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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
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Gli Arbëreshë della Calabria - FIRMO

Firmo 12 Agosto 2003

V Memorial “Concorso di poesia”

dedicato al Cantautore Salvatore Donato

La comunità arbreshe di Firmo quest’anno ha voluto organizzare il “Concorso di poesia S. Donato” con particolare attenzione offrendo al pubblico un momento decisamente culturale per rendere omaggio al poeta G. De Rada nel centenario della sua morte. Sono stati invitati a celebrare il V° Memorial tre cultori della Lingua e Letteratura Albanese: la Prof.ssa  Filomena Vicchio, il poeta e cantautore Pino Cacozza, il Dott. Nicola Bavasso. La Prof.ssa Filomena Vicchio ha tracciato la vita e le opere di G. De Rada nel suo complesso soffermandosi sull’importanza che ha avuto il poeta nell’ambito della letteratura e della cultura del XIX secolo e sull’influenza che egli ha avuto negli scrittori moderni arbreshe. Ecco quanto si legge della sua relazione:

“Mi corre l’obbligo ringraziare l’Amm.ne Comunale di Firmo che promuove dal 1999 la Manifestazione in omaggio al Cantautore “S. Donato” riservando nella I fase della Manifestazione stessa un momento di riflessione culturale che quest’anno cade con la commemorazione delle figure più insigni della Cultura e del Nazionalismo Albanese del sec. XIX G. De Rada.

Attraverso le tappe più significative della sua vita tenterò di ricostruire il suo pensiero e l’importanza della sua vasta produzione letteraria.

G. De Rada nacque a Macchia, una piccola Comunità albanese a 4 Km da S. Demetrio Corone il 29 Novembre 1814.

Suo padre, Papas Michele, professore di Latino e Greco presso il collegio di S. Adriano è stato il suo primo educatore. Orientato da lui, De Rada entrò nel Collegio di S. Adriano ed immediatamente venne affascinato dalla letteratura del romanticismo, si affezionò a leggere le opere di M. de Staël “Corinne”, di G. Bayron ”Il Corano”, U. “Foscolo”, T. Tasso, F. Petrarca, Metastasio  e approfondì soprattutto gli scritti greci e  latini.  Terminati gli studi liceali, De Rada possedeva già una cultura non comune ed infatti compose un poema intitolato “Odisse”.

Per ritemprare il corpo delicato, De Rada si fermò per un anno dedicandosi a fondo alla storia della Madrepatria, l’Albania e al dramma dei profughi albanesi d’Italia.

Sognando le gesta del Milosao, nel 1834, partì per Napoli per intraprendere gli studi di giurisprudenza. Tramite un funzionario del Vescovo, Giuseppe Epiani, conobbe l’Avv. Raffaele Conforti, un giovane penalista, molto valente nel suo campo ed in possesso di una vasta cultura letteraria. Accolto nel suo studio sito in S.M. La Nova, nel centro storico di Napoli, De Rada si fece subito apprezzare. Contemporaneamente frequentò la scuola dell’oratore Emanuele Bidera, seguì le lezioni del giurista Basilio Puoti, ma da tutti questi studi si ritirò deluso e preferì limare le Poesie albanesi del sec. XV. Canti di Milosao, figlio del Despota di Scutari, e leggere gli scrittori inglesi e tedeschi “Shakespeare-Schiller-Goethe”. Pubblicò queste poesie nel 1836 e subito, per il colera scoppiato nella Capitale del Regno, fu costretto a ritornare a Macchia in possesso di una Cedola di belle lettere e di un programma ben definito a cui consacrò tutta la vita: Agire per la conquista della libertà, per l’Italia; pensare e scrivere, per formare coscienze anche a distanza, per l’Albania. Prese parte alla sommossa organizzata a Cosenza il 27 gennaio 1837 da un gruppo di congiurati per cui fu costretto a fuggire per sei mesi in seguito dal gendarme. Ritornò a Napoli presso lo studio legale del Conforti e continuò a lavorare sul romanzo “Serafina Thopia” e sulla redazione di articoli pubblicati nella rivista “Il Saggiatore” fondata da Domenico Mauro. Aiutato dall’Avv. Cesare Marini entrò come precettore presso la famiglia del Duca Spiriti e ben presto si innamorò della figlia del Duca Gabriella detta da lui Gavrila nell’opera “Skanderbeku i pa fan”.

