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Gli Arbëreshë del Crotonese

Le comunità arbëreshe della provincia di Crotone (Carfizzi, Karfici, Pallagorìo, Puhëriu, e San Nicola dell’Alto, dhe Shën Kolli)

di Pietro L. Aquino

IL PAESAGGIO E GLI INSEDIAMENTI URBANI

 

1.      FORMA DEGLI INSEDIAMENTI URBANI E STRUTTURA INTERNA.

 

L’ultimo aspetto che completa il quadro del paesaggio è costituito dalle caratteristiche dell’insediamento, la cosiddetta “forma urbana”. Sono sicuramente visibili nella topografia di una città o di un paese tutti gli elementi portanti di una cultura e di un popolo[1]. Il paesaggio, inteso nel suo complesso come paesaggio naturale unito al paesaggio modificato dall’uomo, può senza dubbio raccontare le peculiarità di una civiltà, l’insieme dei valori e degli ideali che producono supporti (pensiamo alle opere d’arte di un preciso periodo storico) o prodotti materiali, come ad esempio le abitazioni, dalle più povere ai ricchi palazzi dei proprietari terrieri, che talvolta palesano molto di più di oscuri documenti storici.

Gli insediamenti albanesi dell’Alto Crotonese hanno mantenuto alcune caratteristiche architettonico - urbanistiche tipiche degli insediamenti in cui si radicarono le colonie balcaniche. Già al capitolo primo è stato messo in evidenza come i primi insediamenti sul suolo italiano fossero costituiti da pagliai. Dalle “Relationes ad Limina” della diocesi di Umbriatico sappiamo che tale situazione permase sino all’inizio del ‘600. Gli albanesi d’Italia, dunque, costruirono in pietra le loro case solo a partire dal XVIII secolo, e il fatto notevole è che passati già due secoli dal loro arrivo, mantennero gli elementi peculiari dell’urbanistica medievale arbëreshe.

Le strutture urbanistiche principali dell’insediamento arbëresh, come si è accennato al terzo paragrafo del primo capitolo, sono il “rione” e la gjitonia[2]. I rioni sono sezioni del centro abitato, determinate dall’attraversamento del tessuto urbano da una o più strade principali[3]. Ogni rione possiede la propria Chiesa, il proprio negozio di alimentari, il proprio forno, e, nel passato, anche la propria cantina.

La gjitonia è, invece, una porzione più piccola del rione, un insieme di case che condivide una sorta di slargo circolare posto al centro delle abitazioni, su cui confluiscono i vicoli stretti che portano ad altre gjitonie. In questo modo l’insediamento albanese ha come caratteristica distintiva la policentricità. Le porte d’ingresso delle case (in lingua tosca shpit o shtupit), costruite tradizionalmente con pietre e calce (o fango per le casupole di campagna), sono tutte rivolte verso lo spiazzo, una sorta di possesso comune. Insieme al sistema parentale e alla gerarchia sociale, fino agli anni ’60 del XX secolo, il vicinato rappresentava un meccanismo di strutturazione dei rapporti d’interazione, soprattutto attraverso il contraccambio (solidarietà sociale)[4].

Il centro del paese è costituito dalla piazza (shesh o rahj), luogo d’incontro delle diverse generazioni e unica area gravitazionale dell’intero abitato. Rispetto ai paesi latini, gli insediamenti albanesi non hanno ubicata sulla piazza la Chiesa parrocchiale, la quale è posta in un diverso rione. Tutte le strade principali e tutti i vicoli conducono alla piazza, tra l’altro posta nel punto più alto del paese. Solitamente sulla piazza troneggia il palazzo del municipio, essendo stato, sino al XVIII secolo, il palazzo dei feudatari marchionali, proprietari del paese, e poi abitazione dei “don”[5], vale a dire dei proprietari terrieri, i quali avevano raggiunto il possesso di quasi gli interi ex feudi, su cui sorsero i casali.

