ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Lajme ka Shën Mitri / Notizie da San Demetrio Corone
 

DISCUTENDO SU GIOVANNI LAVIOLA OLTRE GLI STECCATI DELL’IDEOLOGISMO DELL’APPARTENENZA

NON RICHIUDIAMOLO NEL PROVINCIALISMO DI UNA ARBERIA ANTISTORICA

di Micol Bruni

     C’è un libro di Giovanni Laviola che costituisce un testamento umano e letterario di estrema importanza. Lo studioso, l’arbereshe, lo storico. Tre percorsi che in questo libro emergono. Va inserito in un contesto articolato e mai provincializzato. Il rischio che riguarda la figura e l’opera di Giovanni Laviola come di molti studiosi e personalità del mondo arbereshe è quello di rinchiudere il tutto in una visione della cultura territoriale.

      Su Laviola si corre questo rischio. Ma apriamo una buona volta queste finestre e queste porte per parlare un linguaggio che possa toccare le voci e i destini che vanno oltre le cerchie murarie dell’arbereshità. Attenzione perché c’è in altro pericolo che è quello di relegare in una limitazione anche di pensiero e di pensare l’identità arbereshe (se tale si tratta).

      Creare processi di confronto tra i non arbereshe significa affrontare la questione non solo con sicurezza ma anche intelligenza critica e con un vis polemica costruttiva. Ma qui sembra che il tutto girachetirigira per ritrovare i soliti argomenti e i soliti nomi che oltre il cerchio arbereshe non vanno. La cultura arbereshe va oltre la stessa arberescità e oltre lo stesso territorio dell’Arberia. Ma dobbiamo ben capirci. Altrimenti ha un destino segnato.

      Il caso Laviola è un esempio emblematico. Per questo voglio ricordarlo attraverso un romanzo (pagine che riportano ad una struttura logica narrante) che resta punto nevralgico oltre la stessa lingua. Gli ulivi di Marzucco. Sono racconti – ritratti.

      Era nato a Spezzano Albanese nel 1915. morto a Trebisacce nel 2008. Attento studioso della cultura Italo – Albanese. Era stato preside e magnifico educatore. Certamente, un riferimento nella storia della cultura Arbereshe. L’uomo e lo studioso non si scontrano con il narratore ma occorre saper leggere le pieghe del suo raccontare.

      L’ultimo suo testo, studio, al quale aveva lavorato per decenni, è una paziente ricostruzione bio-bibliografica della presenza Arbereshe attraverso testimoni e protagonisti. Un dizionario. Anzi un dizionario raccontato. Ma, come dicevo, non lo storico ma il narratore mi interessa particolarmente anche se resta un punto centrale negli studi sulla storia degli Arberesh.

      Nei ritratti di Giovanni Laviola infatti  non vi è soltanto uno spaccato figurativo dove le immagini si incontrano e si popolano. Vi è soprattutto un tracciato dove la memoria si incontra con il tempo. un incontro esistenziale ma anche poetico. L'attualità de Gli ulivi di Marzucco è proprio in questo rapporto tutto giocato fra il senso della memoria e la poesia.

      Da qui partono le traiettorie che si trasformano in segni. Segni del tempo. un tempo che non si dimentica. e il paese è un riferimento centrale. I personaggi che si muovono sulla pagina sono personaggi di paese che hanno capito il loro ruolo e vivono all'interno delle varie realtà. Realtà che non sfuggono al sentire poetico dello scrittore. Quadretti di vita nella storia di un paese. Quadretti di paese nel viaggio dei personaggi. E troviamo Maria Grazia, Zia Rachele, Paolo, Rosa, Luca, Pietro. E troviamo quelle splendide memoria in grido-verde. In queste memorie vi è una incisività nostalgica che tocca momenti elevati. Vi è tutto un mondo di ricordi, di ansie, di attese.

      L'attesa diventa la grande attesa. La vita scorre lungo le ombre della grande attesa. Si attende il ritorno. Ci si attende senza null'altro chiedere. E si ascolta: "Forse, mi addormento. Mi sveglia un mandolino che un soldato di marina suona con una mano maestra e con sentimento. Cosa suona? Nel dormiveglia, riodo canzoni di un giorno lontano, canzoni legate ad un paese ad un angolo di strada, ad una donna bruna o bionda". L'attesa è nella nostalgia. Si compie all'interno stesso del processo nostalgico.

      È nella nostalgia che l'anima dei personaggi trova una spiegazione più matura. Ci sono personaggi che restano fissi, immobili sulla pagina e immobili nel paese. Ci sono altri che partono. Ci sono altri ancora  che cercano il ritorno. Il tocco più vibrante, in questo senso, lo si legge nelle ultime parole: " A casa arriverò molto tardi, ma stanotte dormirò nel mio letto, quello che è soffice tanto e che mamma prepara tutti i giorni, perché ogni giorno ella spera debba essere quello del mio ritorno".

      Una ripresa, dunque, sulla possibilità di catturare l'attesa che si trasforma in una meditazione sulla vita. Una meditazione che diventa contemplazione: " Che buffa la vita! Incontrarsi e dirsi addio. Scomparire l'uno dalla scena dell'altra. E anche il ricordo svanisce con il tempo. il ricordo di poche ore belle che hanno riempito di luce questa scorribanda mia attraverso l'Italia".