Tra studio e lezioni, De Rada lavorò interrottamente e nel 1842 pubblicò i “Canti di Serafina Thopia”. Conobbe in questo periodo Demetrio Camarda, nominato parroco della chiesa dei Fiorentini a Napoli noto albanologo siciliano,con il quale ebbe moltissimi incontri nelle ore pomeridiane. Il lavoro intenso lo indebolì e facendo leva nella fede religiosa, si rivolse alla Vergine Immacolata Concezione con una preghiera che è un canto d’amore, un inno di fede e l’Immacolata Concezione, tanto venerata nella Chiesa del Gesù di Napoli, lo esaudì. Dal 1844 ebbe inizio per il De Rada un periodo di delusioni. La giovane aristocratica Gabriella non lo ama più e lui insofferente dell’ambiente, decise di ritirarsi nella sua minuscola Macchia. Qui le delusioni continuano, per vari motivi, per cui De Rada si raccolse in sé e pensò di trovare un lavoro che gli desse soddisfazione, si dedicò a istruire la gioventù nella lingua albanese, quella lingua che ogni abitante dei colli del Crati aveva nell’animo e nel corpo. Nel 1849 il Collegio italo-greco di S.Adriano istituì per lui una Cattedra di Lingua Albanese. Un anno dopo De Rada sposò D. Maddalena Maliqi, da Cavalerizzo albanese, che aveva conosciuto qualche anno prima e dalla quale ha avuto quattro figli. Giuseppe, Michelangelo, Rodrigo e Ettore. Nel 1861 pubblicò “Principi di estetica” e nel 1866 pubblicò per la seconda volta “Antichità della Nazione albanese”,      “Rapsodie” e una grammatica.

Dal 1868 al 1877 fu istruttore del Ginnasio Liceo di Corigliano Calabro dove creò e fondò una tipografia che lo aiutò a pubblicare le sue opere diffuse in tutto il mondo. In questo periodo fondò un periodico “Fjamuri i arbërit” “La bandiera dell’Albania”.

Nel 1891 scrisse una tragedia “Sofonisba”. L’anno dopo con D. del M.P.I Pasquale Villari venne nominato per i suoi meriti e per il suo grande impegno culturale professore di Lingua e Letteratura Albanese presso il Liceo di S. Demetrio Corone.

Dal 1893 al 1895 lavorò nel Folklore, una rivista che si pubblicava a Firenze sotto la direzione del Prof. Angelo De Gubernatis, noto orientalista, professore presso l’università di Firenze di sanscrito con il quale aveva intessuto una fitta corrispondenza.

Nel 1895 organizzò a Corigliano Calabro il I° Convegno linguistico internazionale a cui presero parte molti stranieri e due anni dopo 1897 nel II° Convegno Linguistico svolto a Lungro, il De Rada proponeva l’istituzione di una Cattedra di Lingua e dell’Albanese presso il R.I. Universitario Orientale di Napoli.

Nel 1898 pubblica “Specchio di umano transito” ed il I e II volume di Autobiografia in albanese “Autobjologia”. Nel 1898 prese parte al IX Congresso internazionale degli orientalisti tenutosi a Roma dove ripropose quanto era stato stabilito nel II Congresso di Lungro. La sua proposta, appoggiata dallo studioso orientalista Kurt Hassert passò a pieni voti. Nel 1901 il Governo riconobbe l’impegno e il merito profuso dal poeta e a lui restituì la Cattedra di Lingua e Letteratura Albanese nel Collegio di S. Demetrio Corone e a Napoli istituì la Cattedra di Lingua e Letteratura Albanese affidando l’incarico al giovane 35 Giuseppe Schirò. Chiuse la sua intensa attività letteraria il testamento politico e lentamente si spense il 28 Febbraio 1903.

