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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

GLI ITALO-ALBANESI DA CLEMENTE VIII (1595) A GIOVANNI PAOLO II (2005)

 

Le tre Circoscrizioni Bizantine in Italia, vale a dire le eparchie di Lungro per gli Albanesi di Calabria e dell’Italia continentale e di Piana degli Albanesi in Sicilia, e il monastero esarchico di Grottaferrata stanno celebrando il II Sinodo Intereparchiale. L’11 gennaio 2005, avviandosi a conclusione il Sinodo, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha ricevuto nella Sala Clementina tutti i sinodali e ha rivolto loro una densa esortazione aperta al futuro. Il luogo dove si teneva l’udienza, la Sala Clementina, affrescata da Giovanni e Cherubino Alberti al tempo di Clemente VIII (1592-1605) e l’evento dell’udienza mostravano l’evoluzione realizzata nel frattempo e il senso dei nuovi orientamenti ecclesiali che riguardano le Chiese orientali cattoliche e nella fattispecie gli Italo-albanesi.

1.  Clemente VIII ha un posto importante nella storiografia e nella vita degli albanesi in Italia. Nel 1595 per suo mandato è stata promulgata una “Perbrevis Instructio su alcuni riti indirizzata ai Vescovi latini, nelle cui città vivono Greci o Albanesi di rito greco”  (cfr. Italo - Albanensia a cura di Attilio Vaccaro, Editoriale Bios, Cosenza, 1994, pp.135 -137). Come si può notare, nel titolo stesso sono presi in considerazione gli Albanesi di rito greco. Essi erano già stati sistemati all’interno delle diocesi latine, pur conservando la propria tradizione liturgica. Vengono identificati quali “Albanenses graeco ritu viventes”. L’istruzione è perciò indirizzata agli “Episcopi latini” nelle cui diocesi vivevano greci e italo-albanesi. Ciò significa che il fenomeno degli Italo-Albanesi era conosciuto e che dal punto di vista romano, in risposta a sollecitazioni dei vescovi locali latini, si davano delle norme di comportamento, particolarmente per questioni liturgiche. L’Istruzione si apre con la proibizione rivolta ai “Praesbyteri graeci” di cresimare, al contrario di come invece prevede la prassi bizantina. L’intervento nell’Ordo liturgico, confermato dalla Costituzione Etsi pastoralis di Benedetto XIV (1742), è grave e ha generato permanenti tensioni. Al caso il I Sinodo Intereparchiale di Grottaferrata (1940) ha portato una prima correzione sancita dal Concilio Vaticano II e dal conseguente Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO). Inoltre l’Istruzione clementina prevedeva la creazione a Roma di un vescovo ordinante di rito greco per le ordinazioni dei candidati di rito greco agli ordini sacri. I vescovi latini nelle cui giurisdizioni si trovavano fedeli di rito greco, soltanto a questo vescovo ordinante dovevano dare le loro dimissorie. L’Istruzione clementina, era limitata alla concezione del tempo, ma era importante, perchè riconosceva la presenza delle comunità di rito greco, comprese quelle italo-albanesi, dava delle norme precise di comportamento che prevenivano interventi indebiti delle autorità locali.

2.  Di carattere e qualità profondamente diversa era l’evento che si realizzava con l’udienza di Papa Giovanni Paolo II al II Sinodo Intereparchiale. Non si trattava più di fedeli immessi in Comunità latine, o al massimo di parrocchie di rito greco inserite in diocesi latine, ma di eparchie – Sinodo Intereparchiale – formalmente istituite da Benedetto XV (1919) e da Pio XI (1937), con una propria gerarchia e un proprio popolo, cosciente della propria identità ecclesiale bizantina in piena comunione nella Chiesa cattolica e con un particolare impegno morale per il raggiungimento della piena unità con i fratelli ortodossi. La pacificazione interiore apportata dalla creazione delle eparchie è stata vera e profonda. Il Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha presentato al Papa i Sinodali, pastori e fedeli, dichiarando che essi nell’incontro “possono rinnovare l’adesione gioiosa di fede e di amore al ministero del successore di Pietro, al vostro illuminato magistero, confermando la fedeltà dei loro Padri”. Oltre alla creazione delle strutture ecclesiali, l’elemento decisivo che ha promosso la crescita coerente di queste comunità bizantine in Italia è stato l’orientamento, che si è progressivamente fatto strada, del diritto e del dovere di recuperare la propria autentica tradizione liturgica e disciplinare. Questa prospettiva emergeva dalle parole di Giovanni Paolo II rivolte al Sinodo. Egli considerava le comunità bizantine “eredi di un comune patrimonio spirituale” e rilevava che ora esse “ rafforzano sempre più la loro identità, facendo tesoro della loro millenaria tradizione bizantina”. Elogiava lo sforzo sinodale di promuovere una solida formazione catechetica, mistagogica e teologica. Per questo il sinodo “ha individuato percorsi teologici e ascetici per la preparazione del clero e dei membri degli Istituti di vita consacrata”. Il Papa ribadisce come fatto e come dovere il consolidamento dell’identità ecclesiale. “Per evitare una trasformazione indebita dell’dentità spirituale che vi distingue, è vostro intendimento curare una solida formazione radicata nella tradizione orientale e atta a rispondere in maniera efficace alle sfide crescenti della secolarizzazione”. Giovanni Paolo II assicura l’assistenza positiva di Roma. “La Santa Sede – egli afferma – mediante la Congregazione per le Chiese Orientali, non macherà di offrire il proprio sostegno a quest’azione rinnovatrice”. E ha aggiunto: “Nei testi del Concilio Vaticano II e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali vi sarà prossibile trovare riferimenti utili per sostenere i vostri sforzi”.

3.  Da Clemente VIII a Giovanni Paolo II gli Italo-Albanesi hanno vissuto un lento, ma vero progresso istituzionale, culturale e spirituale. Il Sinodo dà orientamenti certi per il futuro.

 

Eleuterio F. Fortino

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