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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

CIVITA, PICCOLA OASI TRA NATURA FIABESCA E ANTICHE LEGGENDE

di GIUSEPPE  FALDUTO e G.VINCENZO SANTAGADA

La natura fiabesca che fa da contorno alla cittadina di Civita è un qualcosa di unico, soprattutto quando ad essa si associa un groviglio di vecchie storie, avvolte in una patina di mistero e tramandate nel tempo come segreti preziosi.

Quasi un impulso interiore, incomprensibile, ci guida sino a giungere a quel luogo che varie leggende attribuiscono all’opera del diavolo: “Uri Diallit”, ovvero Il Ponte del Diavolo. Sospeso tra due pareti rocciose che sovrastano le Gole del Raganello, levigate dallo scorrere lento dell’acqua gelida, sfida le avversità del tempo. Uno spettacolo mozzafiato, meraviglioso, quello che si può scorgere dal nostro punto di osservazione privilegiato; è come essere proiettati in una dimensione surreale, godibile, dove il tempo e lo spazio si affievoliscono e la luce che penetra dall’alto stagliandosi sull’alveo del torrente durante le sue peripezie, crea un bagliore diffuso tra le sfumature delle rocce. E’ il miracolo di una natura da contemplare che può essere carpito solo da chi non ha fretta di arrivare e ripartire. Quasi ipnotizzati dai suoni, colori e profumi intensi della natura solleviamo lo sguardo verso l’alto, una parete rocciosa di 800 metri si oppone alla vista. La “pietra del Demonio”: questo il nome dell’immane massa di roccia rosa stratificata, sulla quale non è raro trovare qualche capretta spericolata.

«Noi Civitesi» dice Francesco Bruno, compagno di viaggio in questa domenica mattina «non ci facciamo nemmeno caso, ma è di una vicinanza brutale, vicinissima e irraggiungibile». E poi un balzo fra i racconti di paese:«Si narra di tesori nascosti nelle tante grotte, sospese a decine di metri sopra il Ponte del Diavolo, quelle stesse grotte che si popolano di streghe minacciose».

Le Gole del Raganello, da anni meta di escursionisti e cultori del canyoning estremo, si snodano lungo tracciati sinuosi e si estendono per circa 13 chilometri di lunghezza, attraverso una escursione altimetrica di 500 metri in tragitti di trekking classico o arrampicata libera. La curiosità di affrontare simili avventure sportive ci tenta, ma per la mancanza di adeguati equipaggiamenti, decidiamo di inerpicarci lungo il sentiero-scalinata “Mater Chiesa”, che, snodandosi in mezzo alla vegetazione mediterranea, per un dislivello di circa 300 metri, ci permette di raggiungere il centro abitato. Affrontiamo la bellezza di seicentosedici scalini grazie ai quali riusciamo a venire a contatto con la flora del posto ed ammirare le varie efflorescenze di euforbie, lentisco, ulivi selvatici, pruni, fichi d’India, pini ed oleandri.

Il centro storico è un dedalo di viuzze e scalette in cui anche la piazza principale non trova che pochi metri per allargarsi e concedere una sosta a chi si divincola lungo le sue stradine. Piccole case, una attaccata all’altra, tutte simili, tra le quali è facile smarrirsi. Un tessuto urbano di stampo medievale racchiude le antiche casupole in tante “gjitonie”, ovvero rioni, dove le anziane del paese sono ancora solite riunirsi con le proprie sedioline rigorosamente di legno e paglia, intente a trascorrere gran parte della giornata. E si, proprio la “gjitonia”, una volta, e in parte ancora oggi, rappresentava nei paesi arbëreshe il centro della vita sociale, luogo di trasmissione di momenti felici ma anche tristi, come la morte. I comignoli sono l’aspetto architettonico più singolare del borgo di Civita. Passeggiando per i vicoletti capita di vedere case modeste sul cui tetto spicca un comignolo elaborato, o su una casupola a un piano svettare una ciminiera alta due metri. Se ne contano oltre cento, tutti diversi per stile e costruiti tra fine ottocento ed inizio novecento. «Uno spettacolo impagabile», descrive l’amico Francesco Bruno, autore del sito www.civita.info, «è raggiungere la parte alta del Paese, rione Sant'Antonio, e guardare giù i tetti degradanti delle abitazioni; è una dolce discesa dello sguardo verso il blu del Mar Jonio, e gli spiragli di cielo e di mare che si intravedono tra tutte queste "çimineret" ci proiettano idealmente sul Mediterraneo».

Sulla piazza principale del paese, oltre alla chiesa seicentesca con meravigliosa iconostasi, si affaccia il museo etnico arbëreshe, nonché sede del circolo culturale “Gennaro Placco”, costantemente impegnato nell’organizzazione annuale di eventi volti a valorizzare il patrimonio linguistico-storico della minoranza italo-albanese. Sull’uscio della porta incontriamo Demetrio Emmanuele, presidente del circolo e fondatore della rivista “Katundi Ynë”, ormai fiera nel mostrare i suoi trentacinque anni di età. «Abbiamo cercato di mettere in evidenza» racconta orgoglioso Demetrio Emmanuele «che la lingua arbëreshe non fosse solo uno strumento primitivo ed immediato tenuto in vita dai nostri avi, ma anche e soprattutto una lingua di cultura. Si trattava, e si tratta ancora, di riscoprire le autentiche radici della cultura popolare, averne coscienza, potenziarla e diffonderla. Ci siamo assunti il compito della rivista come missione e magistero di vita e di cultura». Lì dove una volta vi era una vecchia filanda,  oggi trova dimora un tipico ristorante dal nome “Kamastra”, sorretto con passione e dedizione dall’avvocato Enzo Filardi che ci propone piatti della tradizione arbëreshe: dai cavatelli alla “nenesa” (erbetta delle orticacee del Pollino) ai maccheroni al ferretto con carne di maiale.

Anche in questa comunità, intatta e arroccata su di una rupe, la celebrata ospitalità degli albanesi di Calabria resiste alla prova dei fatti: mai abbiamo trovato accompagnatori più volenterosi e generosi del loro tempo e anche desiderosi di trasmettere un’immagine alta della loro comunità. I canti sono il loro vero “bene culturale” e ciò lo comprendiamo ascoltando le dolci melodie intonate da due giovani civitesi, Veronica e Mercurio Rovitti, che salutano il nostro peregrinare.

APPROFONDIMENTO

Leggende, tra realtà e fantasia

Sull’origine del “Ponte del Diavolo” si sono susseguite varie leggende, tra realtà e fantasia, espressione di una cultura popolare orale che ne approfitta per esaltare in modo suggestivo la vittoria della “civiltà” sulla natura ostile. Si narra infatti che un giorno il diavolo in persona, vedendo un anziano pastorello in difficoltà perché doveva spesso guadare il torrente Raganello a valle, propose di costruirgli un ponte in cambio dell’anima di chi vi fosse transitato per primo. Andò a finire che per prima passò una capretta, e il fortunato pastore si salvò. La capra è un elemento che ricorre spesso nelle storie e leggende arbëreshe: una testa di capra fa bella mostra di sé sull’elmo dell’eroe Scanderbeg, e sempre a proposito del condottiero, si racconta di un curioso stratagemma in battaglia, durante il quale egli si servì delle capre.

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