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Gli Arbėreshė del Crotonese

La vita quotidiana nelle Comunitą ltalo-Albanesi: Rito, Storia, Credenze e Tradizioni

Jeta e pėrditshme nė Katundet Arbėreshė: Riti , Histori, Besime dhe Zakone

L’Arbėria medio-calabra tra mito e storia

 

Arbėria non č solo una denominazione geografica, un nome che designa semplicemente un luogo, una regione; identifica la cultura e la civiltą arbėreshe, disseminate nei Balcani e pił che vive in Italia, dopo oltre cinque secoli di radicamento delle comunitą italo-albanesi. Allo stesso tempo l’Arbėria appartiene alla sfera dei sentimenti, al senso di affetto di ogni suo figlio, legato alla propria cultura e al proprio territorio.

L’appartenenza alla storia delle proprie comunitą č caso emblematico per gli arbėreshė della provincia di Crotone, stanziati storicamente nei Comuni di Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell’Alto, che si vogliono ripopolati dai coloni albanesi sul finire del XV secolo, al seguito del generale Demetrio Reres. Ancora oggi la quasi totalitą della popolazione si esprime nell’antica lingua albanese, la lingua arberisca tanto amata da Giuseppe Gangale, segno della continuitą di una tradizione e del legame tra le opposte sponde dello Ionio e dell’Adriatico. Emblematico, si diceva, č il caso di questi paesi che, isolati geograficamente dalle numerose comunitą arbėreshe della provincia di Cosenza, e privi del rito greco-bizantino, abbandonato a partire dal XVII secolo, sono riusciti a mantenere la propria lingua e la propria cultura, tramandate oralmente di generazione in generazione. Un patrimonio culturale fatto di tradizioni, leggende, canti popolari (i vajtim funebri e le rapsodie augurali), ricco di segni e simboli che rinviano a significati pił profondi, riguardanti i momenti fondamentali della vita (la nascita come la morte, l’amore per un essere umano come per la propria terra, intrecciato al tema della partenza); significati che cementano i legami tra compaesani e arbėreshė (e il motto gjaku jonė i shprishur rivela tutta la profonditą dell’avere radici comuni) che discendono da una cultura non considerata ufficiale, bensģ periferica, di minoranza, e tuttavia grande, e madhe, nelle proprie espressioni.

Sono i riferimenti culturali, nonché religiosi, sacri e profani, che costituiscono i segni di un’identitą complessa, quale č quella arbėreshe, lontana da elaborazioni nazionalistiche o etniche e ancorata al segno concreto della propria realtą. La gjitonia, il vicinato, con la sua valenza affettiva di "nucleo primo", struttura i rapporti di comunitą, influenzando le relazioni sociali tra vicini al suo interno. Lo scambio del lievito per il pane č rito, manifestazione del contatto sociale che, ancora oggi, č molto forte all’interno della gjitonia, emblema di una tradizione che fa dell’ospitalitą un insegnamento etico (per cui all’ospite si dą sale, pane e cuore, krip, buk dhe zėmėr). Il calendario rurale, integrato da quello religioso, scandisce la vita quotidiana delle piccole realtą arbėreshe. Capita ancora oggi di scorgere all’uscita dei paesi qualche contadino andare verso la campagna (jashtė, fuori) in groppa ad un mulo, di osservare le donne vociare alla fonte pubblica o sui ballatoi delle case, intente alla realizzazione di pizzi e ricami.

I paesi albanesi del Crotonese, a partire dagli anni ’50, hanno conosciuto, come la maggior parte delle aree del Sud, il fenomeno migratorio di massa, che ha allontanato soprattutto le nuove generazioni dai paesi d’origine. Sono le festivitą religiose (la festa di San Michele a San Nicola, celebrata la prima domenica di Maggio, quella dedicata alla Madonna del Carmine a Pallagorio, la seconda domenica dello stesso mese, ed infine le feste di Sant’Antonio, il 13 giugno, e di Santa Veneranda, sul finire di Luglio, a Carfizzi) a favorire il rientro di quanti hanno lasciato questi paesi.

Nelle settimane che precedono il Natale era tradizione accendere dei piccoli falņ, le "focarine", nei diversi rioni, quale segno dell’attesa, della venuta del Signore, mentre un falņ molto pił grande, la fokunera, č acceso sul sagrato della Chiesa madre nella notte del S. Natale. Con il rito della fratellanza, la vėllamia, i giovani arbėreshė esprimono la reciproca solidarietą, creando un vincolo di amicizia indelebile: il lunedģ o il martedģ dopo Pasqua (a Pallagorio in occasione della celebrazione di S. Antonio) č usuale che si pranzi al sacco in campagna, condividendo il "pasto comune" che porta alla memoria le agapi cristiane. La forma del "contraccambio" regola i riti di comparaggio, i quali si svolgevano, fino a pochi decenni fa, alle date del 24 (S. Giovanni Battista, patrono di Pallagorio) e del 29 giugno (SS. Pietro e Paolo): gli uomini diventano compari scambiandosi un garofano rosso nel luogo della mietitura, mentre le ragazze stringono un vincolo spirituale carico della solidarietą tipica degli arbėreshė, facendo benedire una comune bambola fatta di erbe profumate e impreziosita da fiori, detta pupugheji.