Caratteristica della piazza è la varietà dei negozi e degli esercizi che essa offre, di contro a quanto accade nei paesi latini vicini, dove i negozi sono posti lungo il corso principale. Oltre a ciò nei paesi non albanesi del circondario la piazza non ha la funzione di polo d’aggregazione per la vita sociale, bensì è il corso principale o un settore urbano più ampio, ed esclusivamente pedonale, ad essere luogo d’incontro. Le attività artigianali (dai fabbri ai falegnami, dai negozi da barbiere ai panifici) si trovano tradizionalmente tra i vicoli delle gjitonie, a diretto contatto con quanti transitano per le strade strette.

Ogni paese arbëresh possiede almeno due chiese all’interno dell’abitato. Innanzi tutto la chiesa madre, ubicata su di un piano ampio, e con uno spazioso sagrato, e, tuttavia, prossima alle abitazioni private. E’ da notare che sullo spiazzo su cui si erge la Chiesa madre non si ritrovano negozi ed esercizi, come sulla piazza del municipio. Le altre chiese sorsero per devozione delle persone abbienti del paese, gli stessi proprietari terrieri o qualche loro famigliare, e conservano al loro interno una cappella privata in devozione al santo cui è intitolato l’edificio sacro[6]. Queste chiese sono più piccole della Chiesa madre e situate al centro dei principali rioni, che talvolta prendono il nome dal Santo cui la chiesa è intitolata (a Carfizzi se ne conta una nel rione Sant’Antonio, a Pallagorìo due, nel rione del Carmine e nel rione Santa Filomena, a San Nicola dell’Alto una, nel rione San Domenico, mentre la chiesa intitolata a San Michele si trova sul monte ove sorse il kòrion basiliano). Altre piccole chiese devozionali si trovano, invece, fuori paese, in aperta campagna, anche a distanze notevoli (la Chiesa di Sant’Antonio dista 3 km, ad esempio, da Pallagorìo; mentre quella intitolata a San Cristoforo si trova nella parte alta del paese, a circa 1 Km dal centro). Le chiesette di campagna sono periodicamente meta, durante l’anno, dei pellegrinaggi dei devoti.

In tutti e tre gli insediamenti l’acqua corrente nelle case è arrivata verso il 1955[7], grazie alla costruzione dell’acquedotto silano. L’approvvigionamento domestico dell’acqua fino ad allora aveva costituito un problema, soprattutto per le donne, su cui gravava tale responsabilità. Le madri di famiglia si rifornivano alle poche sorgenti di campagna oppure alla fontana pubblica, situata, ancora oggi, a ridosso della piazza. Oggigiorno, come si è accennato, il “problema acqua” permane, soprattutto durante i mesi estivi, allorché giungono gli emigrati e la popolazione improvvisamente si gonfia. La cisterna dell’acquedotto non è sufficiente per un numero di utenti che si duplica tra Luglio e Agosto.

A partire dagli anni ’70, grazie alle rimesse e alla quota di reddito percepito dagli emigrati altrove (capitolo 4), e speso in paese, si assiste a quello che è stato definito “boom edile”[8]. Tante le abitazioni costruite in quel periodo, che non presentano più le caratteristiche tipiche delle case tradizionali (vedi capitolo 1 paragrafo 3) [9]. Le nuove costruzioni sono situate nelle zone periferiche del paese e costeggiano la via nazionale che lo attraversa, allungando la forma urbana.

Si sono già delineate le caratteristiche principali della tradizionale casa contadina calabro – albanese, tuttavia, parlando delle comunità dell’Alto Crotonese, saranno da mettere in evidenza alcune peculiarità architettoniche. Alcune di queste peculiarità sono i portali in pietra scolpita per le case dei più ricchi, gli angoli degli edifici smussati e ancora i campanili bassi delle chiese, tipici delle zone sismiche.[10] Negli ultimi 15 anni, nonostante la legislazione italiana non facesse nulla per salvaguardare le minoranze linguistiche del Mezzogiorno, le amministrazioni comunali hanno dato ai paesi albanesi cartelli stradali e insegne di vie e corsi scritti sia in italiano che in arbëresh. Passeggiando per i vicoli dei paesi calabro – albanesi capita di trovare vie intitolate a nomi italiani e insieme albanesi: via Garibaldi o via Roma fiancheggiate ad esempio da via Skanderbeg o via Reres. Il segno dell’”albanesità” è poi riconoscibile nella statua di Skanderbeg, fatta giungere solitamente dall’Albania o dalla Morea, che troneggia sulla piazza o nei pressi di un bivio principale (come accade a Pallagorìo).