Nei suoi settant’anni di attività gli hanno espresso ammirazione il poeta francese A. De Lamartine 1844; l’inglese Norman Douglas 1915. Quest’ultimo, nel suo libro “Old Calabria”, scrive: “A Macchia nacque nel 1814, da un’antica e abbastanza agiata famiglia Girolamo De Rada, un ardente patriota, che seppe esprimere le tempestose aspirazioni dell’Albania Moderna. La rigenerazione del suo paese fu l’ideale della sua vita e se ora i congressi internazionali, i linguisti e gli studiosi del Folklore, rivolgono una certa attenzione a questo angolino del mondo, se nel 1902, 21 giornali si battevano per la causa albanese (18 in Italia ed uno persino a Londra) il merito va tutto a lui e poi scrive ancora: giornalismo, folklore, poesia, etica, storia, grammatica, filologia, etimologia, estetica, politica, nulla trascurato dalla sua facile penna ed egli fu fertile, dicono gli ammiratori, anche negli errori. Come altri uomini dediti ad una sola idea, egli si addentrava audacemente in quei campi del pensiero in cui gli specialisti hanno paura di muovere un passo.

Il suo biografo elenca 43 opere tutte diverse, tutte risuonano di un alto patriottismo sono “frammenti di cuore” e a ragione si è detto di lui che seppe sfruttare anche la fredda grammatica come campo di battaglia per sfidare i nemici dell’Albania.

Il suo “Fjamuri arberit“ “la bandiera dell’Albania”, divenne l’insegna dei suoi compatrioti in ogni angolo della terra. Fino ai suoi giorni, l’Albania era stata una leggenda. Fu lui a scoprire il legame tra la lingua albanese e pelasgica, lui a dare alla sua gente un linguaggio letterario, lui che ne espresse le ambizioni politiche”.

Una testimonianza di quel tramonto veniva registrata da Luigi Gurakuqi il quale dice: “Trovandomi davanti a quest’uomo attempato, davanti all’insigne e dolce autore del “Milosao”, dello “Skanderbeg  i pa fan”, della “Serafina Thopia” sentendo la sua voce fiacca, che diventava sempre più viva, e vedendo i suoi occhi sfiniti, mentre si abbagliavano e brillavano quando menzionava l’Albania, io tutto commosso non potei trattenermi senza lasciarmi andare cadere, assieme a due gocce di lacrime, un caldo bacio, su quell’uomo che ha tanto lavorato per la patria e che oggi trema per la vecchiaia. Egli, sforzandosi di raccogliere dalla viva voce degli esuli albanesi i canti tradizionali e assoggettandosi a quel mondo, al ritmo di quella freschezza di quelle immagini, si è scoperto poeta. Le rapsodie, quindi, sono all’origine della sua vocazione poetica. I Canti di Milosao, pubblicati nel 1836 rappresentano il suo capolavoro poetico, in cui si fondono due Albanie, una ideale, quella della madrepatria e un pezzo di Albania, quella ricreata dai profughi albanesi in Italia che, per cinque secoli, l’hanno difesa dall’assimilazione in terra straniera. Dal punto di vista ideale gli avvenimenti del poema si svolgono a Scutari e nell’epoca di Scanderbeg; concretamente il poeta si ispira alla vita quotidiana del suo villaggio Macchia nel secolo XIX ed il protagonista non è un nobile all’epoca di Scanderbeg che combatte per la patria, ma è un intellettuale dell’epoca con molte caratteristiche del poeta stesso. Il poema è un inno all’amore, all’amore per la sua donna, ma anche all’amore per la vita, per la patria, per la famiglia; un’ affermazione del diritto alla libertà sia del popolo sia dell’individuo e contemporaneamente del diritto all’amore ed alla felicità. Partendo dal momento narrativo in cui il poeta comunica al lettore in che modo è avvenuta l’ispirazione, (I° II° e III° canto) si giunge al momento della descrizione di come nasce l’idillio, inquadrato in una atmosfera paradisiaca, dove la natura evocata dal poeta non è impassibile, estranea a lui, elemento puramente decorativo, ma è in comunione con la sua anima, capace di armonizzare l’aspetto e la voce delle cose con gli slanci intimi dei due giovani. Infatti tutti gli incontri con la sua amata avvengono all’aria aperta, al cospetto della natura, che non è solo testimone, ma è anche propiziatrice ai loro sogni e ai loro palpiti. Sotto l’influenza e sotto la suggestione di questi spettacoli naturali, l’immagine della sua donna risorge a dominare l’anima del poeta. Ne IV° canto leggiamo: Ata dugheshin e s’thoshin-Vasha me buzen mbë gaz-C’ë e iken si ajri? Më presen nde rraljet-Di limune të embëlja-qendro, u ti ti ruajta” Thomnjie ju te dashurit nd ëmbelj më e të puthurit”.Essi si amavano e non se lo dicevano, la ragazza con la bocca ridente: perché fuggì come il vento? Mi attendono al gioco del disco. Fermati, io ti ho conservato due limoni dolci…Ditemi voi, o innamorati, se più dolce è il bacio”. E’ questo un momento di smarrimento delizioso; il poeta che lo prova non riesce a descriverlo, ma suggerisce al lettore l’idea con una frase delicata: Thomnji ju të dashurit nd ëmbelj më e të puthurit”.

