ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA lajme

SPAZIO A CURA DI PASQUALE DE MARCO

TRA I RITI DELLA PASQUA

Di grande suggestione le celebrazioni per gli italo-albanesi di rito bizantino
Una festa densa di simboli

Pasquale De Marco

La Pasqua, per gli italo-albanesi di rito greco-bizantino, è la ricorrenza centrale.

Dalla sua data dipendono quelle delle altre feste mobili. Ed è la festa delle feste, il giorno regale. I riti della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù vengono rivissuti nella ricca e mistica simbologia orientale. La grande e Santa settimana (Java e Madhe) dura in effetti otto giorni e va dal sabato di Lazzaro al sabato santo. E, rispetto al calendario latino, le funzioni vengono anticipate di 12 ore.

Suggestive, il Giovedì santo, la lavanda dei piedi e l'Ultima cena con gli apostoli che, vestiti di bianche tuniche e col mantellino rosso sulle spalle, siedono attorno a un lungo tavolo, in mezzo alla chiesa, imbandito con 12 grosse ciambelle con uova sode (Kuleçe). Il sacerdote lava con un rametto di rosmarino intinto d'acqua i piedi degli apostoli e, dopo averli asciugati con un bianco asciugamano, li bacia. A notte, dopo aver assistito in chiesa alla lettura dei «dodici vangeli», si bussa sulle porte di amici e parenti, intonando il canto

«Ngrëheni vëllezer, motra ngrëheni pse një vdekje e keqe bëri Krishti»

(Alzatevi fratelli, alzatevi sorelle perché una brutta morte ha fatto Cristo).

Le campane, fino a mezzogiorno di sabato, restano mute e, per annunciare le funzioni religiose, si usa la troka (strumento di legno dal suono cupo). Se c'è un funerale, la bara non viene introdotta in chiesa e la funzione si svolge sul sagrato.

Il Venerdì Santo è un giorno aliturgico e, quindi, non si celebrano messe e ci si attiene a uno stretto digiuno.

Verso l'imbrunire l'intero paese, ad eccezione di coloro che sono stati colpiti da un lutto recente, partecipa alla processione con Gesù sulla bara e con l'Addolorata. Al ritorno dalla chiesa, ognuno porta via un fiore dalla bara di Gesù.

Sabato si leggono le letture della Genesi e al terzo brano si tirano giù le scure tende poste sulle finestre, i sacerdoti sostituiscono i paramenti rossi (simbolo di lutto) con quelli bianchi e spargono profumo e fiori sui fedeli. E le campane suonano a festa per annunciare la resurrezione di Gesù.

Sabato notte ci si reca a gruppi, in assoluto silenzio, alla Fontana dei Monaci (Pusi), attigua al Collegio e distante un chilometro circa dal centro, per rubare l'acqua. All'andata è categoricamente vietato parlare e non manca chi provocatoriamente spinge a farlo, ma è vigile il capogruppo ad allontanarlo con la dhokaniqja (biforcuto bastone usato per rifare i letti). Dopo aver bevuto un po' d'acqua, la consegna è sciolta e cantando e... parlando (finalmente!) si fa ritorno in paese. La simbologia è potentissima: «le relazioni silenzio = peccato e parola = purezza – spiega l'antropologo Mario Bolognari – sottendono le opposizioni peccato/purezza e silenzio/parola, mentre l'acqua, infrangendo gli istinti di morte (la tentazione), dissolve i segni di relazione e opposizione.

Intanto, sul sagrato della Chiesa Madre, si è raccolta abbastanza legna per il falò di Pasqua (qerradonulla) che viene accesso a mezzanotte. Attorno alle alte e scoppiettanti fiamme si prega, si danza e si canta.

Alle prime luci dell'alba si svolge la funzione della «Buona parola» (Fjala e mirë), che ricorda l'ingresso di Gesù nel Tempio. Il sacrestano, all'interno della chiesa, interpretando il demonio (dialthin), urla e produce rumori con catene. All'esterno il sacerdote, con il crocifisso in mano, bussa ripetutamente al portone fino a quando, vinta la simulata resistenza del sacrestano-demonio, entra trionfalmente nel Tempio, intonando, insieme ai fedeli, il «Kristòs anèsti» (Cristo è risorto). Tornando a casa ognuno porta con sé un po' di carbone dai resti del falò ormai spento.

Ricca di tradizioni la Pasqua.

Anticamente, durante tutta la settimana prima della Resurrezione, in segno di lutto, non si facevano le pulizie di casa, non ci si pettinava e si lasciavano i letti sfatti.

Il giorno di Pasqua porta bene indossare un capo nuovo d'abbigliamento, altrimenti si rischia «che una lucertola si infiltri nel corpo».

La bella stagione, poi, invoglia a stare all'aria aperta e a divertirsi con gli antichi giochi popolari come rrasku e cukuli (la lippa), karroçulli (trottola), kuturuni (vaso di terracotta) e rola (disco di legno).

Non mancano, per festeggiare una ricorrenza così speciale, i dolci caratteristici: Kulaçi (ciambella con uova sode), çiçi (dolce in forma umana), panariqja (panierino) e pula (gallina), riservati, questi ultimi due, ai bambini. Ma il dolce più noto è la riganata, a forma circolare, preparata con una treccia di pasta di pane ripiena di origano (da cui prende il nome) e uva passa.

priru / torna