In quest’ambiente è manifesto pienamente il rispecchiarsi delle strutture e delle funzioni urbane nelle caratteristiche proprie del paesaggio naturale, e solo i nessi con il territorio fanno comprendere la topografia e la localizzazione di tali insediamenti.


Fig. 3: delimitazioni dei territori comunali e abitati.

 2.      LA VITA COMUNITARIA

La struttura interna dell’abitato, inevitabilmente, influenza la vita sociale di quanti abitano lo stesso luogo[11]. Si possono distinguere principalmente tre livelli di socialità, nel rapporto tra uomini e territorio. Il primo, elementare livello è senza dubbio rappresentato dalla famiglia, ma ciò non è certo peculiare delle colonie albanesi di Calabria. Il concetto di famiglia, tuttavia, inteso come nucleo sociale primo, è utile per spiegare la valenza della gjitonia, del vicinato[12]. In questo contesto, infatti, il contatto sociale è molto forte, ed è la stessa struttura abitativa a renderlo tale. La tradizione arbëreshe, del resto, fa dell’ospitalità un fondamento etico, ancor prima che culturale, a maggior ragione se si tratta dei vicini di casa[13]. Vi è una serie di vere e proprie cerimonie che si svolgono in questa microstruttura urbana, una di queste è lo scambio del lievito per il pane tra vicine[14]. A causa della tipologia abitativa, per il fatto che le porte d’ingresso delle case siano rivolte verso lo spiazzo comune, trovandosi una di fronte all’altra, è inevitabile il vivere la vita dei propri vicini e il legame affettivo che ne deriva.

Sino agli anni ’70 nei paesi albanesi del Crotonese l’artigianato tessile[15] ha rappresentato oltre che un elemento tradizionale, anche un motivo d’aggregazione. Era usuale, infatti, che le giovani vicine si trovassero in una casa a lavorare insieme. Negli ultimi vent’anni l’arte del telaio ligneo è scomparsa, ed è venuto a mancare un momento originale di scambio affettivo, come intellettuale, tra coetanee.

Il secondo livello della vita sociale è rappresentato dal paese nel suo complesso, o meglio dalla piazza, punto nodale in cui si convogliano tutti gli avvenimenti di un piccolo centro: dai fatti politici dell’amministrazione comunale alle chiacchiere. Sul piano della politica, le lotte contadine, di cui si è parlato poc’anzi, hanno costituito e costituiscono tuttora per gli uomini anziani un motivo di unione. Lo stesso PCI, organizzatore delle occupazioni dei fondi, rappresentò un elemento d’aggregazione e di fratellanza tra contadini.

