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EL PETISO OREJUDO”, LA VERA STORIA DI GAETANO SANTO GODINO

Sarà vero o no che Gaetano Santo Godino nacque in Argentina da due sandemetresi, Fiore e Lucia Rufia? A leggere quello che scrive Gian Antonio Stella, tra le penne più celebri del Corriere, in un libro eccezionale intitolato “L’orda. Quando gli Albanesi eravamo noi ”, parrebbe di si.

Prendiamo per vere, oggi, le considerazioni di Stella e narriamo la storia di questo sandemetrese, tristemente famoso in tutta l’America Latina.

Gaetano Santo Godino, che gli argentini ricordano ancora con il nome di Cayetano Santos, era l’ultimo di nove figli, ed era nato in Argentina da due nostri concittadini, Fiore Godino e Lucia Rufia. Questi, come successe a moltissimi sandemetresi, partirono nel 1888 alla volta “della Merica” in cerca di fortuna.

Cayetano Santos nacque a Buenos Aires nel 1896, sfortuna volle che le dimensioni del suo cranio erano quelle che il Lombroso, qualche anno dopo, individuerà come le tipiche del delinquente nato. Il poverino non aveva solo queste sfortune, una gravissima forma di epilessia distruggeva la sua mente e nel suo cranio si contavano ben ventisette profonde cicatrici, un ricordo del padre, che quando alzava il gomito, abitudine che si era portato dalla Calabria, era violentissimo: “Mi picchiava sempre”, dirà Cayetano, allorché famoso, fu intervistato dai più noti giornalisti del tempo.

Il contesto in cui venne su il nostro amico, lo descrisse molto bene Eugenio Scarzanella nel libro “Italiani malagente”, ove si parla di una Buenos Aires preoccupatissima per la crescente criminalità giovanile, che vedeva in prima linea gli italiani, che facevano soprattutto gli strilloni (i venditori di giornali ndr). Dice sempre lo Scarzanella, che per i medesimi, noti in Argentina con il nomignolo di canillitas: “…la vendita di giornali era solo una forma di vagabondaggio che gli consentiva di girare in lungo ed in largo la città, dormire in strada e lavorare tre quattro ore al giorno, per la polizia erano vagabondi senza fissa dimora…”.

Tra questi si nascondevano i delincuentes, che utilizzavano la vendita di giornali per mascherare attività illecite cui erano dediti: prostituzione e furti principalmente.

Un altro noto scrittore italiano del tempo, tale Lancelotti, calcolò che nel 1912 in Argentina vi erano circa 10.000 bambini che “..vivono nell’ozio, senza morale, senza religione, senza pudore. Che succhiarono probabilmente poco latte e molte lacrime. Che si alimentarono con poco pane e molti vizi...”. Buenos Aires in quel tempo contava circa 900.000 persone. Un ragazzino su dieci viveva per strada. A loro, a questi ninos de rua, venivano attribuiti un terzo dei delitti commessi.

Da questo contesto esce el petiso orejudo. E’ il mostro giusto che arriva nel momento giusto; pronto per essere immolato sull’altare dell’intolleranza xenofoba di cui si nutriva la borghesia argentina del tempo.

Esso incarnava alla perfezione i timori suscitati nell’opinione pubblica “…dalla legione vagabonda ed immorale dei ragazzi di strada…”, e poi, era italiano.

Oggi in alcuni dizionari argentina il termine godino è sinonimo di “abusador de minores, depravador, pervertidor”.

A leggere la sua confessione, uccise la prima bambina nel 1906: lui aveva dieci anni, la rapì, la portò in un terreno abbandonato e la seppellì viva. Nessuna prova a suo carico. Dagli archivi della polizia, però, qualche anno dopo, emerse la denuncia della scomparsa di una piccola di tre anni, tale Maria Rocca, anch’essa italiana. Prove o non prove, el petiso orejudo era italiano, era vagabondo, aveva delle dimensioni corporee strane, tanto bastava per soddisfare la violenza xenofoba argentina. Quante similitudini con alcuni fatti di cronaca giudiziaria dei nostri giorni, seppure più lievi.

Suo padre, il buon Fiore Godino, veniva descritto dai giornali argentini come “…un ubriacone dall’alito puzzolente di aglio, rude e violento nei confronti della moglie e dei figli…”, a Buenos Aires faceva il lampionaio, ed era rimasto senza lavoro quando la luce elettrica spazzò via quelle mitiche figure che alla sera accendevano i lampioni per strada; egli, in un rapporto reso alla polizia nel 1904, dichiarò di essere molto preoccupato di come veniva su il suo figliolo “E’ un malvado, un mascalzone” e raccontò ai militi di aver trovato sotto il suo letto un passerotto seviziato. Pensa te!

Ma l’ascesa criminologa del petiso orejudo arriva quando Gaetano, che ha quindici anni ed è alto un metro e quarantacinque centimetri, uccide uno dopo l’altro tre bambini. Strangola Arturo Laurora di quattro anni, da fuoco a Reina Bonita, di cinque anni, sua vicina di casa, ammazza a colpi di pietra Gerardo Giordano, al quale conficca pure un chiodo nel cranio: “…per vedere che effetto fa..”, dirà intervistato qualche tempo dopo.

E’ un assassino nato, al pari di uno dei più famosi personaggi di Oliver Stone, o un ammalato bisognoso di cure?. Agli argentini non importa molto: è l’uomo giusto, al momento giusto, come si diceva e la sua italianità sarà il capo d’accusa più forte.

