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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

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La caduta dell’Eroe

Dialogo immaginario tra un sandemetrese ed il valoroso eroe albanese Skanderbek, dopo la sua caduta dal trono.

Dopo una piacevole serata passata a discutere al Pub con il mio amico Cosmo, mi accingevo a tornare a casa. Giunto nei pressi del Bar Serra, i miei occhi raggiunsero spazi mai colti. Si vedeva, li a destra, uno scenario nuovo, non capivo cosa, abituato, com’ero, all’indissolubilità degli spazi della nostra comunità. Chiusi e riaprii gli occhi improvvisamente e quello scenario nuovo mi fulminò. Il busto di Skanderbek, valoroso eroe albanese nella lotta contro i turchi, era li, adagiato in terra, giù dal suo trono di cemento. Mi avvicinai atterrito, con il timore di chi si avvicina ad una celebrità, seppur decaduta nel nostro natio borgo. D’improvviso, il busto, corroso dal tempo, dall’incuria degli uomini e dalla vigliaccheria del nostro presente, si illuminò, novello Frankenstein e si presentò fiero ai miei occhi, increduli, atterriti. “Giovanotto”, mi disse, nella lingua dei nostri avi, “..Vieni avanti, non temere. Un tempo lontano gli abitanti di questa comunità avevano grande rispetto per me, per la mia storia. Era vivo il ricordo del mio cavallo bianco, li, lontano, nella riva del mare, da solo a tener lontano il turco invasore. Oggi, invece, tutto è cambiato: ho sentito di leggi in tutela della nostra storia, delle tradizioni, della lingua. Ma le nostre comunità stanno cambiando nel loro intimo..” Disse, alzando improvvisamente la voce; “..Molti dei giovani che abitano qui, non sanno nemmeno chi sono. Che tristezza, mi sento tanto un nobile decaduto. Poi, questo insano gesto: scaraventarmi in terra, mi ha offeso profondamente”. Mentre parlava, una lacrima attraversò il suo volto fiero, fin giù all’armatura e finì in terra. Non sapevo, ascoltando le sue parole, in che modo rivolgermi all’eroe. Poi, d’improvviso, decisi di chiamarlo Comandante. Detto epiteto lo inorgoglì molto e subito si ricompose dallo stato mesto in cui lo avevo trovato.

Comandante, perché ti hanno buttato in terra? “Vedi, figliolo, non li biasimo più di tanto. In verità e da un bel pezzo che non ho più le onorificenze dell’eroe. Se non ci pensavano quei ragazzi, sarei caduto da solo. Se vedi qui, sul mio trono di cemento, te ne rendi conto. Non sanno più chi sono. La lettera “G”, con la quale comincia il mio nome è caduta nel 1970, nel 71 la “O”, poi la “R” e così via. Oggi non si capisce più chi dimora su questo trono freddo. Di chi sia l’effige cornuta che aleggia in questo scorcio di piazza, che non porta nemmeno il mio nome”. Notavo nelle sue parole una velata polemica, non capivo a chi si riferisse. Allora, incuriosito, glielo chiesi espressamente. Comandante, ma allora non porti rancore a chi ti ha buttato giù dal trono! “No di certo, o meglio, vorrei spiegare loro, se solo ne avessi la possibilità, che è stato un gesto infausto il loro, poco intelligente. In fondo è questo uno dei compiti di un leader, quale fui in passato. Probabilmente in questa comunità si sente la mancanza di un leader vero, di un uomo capace di collegare idealmente la “cosa pubblica” alla gente, radicandola su di un progetto condiviso dalla gente, di un uomo che si occupi della gente, dei suoi problemi, dei suoi bisogni e che, soprattutto, sia leader senza dimostrarlo, accettando i consigli ed i suggerimenti dei suoi collaboratori. Il mio, credimi, è il “sentire” di un leader, seppur corroso dal tempo, un leader le cui truppe scaltre hanno sconfitto gli eserciti e fatto trionfare l’idea del popolo in nome del popolo”.

Sentivo nelle sue parole un sentimento vero, che mi inorgogliva, mi riempiva il cuore. Ma tu, comandante, la conosci la gente di questa comunità? “Certo”, mi rispose, “Tante generazioni di donne e di uomini si sono alternate da quando il mio busto aleggia su questa piazza. Tanti validi giovani sono stati emarginati a vantaggio di un gruppo sparuto di lacchè. Questa comunità non ha un progetto funzionale di sviluppo. Cosa c’è di socialista in un gruppo di potere attratto dal clientelismo, che non ha mai pensato al soddisfacimento prioritario dei bisogni dei concittadini, ma solamente agli sfizi del suo accolito. Cosa sono, secondo te, i campi da tennis in terra battuta costruiti negli anni 70 per  un paese che allora non aveva la luce e l’acqua in molte zone rurali quali Calliano?”. Che grinta, ragazzi, altro che eroe d’altri tempi, il prode Castriota mi pareva la coscienza critica della nostra comunità. L’occhio indiscreto che osserva quanto accade. Il contatore che conta gli scatti e poi ti manda la bolletta a casa. “Giovanotto”, mi disse all’improvviso, “Hai forse sonno”. Beh un po’, gli risposi. “Va, va pure e non pensare a quanto accaduto, quei giovani posso anche perdonarli, vedrai, saranno gli stessi che, acquisita una coscienza critica, butteranno giù dal suo trono dorato chi li malgoverna, e questo non vale solo per la nostra comunità”.

Queste furono le sue ultime parole. Dopodiché il busto assunse nuovamente la sua forma originaria. La luce si spense. Mi avvicinai e toccai con la mia mano l’elmo semi distrutto dell’eroe. Poi andai a letto. L’indomani il fedele Giuseppino si occupò del misfatto, ed il busto dell’eroe venne rimosso da terra. Mi tornò alla mente l’interrogazione inviata al Sindaco qualche tempo fa, che chiedeva il soccorso immediato in favore dell’eroe nazionale albanese. L’articolo del mio amico Mazziotti. In silenzio, pensando alle ultime parole del Comandante, mi recai al lavoro.

Adriano D’Amico

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