La vita sociale paesana è integrata dal calendario religioso, soprattutto in occasione delle feste principali, come il Natale e la Pasqua[16] o anche le feste patronali, quando gli emigrati tornano nei paesi d’origine. La religiosità meridionale è caratterizzata dalla presenza di elementi eterogenei che fanno appello sia al modello ufficiale della religione, sia ai residui di riti precristiani[17]. Elementi magico – superstiziosi ed espressioni pagane, la rendono un fenomeno non facilmente inquadrabile[18]: si pensi all’uso di consumare cibo sulle tombe dei morti, quale segno del legame ancora esistente tra il defunto e i suoi congiunti, tradizione ancora in uso in alcuni comuni del sud. La religiosità s’intreccia alla magia, e l’uso simbolico del cibo ha un intento magico, senza bisogno di una plausibile giustificazione. Alcuni rituali ricorrenti in determinate occasioni dell’anno testimoniano l’unione dei membri della comunità. L’accensione nei diversi rioni, nel periodo natalizio, di piccoli falò (“le focarine”), simboli della veglia, dell’attesa del Cristo, richiama attorno al medesimo fuoco i vicini di casa e i loro parenti. Un altro rituale tipico di tutti gli arbëreshë d’Italia è rappresentato dalle “valle”, vale a dire ridde, balli popolari che, secondo la tradizione, rievocano una vittoria riportata da Skanderbeg contro i turchi invasori. In passato, come raccontano gli anziani, le valle, venivano eseguite nel periodo pasquale o a conclusione dei matrimoni, e si svolgevano lungo i vicoli del paese[19]. Durante queste vere e proprie rappresentazioni, i danzatori eseguivano rapsodie tradizionali, canti di augurio[20] o di disdegno. Ricco di significato è il rituale della “fratellanza” tra giovani, che ricorre il lunedì o il martedì dopo Pasqua, con il quale si stabiliscono nuovi vincoli spirituali e di vera e propria fratellanza. I ragazzi arbëreshë organizzano delle scampagnate fuori paese, e dopo aver consumato in comunione il cibo diventano "fratelli" (vëllezëra). Il significato simbolico, che richiama alla memoria l’ agape[21] cristiana, può considerarsi quale ricordo della venuta degli albanesi in Italia, quando l’affiatamento e la solidarietà non dovevano certo essere estranei. Altri rituali dallo stesso significato ricorrono nel periodo delle feste di San Giovanni e San Pietro (24 e 29 giugno), quando per una coppia di ragazze è solito far benedire in Chiesa una bambola, fatta di erbe profumate e impreziosita da garofani (pupugheji o bambola di San Giovanni, pupa e Shën Xhuvanit) , mentre per gli uomini si creano legami di comparaggio[22] scambiandosi garofani o regalando, nel luogo della mietitura, un fascio di grano appena tagliato (një dhamat). In tutti questi casi il senso di fratellanza va oltre la sfera famigliare per coinvolgere una comunità più ampia.

Il ciclo delle feste religiose o tradizionali, fino a quando l’agricoltura ha rappresentato il maggior settore di addetti, si caratterizzava per la sua aderenza al calendario rurale. Così nella stagione del primo inverno, dopo la vendemmia, la raccolta delle olive, la preparazione del terreno e la semina, il Natale porta una pausa, un nuovo momento di riattualizzazione degli affetti e dei legami.

L’ultimo livello della socialità, che prima di altri aspetti caratterizza le comunità oggetto di questo studio, è dato dalla coscienza di appartenere ad una minoranza linguistica, consapevolezza che si va ad affievolire con il passare degli anni, ma che cementa i rapporti non solo tra concittadini, ma anche tra gli albanesi dei paesi vicini. I paesi albanofoni dell’Alto Crotonese sono isolati e circondati da comunità “latine”, e inevitabilmente la comunanza di lingua e di tradizioni fa sì che i rapporti di amicizia, come anche i legami di parentela siano più che vivi tra queste comunità[23]. Tra Luglio ed Agosto, allorché si celebra la maggior parte dei matrimoni, a Carfizzi, ad esempio, su cinque celebrazioni tre sono tra albanesi dei tre casali[24]. In occasione della festa dei lavoratori, il primo Maggio, le cittadinanze dei tre comuni si ritrovano in zona Montagnella, nel territorio di Carfizzi, a festeggiare la data, ma anche a ricordare la storia delle occupazioni dei fondi signorili. L’incontro diventa una nuova occasione di fratellanza e di riattualizzazione delle antiche tradizioni degli arbëreshë del Crotonese.

Pietro L. Aquino

Fig. 4: Carfizzi, gjitonia.                              (FOTO: Basta).

[1] Cosgrove D., Il paesaggio palladiano, Cierre ed., Verona, 2000

[2] Rossi, Filice, Gjitonia. Origine e sviluppo degli insediamenti in Calabria, Frama Sud, Catanzaro, 1983.

[3] Di solito sono le vie nazionali a separare tra loro i rioni, dando agli insediamenti calabro – albanesi una struttura a scacchiera.

[4] Nel passato la stessa cura dei bambini era svolta quasi allo stesso modo dalle vicine di casa. Cfr. Abate C., op. cit., pag. ………

[5] Il termine “don” nell’Italia meridionale non indicava tanto l’appartenenza ad un gruppo nobiliare, quanto il prestigio del casato, acquisito sul piano economico, politico, e, talvolta, culturale.