Quando lo arrestarono, divenne l’oggetto di studio dei medici più famosi dell’America Latina. Si divertirono a fotografarlo nudo, non preoccupandosi mai della sua gravissima forma di epilessia, che lo faceva eccitare innanzi la morte, ma piuttosto delle dimensione del suo pene. Epilessia, certo, una forma gravissima, la stessa malattia sofferta da Cesare, Dostoevskij, Flaubert e chissà quant’altri, che per il Lombroso, seguito per lungo tempo dai più illuminati legislatori italiani, era strettamente legata al crimine.

Se in questo calderone ci mettiamo la situazione di Buenos Aires di quel tempo, l’arrivo in Argentina di circa 300.000 immigrati, i tratti fisici del petiso, la diagnosi giudiziaria che lo descriveva come “…un imbecille totalmente degenerato, ossessionato da un eccesso di masturbazione associata al sangue ed al dolore…”; e se a questo contesto, già di per se sufficiente, ci aggiungete le teorie postume del Lombroso sui meridionali (Dell’igiene delle Calabrie) o di alcuni suoi discepoli quali il Niceforo (Sull’inferiorità degli italiani meridionali), il gioco è fatto.

Il mito negativo del petiso si trascina da quel dì a nuocere sui sogni e sulle possibilità di sviluppo di chissà quanti immigrati italiani nell’America Latina.

Anche in questo caso mi viene da pensare: quante similitudini con i moderni percorsi intentati dalle frange xenofobe a danno di donne e di uomini che varcano la soglia del nostro paese. Quanti danni subiranno per l’inettitudine di tali novelli inquisitori.

Al tempo del petiso, la stampa argentina scatenò sui giornali una campagna furibonda contro tutti gli italiani. Un professore universitario del tempo, tale Gacitua, divulgatore delle idee lombrosiane in Argentina, riferendosi agli italiani parlò della loro “..alta criminalità di sangue..”.

El petiso, secondo i giornali del tempo, doveva essere ucciso e basta, non andava processato: “La bestia non può essere giudicata dalla legge. I rettili si pestano”. Questo il giudizio più diffuso.

I Giudici, tuttavia, lo assolsero, riconoscendolo incapace di intendere e di volere. La stampa e tutta l’opinione pubblica si scagliarono violentemente contro la magistratura. Grazie al petiso orejudo, la criminologia lombrosiana divenne in Argentina l’arma efficace per intimidire tutte le varianti di fauna della miseria e per dare alla xenofobia aspetto di scienza.

El petiso pagò la sua malattia nel modo più atroce. Non fu mai rilasciato, come frettolosamente scritto dal noto quotidiano argentino La Razon. Dopo la sentenza di assoluzione, finì in un manicomio criminale. Quivi ci rimase ben poco. Il prezzo che doveva pagare ad una opinione pubblica che se ne fotteva della sua malattia era troppo alto. Allora fu trasferito, e non si capisce come, in un carcere di massima sicurezza, il penitenziario di Ushuaia, nel fondo del fondo della Terra del Fuoco.

Di questo posto sono state scritte cose incredibili, raccapriccianti, da far torcere il naso a Billy Hayas, il protagonista del film Fuga di Mezzanotte di Alan Parker: “…un inferno, dove si rompono ossa e si torcono testicoli..”, denunciava nel 1932 il medico argentino Guillermo Kelly.

La sua morte fu provocata da un ulteriore acuto della sua malattia, che nessuno curò e tutti utilizzarono a fini xenofobi per arginare il fenomeno dell’immigrazione italiana nelle americhe: nel novembre del 44 prese un gatto che era stato adottato dai detenuti del carcere e con un colpo secco gli spaccò la spina dorsale.

I detenuti, che secondo le cronache carcerarie del tempo, utilizzavano il micio per ben altri miserabili fini, presero el petiso e lo fecero a pezzi a furia di calci e pugni. Si racconta che gli venne financo staccata una gamba e che lo si lasciò agonizzante nel cortile del carcere, al cospetto delle guardie che finsero di non aver visto nulla, fino alla morte.

Il suo ultimo periodo di vita sarà stato certamente drammatico. Spentisi i flash dei fotografi, sparita la sua buffa faccia dalle cronache giudiziarie, il clamore che suscitarono i libri sulla sua storia, passò gli ultimi ventuno anni della sua vita senza ricevere mai una visita. Neppure i suoi genitori, che per la vergogna ritornarono a San Demetrio, gli scrissero mai una lettera negli ultimi undici anni della sua miserabile vita.

Addirittura il suo corpo fu oggetto di studio pur dopo la morte. Perfino le sue orecchie, che tanto lo avevano caratterizzato fino a distruggerlo e che, probabilmente, erano l’unica cosa davvero sua in un corpo invaso dalla malattia e mai curato, furono oggetto di un intervento di chirurgia plastica post mortem, frutto della vanità di un chirurgo estetico del tempo, che volle saggiare la propria perizia sul più celebre detenuto d’Argentina.

Chissà se qualcuno avrà mai riposto un fiore sul suo sepolcro o se, pur dopo la morte, l’odio razziale, che non consentì mai di inquadrare Gaetano Santo Godino come un malato bisognoso di cure, ma come un matto sanguinario, lo avrà impedito.

Adriano D’Amico

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