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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
 

LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI NELLA COMUNITÀ ITALO-ALBANESE DI SAN DEMETRIO CORONE

            A San Demetrio Corone, come in tutti i paesi arbereshe della Calabria, la Commemorazione dei Defunti è uno degli avvenimenti che più caratterizza la comunità, per le peculiarità che assume e per la grande partecipazione di popolo alle celebrazioni sacre ed ai rituali profani.

La Commemorazione è definita nel rito greco-bizantino, una “festa mobile”, che varia, cioè, con il variare della Pasqua. Inizia una settimana prima del Carnevale e si protrae per tutta la settimana, fino allo “Psicoseveton”, ossia al Sabato delle anime del Purgatorio, dedicato all’ufficio della “Panaghia” per i defunti ed alla visita dei Sepolcri.

Un'intera settimana, quindi, la cosiddetta "Java Prigatorvet", nella quale si ricordano i morti. Preghiere ed antichi rituali, intrisi di profondo timore cristiano, in memoria dei morti, di quelle anime che si trovano nel Purgatorio: alla loro memoria si preparano tante piccole cose, per alleviarne i dolori, per accelerare il loro ingresso nel Paradiso.

            In tutte le case brilla giorno e notte una fiammella preparata con il cotone inzuppato di olio e riposto in un bicchiere. Si pensa infatti che in questo periodo le anime dei defunti vadano vagando ed abbiano bisogno di luce perché il loro cammino venga schiarito.

            Nell’arco dell’intera settimana i rintocchi mesti della campana chiamano i fedeli a raccolta nella Chiesa madre: quivi si prega per le persone che non ci sono più. La Chiesa è gremita in ogni suo posto; si rivedono in giro sbucare da ogni angolo del paese persone che tutto l'anno se ne stanno in casa: vestite di nero, con gli occhi pieni di malinconia e con la mente riversa chissà dove.

            Non molto tempo fa, quando la povertà caratterizzava la piccola comunità di San Demetrio Corone, i poveri bussavano nelle case dei più ricchi, chiedendo l'elemosina:"pir shpirt e prigatorvet", per l'anima dei cari defunti, imprecavano.

Nelle case padronali si preparava una grossa pendola ove veniva bollito il grano. A tarda sera poi, un via vai di gente veniva a chiedere un po’ di grano bollito. Con gioia la padrona di casa dava a tutti il grano ricevendo il solito ringraziamento:"Nlezot gjith vedekurvet", possano riposare in pace tutti i morti.

            L’ultimo giorno della settimana è dedicato alla visita dei sepolcri, per un misto di sacro e profano che attanaglia la comunità.

            Il pellegrinaggio inizia al mattino e si protrae per l'intera giornata, nel Cimitero oltre ai fiori ed alle fiammelle, compaiono le bottiglie di vino, il pane, la soppressata, le sigarette, le caramelle e tant' altro ancora. I parenti dell'estinto intendono in questo modo ricordarlo.

Così è facile trovare sul sepolcro il vino ed è facile incontrare un gruppo di amici che bevono alla memoria di chi non c'è più, che fumano una sigaretta ai piedi della sua tomba lasciandone metà per lui, per l’invisibile, una madre con gli occhi pieni di lacrime che ti offre da bere, in questo eterno rapporto con l’aldilà, che non vuole cessare, forzato o naturale ma tipico delle nostre comunità.

            Alla sera ci si ritrova nelle casupole di campagna, “le turre”. Qui un bel fuoco acceso, le olive secche, le sarde salate, il formaggio, il pane, il salame, il lardo, la cipolla fresca ed il vino rosso. Una cena povera, ricca di simbolismo e piena di ricordi, di riferimenti a chi non c’è più ma è presente, a chi è invisibile ma si vede. Il ricordo è nitido, chiaro.

Per loro il bicchiere di vino rosso ed il piatto in tavola, alla pari degli altri commensali. Per loro il brindisi “Nlezoth”.

Terminata la cena si ritorna al Cimitero, illuminato dai lumini lasciati durante il giorno, per la visita al sepolcro, per rendere l’ultimo saluto.

Le bizzarrie della festa mobile quest’anno fanno coincidere il giorno della Commemorazione dei Defunti con la festa di San Valentino.

Secondo un breve sondaggio fatto in paese, più dell’ottanta per cento degli intervistati preferirà la cena degli invisibili alla modernità della festa di San Valentino, a testimoniare che nonostante molte tradizioni si siano perse, quella legata alla settimana dei defunti permane. Misteri della diversità degli arbereshe, nelle loro case riecheggia ancora l’antico messaggio: “Il sabato dei morti che venga sempre, il sabato di “Sciaglia” non venga mai”, ad indicare il giorno in cui i morti escono dai sepolcri e vagano per le case, per le strade, alla ricerca dei loro cari.

Per questo motivo, per coltivare questa illusione, in tutte le case del paese la sera di sabato si lascia la tavola imbandita e si spera; si coltivano le chimere, si rivangano i ricordi. Lontano dai loro pensieri il sabato di Sciaglia, cioè il sabato successivo, quello del ritorno alla normalità quotidiana, quella normalità che cancella l’illusione ma non la speranza.

Adriano D’Amico

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