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di GERARDO PICARDO
È un viaggio cominciato
molti anni fa. Il tempo ha
lasciato segni che toccano
l'anima e incidono realtà.
In L'avventura arbereshe,
il Mediterraneo vissuto
(ed. Iral, Taranto, inf.
micolcultura@alice.it
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vederlo ), Pierfranco Bruni
raccoglie riflessioni sulla
cultura italo-albanese,
convinto che nella storia
dei popoli il Mediterraneo
sia sempre più asse, non
solo geografico ma
esistenziale. Un
Mediterraneo che significa,
tra l'altro, penetrare la
coscienza di un popolo e di
una etnia che ha le sue
radici nell'Adriatico,
perché ''Mediterraneo ed
Adriatico sono ormai un
costante incontro''.
Bruni lavora tra i
ricordi di casa e le sfide
dell'oggi: ha radici
arbereshe, lo studioso.
Discende da nonna paterna di
Spezzano Albanese (Cs),
nasce a S. Lorenzo del vallo
(Cs), paese ex-arbereshe,
vive a Carosino (Ta), paese
ex-arbereshe. Il suo è un
destino segnato. Quello di
uno studioso, responsabile
del progetto sulle Minoranze
etno-linguistiche del MiBAC,
che è un 'arbereshe di
fatto'.
Ammira questo mondo, lo
scruta, scrive di emozioni e
folklore, di letteratura e
lingua. Un itinerario
profondo, che va dai canti
bizantini alle valljie, dai
beni culturali e
paesaggistici al cuore delle
culture, riflette su molte
intuizioni di Agostino
Giordano e Pio Rasulo ma poi
sceglie un approccio proprio
che ha dato prova di sé
sulla rivista 'Jeta
Arbereshe'.
Perché ''una lingua e una
cultura si tutelano non
facendo soltanto 'accademia'
ma penetrando vissuti''.
Questo è perciò un libro a
mosaico, dove ''il senso
delle radici, che la
letteratura pone come
premessa, è un tangibile
raccordo tra memoria e
presente''. Significa
leggere le distanze con il
passato attraverso una
riappropriazione, in termini
letterari, di modelli di
civiltà. Una delle
componenti importanti di
questo sistema antropologico
è il paese, che si
caratterizza per la 'gjitonia',
ovvero con il vicinato. La
comunanza è anche
appartenenza e identità.
La cultura arbereshe,
rimarca Bruni, ''insiste su
due parametri che restano
fondamentali: il ricordare e
il ritornare. Come tutte le
culture che hanno vissuto
lacerazioni e diaspore, gli
effetti si ascoltano nella
sottolineatura di una
profonda malinconia''. Si
racconta di Sibari e della
Magna Grecia, prima di
tutto. Un mondo mai
scomparso e che continua a
vivere nei modelli arbereshe,
dove ''le colline albanesi
si intrecciano con le donne
sibarite'', perché ''il
sentimento delle radici è un
codice che non si dimentica''.
Bruni è certo un
letterato, ma in questo
contributo il lettore scopre
anche la riflessione di un
antropologo attento alla
ricchezza della diversità
linguistica. E l'arbereshe
''non è una lingua in
estinzione. Non viene dal
silenzio e non è destinata
al silenzio. Anzi, questa
cultura, in un intreccio
territoriale e storico, è
una cultura della ricchezza,
che va riconsiderata e
proposta come reale
patrimonio che unisce
eredità e futuro''. Nel
Mediterraneo i paesi
frontalieri raccontando una
loro eredità, senza
ritualità magica, piuttosto
incrocio fecondo di Oriente
e Occidente. E' una
letteratura che sa narrare
esperienze di mare e di
terra, segmenti bizantini e
intagli di civiltà arbereshe
intrise di radici religiose.
Come accade a Greci,
nella verde Irpinia, paese
arbereshe, dove ''le case
racchiuse in una mano hanno
odore di Mediterraneo e di
Albania. Corridoi tra i
vicoli. La gente sa guardare
negli occhi ed ha carenze
antiche. Una danza nelle
parole. Un tintinnio di
suoni''. Sono case di
pietra, un susseguirsi di
angoli che tagliano strade.