Nel V-VI-VII-VIII canto il poeta introduce il lettore in un ambiente ameno dove si assiste alle scene meravigliose che si svolgono all’aperto e dove l’umanità gioisce del proprio lavoro. Nel canto IX il poeta lega la natura all’umanità obbedendo alla sua idea che rivela una certa continuità tra la natura e l’umanità stessa: “Di fronte ai colli e al mare l’azzurro cielo ha sorriso alle ridde delle fanciulle, le contemplavano gli amati. “Dreq rehet e detit gëzoi dita e kaljthërëz valevet kopiljevet i rruajin të dashurit”. Il movimento della luce è in sincronia con il movimento della danza delle fanciulle.

Nel canto X si riscontra un altro momento delicato in cui Milosao manifesta la propria emozione nel vedere la sua amata “Sa t’e shogh, e kurmi më rrodhet e së di, tè frinj”. “Appena la vedo, tutto il mio corpo si agita e mi vien meno il respiro”.

Nel canto XI-XII-XIII-XIV-XV il poeta si occupa in maniera impersonale della fanciulla, narrando il suo gentile fantasticare: incontri fugaci, piccoli segreti, l’angoscia della fanciulla quando la chiede in sposa ed infine l’amarezza di lei quando Milosao partirà.

Nel canto XVI-XVII-XVIII si assiste all’amaro risveglio della fanciulla, la mattina, che Milosao è già partito. “Vate” tha me vethen, u pruar te shpi e saj mori telj e trastjen e me vate tek ulinjt mbjdhi ulinj e qanej” “Egli è partito” disse a se stessa, la fanciulla. Ritornò a casa prese il sacco e la fune e si avviò verso gli ulivi. Raccoglieva ulive e piangeva”.

Nel canto XXIII, il poeta, grazie alla sua abilità artistica, annulla la disparità di condizione che separa Milosao e Rina, immaginando che un terremoto distrugge la loro città; i due, vagando tra le rovine, si ritrovano e Milosao invita Rina a seguirlo.

Nel canto XXIV-XXV la città di Scutari risorge e la fanciulla può entrare sposa a casa di lui.

Alla vigilia delle nozze, Milosao esulta di gioia e rivolge parole dense di significato alla Vergine Maria affinché protegga la sua sposa e la sua casa. Dalla loro unione nasce un bambino che presto muore e dal dolore muore anche la madre. Milosao resta solo con i suoi ricordi.

Alla fine, nel canto XXXVII, si assiste ala descrizione dell’eroe che, ferito a morte in battaglia dà l’ultimo saluto alla vita e alla città di Scutari.

 “Ghapni spërvjerin, ushërtor, se u të shogh Skutarin e time motër te finestra Kuntrelja”. O miei guerrieri, la tenda aprite, che dalla finestra veda Scutari e mia sorella”.

Më atje s’zajonjem lulevet çë tundën era si suvaljë e pafërnuam. Mbjidhen shokt mbrëmanet ndë katund ndë vatërët; u m’ilje si ëndërrëz! Non più mi sveglierò là tra i fiori che il vento muove ancora come onda infinita. I compagni di sera nel paese torneranno ai loro focolari. Io come sogno li ho abbandonati”.

I personaggi chiave del poema sono la madre che rappresenta l’eredità sacerdotale della famiglia, il fratello Coniate, il costume albanese e la tradizione, la Colomba l’ispirazione poetica, la tenda dove muore l’eroe, tessuta dalla madre e cucita dalla sorella, rappresenta la tradizione familiare, mentre il terremoto un’allegoria della rivoluzione.