      Svanisce il ricordo ma resta la memoria. la presenza di questa memoria è nella grande attesa. Il gioco si completa attraverso la proiezione delle immagini le quali hanno voce, hanno suoni, hanno colori e gesti. Il gioco diviene possibilità di catturare il tempo. E il tempo si cattura per quel solo istante nel quale si riesce a fissare il viaggio della memoria.

      Si diceva che i ricordi svaniscono. Certo i loro frammenti sono nel tempo. e il tempo ricuce le ferite. Anche le memorie ed i pensieri. Gli ulivi di Marzucco hanno una condensazione lirica profonda. Vi si effettua uno scavo che penetra sia i contenuti che la poetica. È certamente una raccolta di novelle dove la poetica trova precisi nuclei tematici che sono anche nuclei mitici. Soprattutto nelle pagine dove i personaggi arricchiscono il quadro, il disegno mitico ha un respiro maggiore.

      Ci sono punti di riferimento quali il paese, la terra, gli ulivi stessi o i personaggi che sono i portatori di quella condensazione lirica nella quale convivono i giorni del tempo attraverso un ciclo di caratterizzazioni esistenziali. Tutto questo si sviluppa grazie ad una narrazione densa di significati. Il linguaggio si snocciola con molta chiarezza. Una chiarezza tipica nel mondo letterario e culturale di Giovanni Laviola, il quale è soprattutto uno storico. Ma fa storia attraverso il racconto.

      E il racconto diventa vivo. Ne Gli ulivi di Marzucco c'è tanta poesia. Una poesia che non disdegna il racconto. Le immagini servono proprio a questo. Ecco come il rapporto immagine - poesia è vivi: "Torno a Roma a mezzanotte. Esco dalla stazione e aspetto l'alba camminando per la città con un collega che incontro per caso, per la strada. Andiamo a zonzo. C'è, in alto, la luna./ E' questo il mio primo incontro con la città eterna. Resto meravigliato solo davanti ai ruderi del passato. Il Colosseo suscita in me quella meraviglia che nessun'altra opera costruita dall'uomo ha suscitato". 

      Immagine e poesia. Ma anche racconto. Vitalità in una pagina che non perde la sua identità. Perché è una pagina scritta con il cuore. Una testimonianza che non si dimentica perché non dimentica la vita. E' ciò che troviamo in Laviola. Non solo in questo Laviola narratore, ma anche quello storico, nello studioso di tradizioni albanesi e soprattutto nell'uomo. Ma alla fine il processo culturale compiuto da Laviola attraversa sia la storia che la letteratura. 

      Interessante  il suo Società, comitati e congressi italo - albanesi dal 1895 al 1904 tanto che ha segnato un percorso nella ricostruzione storica della geografia degli Arberesh. Così come la sua ultima ricerca che lo ha impegnato per lunghi anni passando in rassegna personaggi, libri, problemi, radicamenti culturali, visioni scientifiche. Un lavoro che resta e che diventa indispensabile. Ma siamo allo storico.

      Oltre lo storico resta, comunque, l’anima del narratore. Elegante, sobrio, ritrattista di condizioni esistenziali. Ed è questo che aggiunge un capitolo nuovo alla letteratura Italo – albanese. Credo che Giovanni Laviola vada riscoperto proprio sotto il profilo letterario oltre lo storico e l’educatore o il “professionista” di problematiche Arberesh.

      Sarebbe opportuno rileggerlo proprio sotto il profilo letterario. Perché è sotto questa visione che si universalizza lo scrittore e il ricercatore portandolo in quel contesto che crea raccordi tra la letteratura dell’identità e della tradizione con la letteratura dell’appartenenza. Codici umani e non solo linguistici. Certo, lo studioso non può essere dimenticato o messo in discussione ma è lo scrittore che parla la lingua del narratore che sottolinea emozioni, sensazioni, umanità.

      Uno scrittore dunque che non parte dalla storia ma da una esperienza – identità che è appunto quella della eredità Italo – albanese. Ma Laviola sapeva inserirsi nel dibattito della cultura italiana con grando contributi di idee oltre la provincia oltre il territorio stesso. Il suo ultimo lavoro non è un Dizionario soltanto. Ma guai se lo si lascia soltanto nel contesto degli arbereshe. Attenzione perché è su questa strada che si va avanti.

      Le celebrazioni hanno un senso se si storicizza il personaggio con un confronto a tutto tondo sia in termini culturali che politici. Uso a proposito il termine politico perché la cultura arbereshe non è assolutamente appannaggio di una cultura egemone. Lo stesso Laviola lo sapeva bene e lo aveva intuito. Nella storia degli arbereshe, per capirla fino in fondo, bisogna non egemonizzare gli “ismi”, ovvero quella componente tardo illuminista che non ha nulla a che fare con la storia arbereshe. Anzi tutto il contrario. L’Illuminismo portato al razionalismo non è parte integrante della consapevolezza identitaria della cultura arbereshe. Laviola lo ha ben dimostrato.

Dott. Micol Bruni

(Presidente IRAL)

Micol Bruni con Magdi Cristiano Allam

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