Vi si cammina a passo, piano
piano. Malinconia nelle
voci, mentre la protettrice
è la Madonna di Caroseno,
giunta a Greci con gli
albanesi in fuga: ''Sembra
un sogno ma questo paese è
realtà. Scanderbeg è nella
coscienza di questo mondo
contadino che offre senza
timore una identità
sommersa. Non ci sono statue
o busti -sottolinea Bruni-
L'eroe albanese è' nella
loro storia. E' nel loro
raccontare origini e
destino. Greci non è un
popolo in fuga. È una
civiltà che resiste''.
Umanità profonda nella
storia di un popolo. Un
paese di infanzia e di
favole dimenticate.
C'è una tradizione che si
fa memoria soltanto nel
pensare a un tempo che non
c'è più. C'è una tradizione
che vive il presente
traslocando il quotidiano in
un gioco di specchi che lo
si vorrebbe far attraversare
da piccole e grandi
nostalgie. C'è una
tradizione che vive di
simboli e identità, e cerca
di proiettarli oltre il
buio. Le radici sono il
portato di esigenze e
sentimenti. Ma c'è anche
un'altra dimensione che si
staglia forte da queste
pagine: il Mediterraneo
delle minoranze. Sono le
minoranze che vengono dal
mare e altre stanziate nei
territori, come una pelle
sul verde di altre terre
ricche di diversità e
storia. Geografie di
incontro. Intrecci non
monolitici ma a mosaico, a
raggiera, una risorsa di
modelli perché l'etnia non è
folclore, né una semplice
sagra di paese. È invece
quotidianità, scelte, uomini
e donne: "In Italia,
cerniera del Mediterraneo,
il rapporto tra etnia e
lingua costituisce un andare
nel di dentro di quelle
radici che sono testamento,
per un passato che non si
dimentica e per un futuro
che chiede alla memoria atti
di consapevolezza".
E ha ragione Bruni a
notare: questo è il
Mediterraneo "che non si
concede ad una chiusura, ma
sottolinea esperienze di
contatti con civiltà oltre
frontiera. La ritualità e la
tradizione sono delle
costanti. Il ballo tondo,
nella cultura albanese e
arbereshe, è il ballo tondo
raccontato dalla Deledda",
come i racconti e le
leggende del provenzale
Mistral hanno un profondo
radicamento popolare. L'etno-storia
passa per l'umanità, per
migliaia di meravigliose
contaminazioni che si hanno
espressione e poesia, favola
e carne. Contatto vivo "tra
la terra pesante, che arde e
racchiude, e il mare che
apre orizzonti e si fa
viaggio. Il Mediterraneo è
una chiave di lettura che
invita ad andare oltre. Ci
sono diversi Mediterranei,
in un confronto serio tra
tradizione, memoria,
identità e radici che non
possono gelare. Un altro
libro importante di uno
studioso profondo.
Da quanto tempo conosco
Piero? Una vita. Ha scritto
libri profondissimi, che
porto nel cuore e mi fanno
ogni giorno compagnia. I
suoi racconti del nostro Sud
sono anche i miei, sono i
nostri morti che portiamo
appesi al collo e ci cercano
senza che siamo noi a
chiamarli. Sono le donne
cantate da Piero, quelle
sottane che abbiamo amato e
perso, c'è il vento che
soffia su una spiaggia "in
un mare d'inverno. Qui è
sempre un mare d'inverno".
Lo rivedo oggi, Piero, la
sua sciarpa fucsia e il
passo sempre pensoso.
Fumiamo una Camel light
parlando di libri e
progetti, lui gioca con mia
figlia che gli corre
incontro. Abbiamo entrambi
un sorriso pensoso, ci
illudiamo ancora che
qualcuno abbia bisogno di
noi. Piero è uno dei miei
tre amici. Non saprei
pensare il domani senza i
suoi scritti.
GERARDO PICARDO |