Il calendario rurale regala nuovi momenti di condivisione: in occasione dell’uccisione del maiale, durante i mesi invernali, gli arbėreshė sono soliti banchettare in compagnia di quanti hanno preso parte a questo antico rito. Le vicine di case, invece, si aiutano vicendevolmente nei mesi estivi per la preparazione della conserva di pomodoro, che dovrą bastare durante i mesi invernali. Un momento che vede partecipi contemporaneamente tutti gli arbėreshė del Crotonese, e che richiama molti abitanti anche dai limitrofi paesi "latini", č la celebrazione del primo maggio in localitą Montagnella (Carfizzi). In quest’occasione il ricordo delle occupazioni dei fondi signorili, negli anni ’40 del XX secolo, e la riflessione sulla storia sociale delle popolazioni dell’Alto Marchesato diventano occasione di festa, e soprattutto di festa che rispetta e riscopre la tradizione (in questi ultimi anni, infatti, canti e valle albanesi sono tramandati e conservati dal gruppo musicale Vatra di San Nicola).

Il segno dell’"albanesitą" lo si ritrova, poi, nella gastronomia tradizionale, che offre cibi semplici (dalle paste fatte a mano ai prodotti caseari), ma anche elaborati: ghaghanat, krustulit, kinullilet e turdilet a Natale, buka e bardhė e kucupet a Pasqua, bukunotet e mastacollet per i matrimoni. Nella notte di Natale č usuale lasciare la tavola imbandita, affinché le anime dei morti, che tornano a visitare i propri cari, siano ristorate. A Novembre, invece, si prepara del cibo, di solito pasta in brodo di pollo, che viene poi distribuito tra le case di parenti e vicini in ricordo dei congiunti scomparsi (pėr shpirtin e pėrgatorvet).

Carmine Abate, originario di Carfizzi, nel suo primo romanzo "Il ballo tondo" (esplicito il riferimento alla valla) parla della credenza popolare nelle fate, portatrici di buona o mala sorte, a seconda delle occasioni e dei rimedi posti dagli umani per arginare le loro malefatte. Vi era la credenza che le fate andassero a visitare i neonati, e cosģ i genitori dovevano provvedere a ricoprire i piedistalli del letto con degli stracci, cosicché le fate "dai piedi di mulo non si facessero male"; inoltre, per garantire al neonato fatin i mirė, la buona sorte, gli stessi genitori avrebbero dovuto provvedere a sfamarle, lasciando loro del cibo in un angolo della stanza.

Le celebrazioni liturgiche in tutti e tre i centri albanofoni del Crotonese, come si diceva, non sono pił celebrate secondo il rito greco-bizantino, abbandonato per imposizione del Vescovo latino di Umbriatico. Il parroco di San Nicola dell’Alto, don Giovanni Giudice, pur nel rispetto del rito latino-romano, ha ora introdotto la lingua albanese nelle celebrazioni sacre, quale segno ulteriore della comunione degli arbėreshė in Cristo. La lingua arbėreshe trova cosģ il suo primo impiego "ufficiale", al di lą di leggi di tutela, nazionali o regionali, che con impazienza le minoranze alloglotte pur attendevano. La devozione degli italo-albanesi di Pallagorio per la Vergine del Carmelo e insieme l’attaccamento alle proprie radici culturali si ritrovano incisi sulle due campane della Chiesa del Carmine, il cui campanile fu costruito da Francesco Lorecchio, sindaco e possidente in Pallagorio, nel 1907. L’incisione sulla campana maggiore porta una preghiera in lingua italiana alla Vergine, mentre sulla campana minore sono scolpite le seguenti parole: Kumbor'e sheit kčndņ pčr ghith jetčn lavdat'e shčn mčrisč e lark nka ajņ an'e detit me ghuhen'e tonč tč bucurč falna Arbčrinč thuaji se puherizve i ka h'č t'č duan si drita e sivet (non fu usato l’alfabeto albanese moderno; mia traduzione: campana santa risuona per tutto il mondo le lodi della Vergine Maria, e lontano, sull’altra sponda del mare, attraverso la nostra lingua bella, saluta l’Albania; dille che per i pallagoresi č doveroso amarla come luce dei (propri) occhi); parole che sottolineano il legame fraterno con gli albanesi che si trovano al di lą del mare "nostro" (joni).

Pietro Luigi Aquino

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