La metanoia, l’andare al di là della mente, umana troppo umana. E tuttavia nelle discussioni, egli ricorreva alle “idee chiare e distinte”; negli scritti alle freccette che imponevano ai pensieri una logica stringente e necessaria. Dio era la totalità, supportato dalla certezza logica, dalla sicurezza psicologica. “Dio totale, che toglie spazi; che soffoca abbracciando tutto, è un idolo: Deus, voveo tibi blasphemiam meam…” denunciavo, citando da chissà dove.

A nulla valeva il mio opporgli la kenosis, lo svuotamento di certezza di sicurezza di potenza della Croce. Don Matrangolo non cedeva d’un passo; a sua volta  mi opponeva la certezza la sicurezza la potenza della Resurrezione. A nulla valeva contrapporgli che la sicurezza, la certezza, la potenza, la luminosità delle “idee chiare e distinte” fossero vizi capitali della cultura borghese, della cultura totalizzante, ideologica, della volontà di potenza della cultura dell’Occidente, terra del tramonto. Mi metteva in guardia dall’arianesimo: un’eccessiva attenzione alla Croce, che non è per niente atteggiamento orientale, ti affaccia all’arianesimo. Totus  mundus fit arianus – si lamentava. E denunciava la deriva luterana di certi miei pensieri.

Una volta scrissi che don Matrangolo era il custode, fermo al suo posto di guardia, del fuoco sempre acceso della vatra, del focolare, il faro del porto per l’approdo dei naufraghi, uno dei quali ero io, che tornavo alla sua vatra, al suo porto ogni estate. Mi disse: “I porti esistono non solo per partire, ma per tornare. Così il fuoco della vatra è sempre acceso per accogliere, e riscaldare gli infreddoliti figlioli prodighi. Perché non torni?”

“Non torno, perché non mi è dato di tornare. Non so quale dio mi tenga lontano dai ritorni. A ciascuno il suo destino…io declino la nostalgia non solo come dolore per il desiderio di tornare, ma anche come dolore per l’essere tornato. E tra i due dolori non so decidere”.

L’ estate scorsa, dopo il suo primo ictus, sono tornato a trovarlo. Non mi attendeva sul suo ballatoio, ma in una stanzetta anonima della sua immensa canonica. Aveva difficoltà di deambulazione. Non poté prepararmi il caffè. Se ne dolse.

“Se vuoi te lo faccio preparare dalla donna”.

Gli risposi che non avrebbe avuto lo stesso sapore del suo.

Anche  i nostri discorsi non ebbero lo stesso sapore del passato. Soprattutto i suoi, volti alle preoccupazioni per il futuro: “Ho provato in tutti i modi di far tornare i cistercensi ad Acquaformosa, o un’altra comunità di monaci. Mi hanno risposto tutti negativamente. A chi lascio ora tutto questo?”

Sembrava che la Provvidenza, cui attribuiva tutti “i miracoli” che aveva operato, per mezzo suo, ad Acquaformosa, l’avesse abbandonato.

“È arrivata l’ora nona?” gli domandai. Mi strinse forte la mano storcendo la bocca in una smorfia d’amarezza.

Questa volta il caffè era solo amaro, questa volta, senza zucchero…

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