In tutta l’opera del De Rada vive il sentimento romantico in armonia con il senso classico della bellezza. Come il De Rada accompagna con la sua poesia il risveglio della fanciulla, la mattina in cui Milosao è partito, così Salvatore Donato accompagna con la sua chitarra il canto di colui che perde l’amata”.

Malli i bukur malli qeve vet ti                              amore bello, amore sei stata tu

Malli i zgjedhur pse nëng më do më                amore eletto, perché non mi ami più

Si një lule e një fjutur ishe ti                               tu eri come un fiore e una farfalla

Ka një sheshe pjot dashuri                                In un campo pieno di affettuosità

 

Il tema dominante che accomuna il cantautore S. Donato con il poeta De Rada è la sofferenza, che, in virtù della forza dell’amore, dei valori della famiglia, della “Gjitonia” “Quartiere”, riesce alla fine a superarla. Risuona nei loro canti la vitalità dell’uomo che rivolgendosi a Dio, riesce a placare le proprie ansie accettando con rassegnazione anche la morte. Entrambi utilizzano i bei paesaggi naturali per esprimere i propri sentimenti.

 

In kendimet e Zëmëris Salvatore Donato, canta:

 

qesh moi, moi trim i bukur                        sorridi, sorridi o bel giovane

qesh pse In Zot ësht me ne                      sorridi perchè Nostro Signore è con noi

bashkë u e ti kem këndomi gjellin          insieme io e te dobbiamo cantare la vita

gjith shurtimet e dashurisë                      tutte le ansie dell’amore

 

e De Rada nel canto XXVIII:

 

Vash, inë Zot  bëri e patëtim                               fanciulla a noi Dio ha concesso             

Atë kë ljustim te gjela                                           Quanto nella vita abbiamo desiderato

Ampnisu, se pas i ghuaj                                      Sii certa, egli nemico non è a noi

Ai nënk na u bë, me besen t’i reshetemi”           Diventato, da perdere la fede.

 

Sono state interpretate alcune delle più belle poesie in musica tra cui: “Gjitoni, Nusia, Fjë Kopilje, Malli bjerë, “Shkoj edhe kjo natë”.

Il poeta e cantautore Pino Cacozza ha centrato il suo intervento sullo straordinario rapporto intercorso tra “De Rada e i vjershëtarë”.

Il dott. Nicola Bavasso, giornalista nella sua breve relazione così si esprime:

In questo mio breve intervento cercherò di puntare l’attenzione su alcuni aspetti del lavoro svolto da Girolamo De Rada in qualità di ricercatore delle tradizioni popolari ma soprattutto in qualità di cultore della lingua, aspetto che forse per troppo tempo è stato sottovalutato da alcuni studiosi.

Poeti i madh, cosi come lo chiamano in Albania, attraverso la raccolta dei canti popolari riuscì a tracciare le linee primordiali della lingua arbëreshe nella sua forma scritta ed a recuperare una cospicua parte del ricco patrimonio lessicale delle varianti dialettali delle comunità calabresi della Sila Greca. Tale opera di trascrizione assunse connotati di grossa rilevanza culturale perché innescò un processo di sviluppo intellettuale della società arbëreshe che contraddistinta da un robusto substrato etnico, linguistico e culturale, diede avvio ad un rafforzamento della coscienza nazionale anche tra gli intellettuali albanesi.

Questo nazionalismo romantico fece si che il De Rada si occupasse della ricerca etimologica di termini albanesi, senza una specifica preparazione linguistica. Di tale impegno letterario ma anche linguistico se ne accorsero gli specialisti tedeschi della linguistica comparativa. Questi studiosi noti anche come indoeuropeisti studiavano le relazioni storiche tra le lingue indoeuropee attraverso la conoscenza della lingua albanese e tramite le rapsodie raccolte dal De Rada, trovarono il contatto diretto con le tradizioni popolari degli arbëreshë. Per loro, ed in particolare per Gustav Meyer il quale ebbe una fitta corrispondenza su argomenti linguistici con il vate di Macchia, il De Rada divenne un punto di riferimento importantissimo ed una fonte di informazione fondamentale per lo studio dell’antica lingua albanese e del popolo che la parlava.

