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Speciale
- GLI
ARBERESHE E LA SETTIMANA SANTA
- Il periodo più importante per il
calendario liturgico bizantino
- A cura di Gennaio De Cicco
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Anche per i paesi italo-albanesi di rito
greco-bizantino, la Pasqua è la festa centrale dell'anno liturgico.
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Il concilio di Nicea stabilì, infatti, che tutti
avrebbero dovuto celebrare la Pasqua la prima domenica dopo la luna
piena, dopo l' equinozio di primavera. Con questa festività vengono
rivissuti nella ricca e mitica simbologia orientale la passione, la
morte e la resurrezione di Gesù.
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La grande e santa settimana “Java e Madhe”
ha inizio con la domenica delle Palme, che unisce il trionfo di
Cristo e l'annuncio della passione, fino ai vespri della domenica di
resurrezione.
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I fedeli si recano in processione in un luogo
sacro non molto distante dalla chiesa per ricordare l'ingresso di Gesù a
Gerusalemme dove la folla lo accoglie festosamente, non comprendendo,
però, del tutto la sua missione. Inizia così l'itinerario che porterà
Gesù sulla croce, dopo l'ultima cena, l'arresto, il processo e la
tortura.
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Il mercoledì santo in chiesa avviene la
deposizione della croce e davanti all' altare vengono sistemati dei
piatti con semi di grano, fatti germogliare al buio, ornati di nastro.
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La mattina del giovedì santo si celebra la
messa del crisma, il vescovo nella cattedrale consacra gli oli santi, di
cui si farà uso durante l' anno in tutte le chiese.
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Nella stessa giornata avviene la cerimonia della
«lavanda dei piedi». Il sacerdote lava, con un rametto di rosmarino
bagnato, i piedi degli apostoli, li asciuga con un panno bianco e poi li
bacia. Gli apostoli sono rappresentati da 12 anziani della comunità
seduti attorno ad un lungo tavolo su cui sono poste 12 grosse ciambelle
contenenti uova rassodate (kuleçë). A notte inoltrata si leggono i brani
dei santi evangeli che descrivono la cattura di Gesù, il suo processo
religioso e civile, la flagellazione e il viaggio doloroso al golgota.
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Mentre il sacerdote porta il crocefisso in
processione tra le navate del tempio i fedeli cantano: «E keqja penë -
la grande sofferenza». Collocata la croce davanti all'iconostasi i
fedeli cantano: «E gjegjëni e mirnie vesh - ascoltate e porgete
orecchio».
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Mentre si ritorna a casa, si bussa alle porte di
parenti ed amici, intonando: «ngrëheni vëllezëra, ngrëheni motra, pse
një vdekje e keqe bëri Krishti - Alzatevi fratelli, alzatevi sorelle
perchè una brutta morte ha fatto Cristo.
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Giovedì e venerdì le campane delle chiese restano
mute e per annunciare le funzioni religiose si ricorre alla “troka”
(strumento di legno che produce un suono mediante lo sfregamento di una
ruota dentata ed una lamella di legno). Se capita un funerale, la bara
non viene portata dentro la chiesa e la funzione del commiato si svolge
sul sagrato.
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Suggestiva e toccante è la processione del
venerdì santo che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti
della passione in arbëresh o in italiano.
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Gli uomini portano sulle spalle la bara di Gesù e
le donne la statua della Addolorata. I ragazzi suonano la “troka”.
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Sabato santo si tolgono le tende nere dalle
finestre della chiesa e mentre ritorna la luce suonano a festa le
campane per preannunciare la resurrezione. Il sacerdote sparge fiori e
profumi sui fedeli.
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Il sabato, dopo la mezzanotte, in molte delle
comunità albanesi d’Italia (a San Demetrio Corone per esempio) le donne
si recano con una disorganizzata processione ad una fontana fuori paese
per il rito del “rubare l'acqua”. Escono di casa senza un ordine
preciso, per le strade si incontrano, si guardano, camminano a gruppi,
ma è proibito parlare. Lungo il tragitto i giovani cercano, tentandole o
importunandole, di farle parlare, ma non ci riescono. Il rispetto del
silenzio è la regola di questa processione. Soltanto dopo essere giunti
alla fontana e avere preso l'acqua potranno parlare e scambiarsi gli
auguri.
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Il significato di questo rito collettivo ha
connotati sia religiosi che sociali. Le donne che escono di casa e non
parlano richiamano la scena delle pie donne descritte dal Vangelo, le
quali camminano silenziose per non essere scoperti dai soldati romani.
Ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini
che hanno crocifisso il Cristo, e il silenzio. Ed è l' acqua che opererà
la catarsi liberatrice. Il ritorno alla parola è collegato alla
resurrezione di Cristo e lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla
comunità e al vivere sociale.
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Ultimato il rito di "rubare l'acqua" e dopo essere
tornati in paese cantando, si assiste al falò pasquale (a San
Demetrio Corone viene chiamato “Qerradonulla”) che viene acceso a
mezzanotte sul sagrato della chiesa per simboleggiare il Cristo risorto.
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Domenica mattina si svolge la funzione
dell' aurora (Fjala e mirë - la buona parola). Il sagrestano all'interno
della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l' entrata al
tempio del sacerdote, il quale dopo aver bussato ripetutamente alla
porta entra trionfalmente, intonando insieme ai fedeli Kristos anesti
(Cristo è risorto). Terminata la funzione religiosa, i fedeli ritornano
a casa portando con loro un po' di carbone preso dai resti del falò
della notte di sabato. La domenica pomeriggio, mentre il
sacerdote benedice le case, uomini e donne girano il paese intonando
canti tradizionali, esibendosi in antiche ridde (vallet), giochi
popolari come rasku e cukulli (tavoletta e legnetto), karroçulli
(trottola), kuturuni (vaso di terracotta) e rrola (disco) ed assaggiano
i genuini dolci arbëreshë: kulaçi, riganata, çiçi, ecc.
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Nelle giornate di lunedì e martedì in molte
comunità arbëreshe, ma soprattutto a Civita e a Frascineto, si svolgono
le tradizionali “valle”, le ridde popolari in piazza.
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