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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

SERRA D’AIELLO E DINTORNI DOPO LA LEGGE BASAGLIA

Storia di una giornata a Serra d’Aiello, in un ghetto chiamato Istituto Papa Giovanni XXIII, dove da moltissimi anni vivono segregati diversi sandemetresi.

Il sequestro, nei giorni scorsi, della casa di riposo di Belmonte Calabro, ed i numerosi articoli sul ghetto di Serra d’Aiello, ripropongono il dramma in cui versano queste particolari strutture site nella nostra provincia.

E’ vero, la struttura di Belmonte era abusiva, nel senso che non era autorizzata da alcuno; né figurava nell’elenco di strutture di tipo residenziale della provincia di Cosenza;  però al suo interno vi erano persone, alcune delle quali con gravi deficit mentali, in totale stato d’abbandono. Qualcuno si è preoccupato di loro?

In provincia di Cosenza sono ben 27 le strutture di tipo residenziale autorizzate: complessivamente 969 posti letto disponibili sparsi nell’intero territorio. Per quattro di queste, la gestione è pubblica; altre tre hanno una cogestione; ben venti sono gestite da privati cittadini.

E’ inutile nasconderlo, molte delle persone quivi segregate sono state nei manicomi sino all’avvento della Legge Basaglia; altre non ci sono mai state in un manicomio, ma la percentuale degli ammalati di mente rinchiusi in questi centri è altissima.

Storicamente, la sinistra italiana, specie quella parlamentare, tutte le volte che si è affrontato un argomento (problema) collegato al lavoro, ha sempre omesso di parlare dell’argomento (del problema) per parlare dei lavoratori danneggiati dall’argomento.

Anche questa volta, purtroppo, è così. Cosa succede nelle numerose case di riposo sparse nell’intera provincia nessuno lo sa; non ne sappiamo nulla. Ogni tanto nei nostri paesi arriva la salma di qualche poveretto di cui ormai non si sapeva nulla; l’unico ricordo, quindi, un funerale in tutta fretta e tutto ritorna come prima.

Quello che accade all’Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello, invece, lo sappiamo bene, eccome se lo sappiamo; ogni giorno la stampa locale riporta l’intervento di tizio o di caio a sostegno dei lavoratori dell’IPG. Questi, sulla carta sono circa 700: tre, quasi quattro per ogni malato; guai, però, a parlare di problema di ordine e pubblico, è così, e basta.

In passato, quando era in vita quel galantuomo di Don Giulio Sesti Osseo, ed i suoi rapporti con la DC di Gava erano intensi, i dipendenti erano addirittura 1.800, ma nessuno gridava allo scandalo, anzi, ne giovavano (e ne giovano) i marpioni della politica nostrana, quella con la p minuscola; la p di piscio, come quello che si respira in questi ambiti. Ambiti da sempre puzzolenti: già nel lontano 1978 Psichiatria Democratica denuncio su Il Manifesto le dimissioni forzate di degenti al manicomio di Nocera Inferiore ed il loro trasferimento all’IPG di Serra d’Aiello. Allora si parlava di una certa convenzione tra gli istituti caldeggiata fortemente dall’On. Pirillo, che ora, come allora, aveva molti ammiratori tra le mura del Papa Giovanni.

Ma chi sono gli ammalati di Serra d’Aiello? Io ci sono stato al Papa Giovanni. Ci sono stato a trovare alcuni miei concittadini, rinchiusi in quello che, Monsignor Agostino, ex Arcivescovo di Cosenza, ha definito “una bestemmia sociale”. Da diversi anni al Papa Giovanni ci vive Saverio, ci viveva Giovanni, morto da qualche mese, suo fratello Vittorio e Tuturo, l’ultimo dei sandemetresi arrivati. Moltissimi miei concittadini che abitavano li sono morti da anni; di altri se ne parla ancora, tra storia e leggenda.

Quando entri li, alcuni ti vengono incontro; è difficile incrociare il loro sguardo, si prova un senso di incredulità, di sofferenza, di impotenza; altri li vedi nel terrazzo della struttura: camminano con la testa bassa, i loro percorsi sono sempre gli stessi, ognuno il suo; altri se ne stanno nelle loro piccole stanze; in ognuna ci sono quattro persone, un armadietto ciascuno ed un comodino. Qui, in una di queste stanze, ho trovato Tuturo, con le mani incrociate dietro la nuca, se ne stava disteso sul letto; i suoi compagni di stanza non portavano le calze e mostravano piedi neri come il buio del pozzo in cui erano finiti; avranno camminato molto; il loro desiderio di scappare da quel posto è simile al richiamo che Buck sentiva ogni giorno; ogni giorno più forte; ma cammina cammina, si è sempre li; Tuturo le aveva le calze.

Scappare, certo, qualcuno in passato se ne è andato; si chiamava Francesco Corrado, aveva 62 anni, lo hanno trovato morto in una campagna tra il comune di Falerna e quello di Castiglione Marittimo, era scalzo. Si apprese, poi, che il Sig. Corrado, psicolabile, era stato dimesso per volontà dei familiari qualche giorno prima; e che, nonostante la sua malattia, lo avevano lasciato andar via da solo (Sic!). In quel tempo, era il 1996, ben 25 associazioni, federate alla FISH Calabria, avevano inoltrato un esposto alla Procura della Repubblica competente; ma Don Giulio era ancora vivo…..

