ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Lajme ka Shën Mitri / Notizie da San Demetrio Corone
 

UN PAESE ARBERESH NEL TERRITORIO DI CORIGLIANO CALABRO

C’era un paese arbëresh nel territorio di Corigliano Calabro, che era sorto, nella seconda metà del ‘400, in località attualmente confinante con il Comune di San Giorgio Albanese. Il suo nome era Palazzo; il toponimo ancora si conserva proprio per indicare la predetta località. A differenza degli altri insediamenti albanesi della provincia di Cosenza, che hanno avuto una lunga durata ed ancora esistono, quello di Palazzo durò circa mezzo secolo. Nel 1547, una incursione saracena lo distrusse e sequestrò buona parte degli abitanti. Da allora, non se ne ebbe più notizia. Un saggio di Domenico Cassiano,  dal titolo “Il Paese scomparso – greco-albanesi in Val di Crati nei sec. XV e XVI”, edito in questi giorni dalla libreria coriglianese “Aurora” del Prof. Benvenuto, ha ripercorso la vicenda tragica di Palazzo che – come scrive Giovanni Sapia nella dottissima prefazione – è un vero e proprio giallo storico.  

Il prof. Cassiano, partendo dalla vicenda storica di Palazzo, allarga l’orizzonte riconsiderando, alla luce delle più recenti ricerche storiche, la storia plurisecolare della minoranza calabro-albanese, rivedendone l’impostazione tradizionale, non poche volte fondata su miti e leggende. Il Cassiano che ha insegnato per un trentennio storia e filosofia nei licei classici di S. Demetrio Corone e di Corigliano Calabro, ha coltivato la sua passione per la storia locale ed, in particolare, per quella della minoranza albanese in Calabria, pubblicando numerosi saggi ed articoli, rivendicando, per primo, con un articolo apparso su La Gazzetta del Sud del 29 dicembre 1956, il riconoscimento e la tutela della minoranza linguistica arbreshe secondo la disposizione dell’art. 6 della Costituzione.

Lo scavo nella tradizione intellettuale locale è per Cassiano – come è stato rilevato – ben più di una occasione erudita, ma il momento della riflessione sulle contraddizioni, evidenti o sotterranee, della realtà civile e politica del nostro tempo. La sua opera, problematicamente motivata, costituisce un serio documento di impegno nelle ricerche di storia patria, ponendosi, per qualità e spessore culturale, sulla traccia lasciata da Gaetano Cingari.

Partito da posizioni vicine al marxismo, nel prosieguo della sua ricerca, il Cassiano ha allargato i suoi orizzonti interpretativi nel senso di una maggiore riconosciuta autonomia alla cultura ed alla vita civile rispetto alle condizioni socio-economiche, a tutto vantaggio di una chiarificazione delle questioni storiche che, tra l’altro, ormai da un trentennio, non cessa di approfondire con articoli e pubblicazioni giornalistiche.

In questo pregevole saggio del Cassiano viene realisticamente ricostruita la genesi e lo sviluppo delle comunità albanesi in Calabria, la loro secolare lotta in difesa della propria identità contro i feudatari laici ed ecclesiastici,  la strenua resistenza alle sopraffazioni del clero latino, il loro emergere dallo stato di arretratezza nel corso del ‘770 e la rapida affermazione nel campo culturale e politico con personaggi del livello del filosofo e giurista sandemetrese Alessandro Marini e di Pasquale Baffi di Santa Sofia d’Epiro, uno dei più grandi grecisti europei del ‘700, ministro della Repubblica Partenopea, mandato a morte dal restaurato potere borbonico.

Revisionando la tradizionale impostazione storica, il nostro Autore dimostra come e perché le varie comunità albanesi costituivano dei veri e propri ghetti, nei quali erano costretti a condurre vita perlopiù grama i ceti popolari di contadini e pastori, mentre le classi dirigenti albanesi, immigrate in Italia, si erano stabilite nelle città, avevano abiurato al rito ortodosso abbracciando quello latino, assimilandosi alla popolazione italiana, raggiungendo posizioni rilevanti nella burocrazia e nelle armi, spezzando ogni legame col popolo minuto, disperso nei vari villaggi della Calabria, Puglia e Sicilia.

Si tratta, insomma, di un saggio storico assai stimolante, che certamente farà molto discutere per le tesi sostenute, e che considera sotto nuova luce una rilevante pagina della storia calabrese.

GIANLUCA BAFFA

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