In effetti, attraverso la conoscenza della realtà albanese e del suo idioma, la linguistica comparativa dimostrò, in seguito, come la lingua albanese rappresentasse un ramo specifico dell’albero delle lingue indoeuropee, novità questa che accese di entusiasmo molti poeti della rinascita nazionale anche in Albania ed in altri gruppi della diaspora.

L’impegno del Nostro nel percorrere l’itinerario della promozione e dello studio della lingua, del resto, si palesa nella sua figura di Primo Docente della cattedra di Lingua e Letteratura Albanese al collegio di Sant’Adriano a San Demetrio Corone incarico che venne soppresso dalla tirannide borbonica nel 1851 e infine ripristinato grazie all’interessamento dello stesso De Rada nel 1889.

Il contributo dato alla linguistica arbëreshe dal poeta di Macchia si evidenzia anche nelle numerose pubblicazioni di carattere didattico, nei saggi, nelle riviste da lui dirette ed autofinanziate e nelle sue due grammatiche scritte (Grammatica della Lingua Albanese, Firenze, 1871; Caratteri e grammatica della lingua albanese, Corigliano C., 1894). In queste opere, per la prima volta, con un chiaro intento di gettare la base per la formazione di una lingua standard o letteraria, viene illustrato il sistema grammaticale dell’albanese d’Italia, basandosi in gran parte per questa descrizione dell’arberesh sulle parlate albanesi della Calabria settentrionale e in primo luogo sulle parlate dell’area dialettale di San Demetrio Corone e di Macchia Albanese.

“Tale descrizione risulta complessivamente attendibile anche se incompleta, condizionata com’è da continui raffronti con le altre lingue classiche indoeuropee e da talune generalizzazioni empiriche, secondo modelli in auge in quel periodo” (F. Altimari).

Per significare l’impegno e la sensibilità del De Rada alle problematiche relative la lingua arbëreshe, ricordiamo che il vate di Macchia fu ideatore e direttore di due importanti congressi di linguistica tenutisi a Corigliano Calabro nel 1895 ed a Lungro due anni dopo nel 1897.

Ma quale è stato il percorso seguito dal più grande poeta albanese sia dal punto letterario che linguistico per elevare la primitiva ed ingenua lingua arbereshe da veicolo di comunicazione popolare ad armonioso strumento d’arte capace di raggiungere suggestivi momenti espressivi?

Certamente la conoscenza della lingua greca, latina ed italiana costituirono per De Rada la base fondamentale su cui partire per sopperire alle lacune fonetiche e morfologiche di una lingua orale.

Il poeta si trovò di fronte ad un vero e proprio blocco al momento di rappresentare alcuni suoni dell’arberesh avendo come modello di riferimento l’alfabeto italiano. Egli, come del resto la maggior parte dei poeti di quel periodo come Francesco Santori di Santa Caterina Albanese (Picilia), Giuseppe Serembe di San Cosmo Albanese (Strighari), Vincenzo Stratigò di Lungro (Ungra), coniò un alfabeto albanese denso di grafemi greci per poter trascrivere i fonemi tipici delle parlate albanesi non rappresentabili con l’utilizzo delle lettere dell’alfabeto italiano.

Il problema più rilevante che tutti i poeti arbëreshë della Rilindja hanno dovuto affrontare, dal punto di vista strettamente linguistico, è stata la mancanza di un alfabeto comune. Il modello alfabetico da essi seguito risultava tradizionalmente misto, dal momento che per rispecchiare il più ricco repertorio fonologico dell’arbëresh, essi ricorrevano a lettere dell’alfabeto greco con cui integravano l’alfabeto italiano. Così tutti i fonemi del dialetto arbëresh che non riuscivano a trovare corrispondenze coi grafemi dell’alfabeto italiano, venivano rappresentati dalle lettere greche.

Lo stesso De Rada, per ovviare a queste difficoltà di rappresentazione grafica, elaborò un suo personale modello alfabetico utilizzando frequentemente lettere greche.