Ma sono tante le cose strane del Papa Giovanni; nei giorni scorsi un’altra morte sospetta; una delle tante: uno degli ospiti della struttura è stato trovato privo di vita con chiari segni di colluttazione sul corpo; altre indagini, altri esposti; chissà!.

Tuturo le aveva le calze, dicevo; e quando il suo sguardo ha incrociato il mio, mi ha riconosciuto ed è balzato in piedi; mi ha salutato calorosamente e si è diretto verso una stanza ove lui diceva ci fosse l’assistente sociale; “… è venuto il mio avvocato”, urlava, “ … è venuto a tirarmi fuori di qui, a portarmi a casa”. Quando gli ho detto che non era così, e che (mentendo) poi sarei ritornato per farlo uscire, si è riseduto sul letto, ha disteso nuovamente i suoi piedi, ha incrociato le mani ed il suo sguardo si è riperso nel vuoto.

Ho chiesto di lui al personale, molto disponibile; ho domandato se seguiva dei corsi di riabilitazione per il reinserimento sociale; qualcosa che alleviasse la sua malattia e gli consentisse di ritornare tra la sua gente, nel suo paese. Ho intuito, poi, che il Papa Giovanni, a dispetto del nome che porta, non è assimilabile a quel limbo dantesco, ove vivon color che son sospesi, ma all’inferno; e del resto, non può che essere così: un ammalato frutta tanti soldi all’IPG, intanto l’intera sua pensione; poi, una retta giornaliera di €100 a carico della Regione Calabria. Non me ne voglia nessuno, ma a chi conviene se un ammalato se ne va dalla struttura! Anche per detta ragione, da li non si esce; i tanti ospiti, come maldestramente vengono chiamati gli ammalati del Papa Giovanni, sono gli abitanti di un paese surreale, i vuoti a rendere mentali abbandonati dalla gente, in attesa di ritornare sulla collina del loro natio borgo all’interno di una bara, come di recente è capitato al povero Giovanni.

Che fare allora! Intanto, che cambi la gestione dell’Istituto, che diventi pubblica. La Regione Calabria non può abbandonare tanti suoi figli sfortunati; deve occuparsi e preoccuparsi di loro.

Se non vi è alcun problema di ordine pubblico nella gestione del centro, poi, non è nemmeno necessario un numero così elevato di dipendenti, specie se a discapito delle cure per gli ammalati; ne basta uno ogni cinque degenti, per gli altri si trovi una soluzione adeguata. Con le rette degli ammalati e con i contributi regionali, si avrebbero per i degenti di Serra d’Aiello cure adeguate ed un programma di reinserimento sociale che permetterebbe loro di ritornare nei paesi d’origine, tra la gente. Non più mucche da attingere alla bisogna, quindi, ma esseri umani.

Poi, ritengo sia necessario il rispetto della legge e, quindi, l’applicazione, anche al Papa Giovanni, del dettato della Basaglia, che vieta in maniera esplicita l’accumulo di persone con problemi psichici nello stesso posto; questo alfine di evitare la spersonalizzazione dell’individuo creata dal manicomio, inteso come posto ove giacciono moltitudini di persone con gravi problemi mentali: applicare la Legge Basaglia significa togliere dal Papa Giovanni di Serra d’Aiello gli ammalati di mente e farli tornare nei loro territori, in strutture adeguate, atte a contenere un numero minimo di ammalati, e ve ne sono a bizzeffe nella provincia, come abbiamo visto; strutture il più vicino possibile al loro paese; e perché no, anche nel loro paese se vi è la possibilità.

Sento, quindi, di cogliere il grido di dolore lanciato dal Presidente della Fondazione Istituto Papa Giovanni XXIII don Francesco Perrone ed all’uopo sollecito la soluzione del problema tenendo nella dovuta considerazione, almeno questa volta, gli ammalati, “ … che languono in una struttura che ora ha poco di dignitoso e di umano … “, come recentemente ha dichiarato don Francesco sulla stampa locale.      

Adriano D’Amico

(Consigliere Comunale di San Demetrio Corone)

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato qualche giorno fa, a tutta pagina, sul quotidiano Calabria Ora . Per scelta ho deciso di  inviarlo solo a quel giornale ed ora sul sito Arbitalia.

Di seguito all’articolo, dell’Istituto se ne sono occupati i media nazionali: Rai Uno e Canale 5, in primis. Oggi, 16.10.06, l’Istituto Papa Giovanni XXIII è stato sottoposto a sequestro probatorio dalla magistratura; l’ipotesi di reato contestata ai responsabili della struttura è abbandono di ammalati.

Se qualcuno ha notizie sull’argomento, materiali, specie fotografie, o ritiene di voler esprimere la sua opinione, può contattarmi all’indirizzo e mail adrianodamico@virgilio.it

Adriano D'Amico

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