[6] Relationes ad limina, Diocesi di Umbriatico (Diocesis Umbriacensis), archivi di Santa Severina – Crotone.

[7] Giudice G., op. cit. A questo proposito scrive il Giudice: “Una delle feste più belle ed esilaranti. Sembrava un mondo nuovo. Non ero presente all’apertura dei numerosi rubinetti sparsi per il paese, ma ne ho sentito raccontare sempre il fascino”.

[8] Crestanello P., Saraceno E., “L’Appennino meridionale: la montagna con mobilità in uscita della forza lavoro. Il caso della Sila Greca in Calabria”, , in Saraceno E. (a cura di), Il problema della montagna, Franco Angeli, Milano, 1993, pp. 290/299.

[9] Sono solitamente palazzine a più piani.
[10] G.P. Bellinello, Minoranze etniche del Sud, Bios ed., Cosenza, 1986

[11] Corna Pellegrini G., Dell’Agnese E., Bianchi E., Popolazione, società, territorio, Unicopli, Milano, 1995, pp. 239/244.

[12] Rossi, Filice, op. cit.

[13] Un proverbio recita: “All’ospite si dà pane, sale e cuore”. La besa, la parola data, e ‘nderi, l’onore, sono altri aspetti dell’eticità arbëreshe.

[14] De Marco A., Elmo I., Lazzarini R., Rituali e misteri arbëreshe, Grafica Pollino, Castrovillari, 1992.

[15] Bellusci A., Il telaio nei testi originali arbëreshë, Brenner, Cosenza, 1970.

[16] Caratteristiche sono le processioni drammatiche del sabato mattina, momenti intensi di devozione popolare.

[17] Cfr. De Marco – Elmo - Lazzarini, Rituali e misteri degli arbëreshë, Grafica Pollino, Castrovillari, 1992

[18] De Martino E., Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1987.

[19]In quest’occasione sia gli uomini che le donne indossavano i costumi tradizionali greco – albanesi. Il sontuoso abito femminile veniva confezionato con raso, sete ricamate d’oro o laminate, galloni e nastri di fili d’oro. Rimangono pochi esemplari originali di questi abiti per l’uso delle donne anziane di farsi seppellire con l’abito di gala o matrimonio (coha). Cfr. De Marco A., Elmo I., Lazzarini R., op. cit.

[20] Un canto augurale, di Francesco Antonio Santori, poeta arbëresh del cosentino, recitava: “Nei granai ti abbondi il grano/come la sabbia del mare./Abbi grasso ed olio a fiumi:/bozzoli possa tu avere sempre molti./In cantina abbondi il vino,/in inverno ed in primavera;/frutti ed uva nel soffitto/e formaggio in casseruole.” Il richiamo al mare ricorda la provenienza degli abitanti dei tre casali; oltre a ciò è evidente l’intrecciarsi della festa con quelle che sono le attività contadine, scandite da un preciso calendario rurale. Santori F.A., Emira (dramma), (edizione del testo albanese con traduzione e note a cura del prof. Solano), Cerzeto, 1984, atto V, scena VII. Per l’opera del Santori cfr. Vittorioso D., “Il teatro del Santori: L’Emira” in AA.VV., Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Istituto di Albanistica, Herder, Roma/Rende (CS), 1997, pp. 95/101.

[21] Il pasto comunitario dei primi cristiani, in memoria dell’ultima cena con Gesù. Costituirebbe la forma primitiva dell’eucarestia.

[22] In questo caso, come per i rapporti parentali (cap. 5 paragrafo 4), i rapporti vengono interiorizzati, acquistando carattere normativo.

[23] Dorsa V., Sugli albanesi. Ricerche e pensieri, Brenner, Cosenza, 1993.

[24] Resta P., op. cit. Dai registri matrimoniali (cfr. Libri coniugatorum, parrocchia di San Nicola dell’Alto) è possibile rilevare che nel corso dei secoli è continuata ad affluire popolazione alloglotta nelle comunità albanofone, e tuttavia la forza della tradizione arbëreshe ha assimilato i nuclei italòfoni i quali si sono innestati sull'antico ceppo albanòfono.

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