I fonemi [dh] [z] [x] [c] [ë] [th] [k] [h] [sh] [gl] vennero cosi rappresentati con le lettere dell’alfabeto greco:

L - l   gl;    z  z;     c  h;     J th;     d dh;    g  ë;     u  ë;

            Con il vincolo della oralità dell’arbëresh, per ragioni squisitamente pratiche e contro i più elementari principi metodologici, Girolamo De Rada fu costretto a seguire un percorso metrico lineare per esprimere sentimenti e concetti.  Il vate di Macchia tentò di assimilare la metrica arbëreshe  a quella classica senza riuscirvi. Seguendo appunto la tradizione orale dei vjershë però riuscì a levare il suo proprio idioma a lingua di corte senza utilizzare la metrica classicistica come l’endecasillabo e la rima alternata che non ebbero mai accesso alla poesia del De Rada, proprio perché incompatibili con la tradizione della metrica popolare arbëreshe.

E la linearità dell’antico idioma fu per De Rada il punto di forza sul quale partire per portare la lingua e la letteratura albanese all’attenzione del romanticismo europeo.

Essenzialità, armonia e immediatezza della lingua del De Rada vengono così descritte da Ernest Koliqi:

“Nell’ambito della poesia le sue creazioni ci presentano un mondo agitato da fermenti umani in cui vita e sogno si fondono avvolti in un velo di versi armoniosi, trapunto di vivide perle tratte da una lingua vergine che serba la rugiadosa freschezza dei tempi primordiali”.

Ed ancora sui Canti di Milosao in particolare Michelangelo La Luna dice:

“Il linguaggio dei Canti di Milosao è scandito in un dire concitato e laconico, quasi uscito dalla bocca di chi in poche parole debba dir tutto, interrotto dai dialoghi e ritorni che, nella concentrazione dei canti diversi, lo rendono veloce e vibrante.”

In conclusione, io penso che partendo dalle opere di Girolamo De Rada, e percorrendo il sentiero della linearità metodologica da lui adottata, possiamo oggi tracciare le direttive per giungere ad una koinè della lingua arbëreshe che attenendosi al ricco patrimonio lessicale ancora oggi vivo, prenda atto delle evoluzioni della lingua e delle varianti presenti nelle parlate di ogni comunità, per raggiungere una rappresentazione grafica omogenea supportata da lemmi arbëreshë e shqipë. Tale metodologia, applicata al campo didattico, letterario (poesia, prosa ecc), artistico (musica, teatro ecc..) ma soprattutto adottata nel settore dell’informazione (stampa, radio, televisione), della produzione informatica e dei supporti digitali, potrà frenare il deterioramento della lingua ed offrire strumenti adeguati e validi alla stregua della cultura dominante, per la tutela e la promozione della cultura e dell’antica lingua arbëreshe.

Interessante il dibattito della Sig.ra Domenica Martino a cui hanno partecipato lo scultore Evzi Nuhiu, il cantautore Iannuzzi Ernesto, il Sindaco Palermo, il rag. Antonello Branca, il Dott. Vincenzo Lanza, il Giudice Aurelio Iannone, l’assessore alla Cultura Francesco Vasto, la Corrispondente del Quotidiano della “Provincia di Cosenza” Dott.ssa Daniela Russo, le studentesse Annalena Iannone, Mimma Iannone e i rappresentanti del Comune di Firmo e tanti altri giovani arbreshe.

La manifestazione canora con la premiazione del miglior premio di poesia si è svolta all’aperto; si sono esibiti per onorare la memoria del cantautore “S. Donato” gli artisti: I fratelli Scaravaglione con la canzone “Shkoi edhe kjo natë”, Franco Ferraro con la canzone “U”.

Sono state interpretate alcune delle più belle poesie in musica tra cui: “Gjitoni, Nusia, Fjë Kopilje, Malli bjerë, “Shkoj edhe kjo natë”.

Pino Cacozza e Iannuzzi Ernesto hanno cantato alcune delle loro più belle e popolari canzoni suscitando nel pubblico una grande emozione. La manifestazione si è conclusa con la premiazione della migliore poesia “V° Memorial  S. Donato”.

Le poesie vincitrici ex quo sono: “Një vuxhë e re” “Una voce nuova” di Caterina Bloise e “Ç’është Malli” “Che cos’è la Nostalgia” di Vincenzo Guaglianone.

Vicchio Filomena

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