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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

FRASCINETO, CULTURA ARBËRESHE NEL CUORE DELLA STRADA DEL VINO E DEI SAPORI

di GIUSEPPE  FALDUTO e G.VINCENZO SANTAGADA

Quando cinquecento anni fa salparono dai lidi dell’Albania, braccati dall’invasione ottomana, portarono con sé la propria lingua, le tradizioni culturali, gli usi e costumi. Un viaggio della speranza, in cerca di una nuova terra. E quando giunsero non mancarono scontri, rivalità, conflitti con le altre popolazioni locali ma ugualmente fondarono nuove comunità o ripopolarono altre distrutte. Anni di sacrificio, di duro lavoro per ricostruire una vita con la caparbietà e la  determinazione di un popolo che vuole mantenere integro il proprio mondo di valori. 

E ancora oggi, a distanza di molti anni, è bello venire a contatto con una realtà antica prepotentemente rivolta verso il futuro; ed è la quotidianità genuina, ad offrire lo scenario più autentico dell’esistenza di una etnia, quella italo-albanese, che merita sicuramente di essere vissuta e compresa fino in fondo.

Quello che si decide di intraprendere è un viaggio alternativo in un angolo di Calabria arbëreshe, immerso nel Parco Nazionale del Pollino, il più grande d’Italia, che ci regala colori forti e sensazioni rare. Dal monte Dolcedorme, grande vegliardo, silenzioso e protettivo, un’aria frizzante accompagna la trama del nostro itinerario che si snoda attraverso due piccoli centri: Frascineto, Civita. “Frasnita”, per dirlo nella lingua arbëreshe, è il luogo dal quale prende avvio il nostro week-end; la animano circa duemilaseicento abitanti, con annessa la frazione di Eianina, ed è fiera nel mostrarci i segni di una tradizione storico-culturale di ingente valore. La sensazione di trovarsi in un’oasi linguistica è immediatamente percepibile grazie alle insegne bilingue che contraddistinguono ogni via o piazza. La musicalità ed il ritmo incalzante delle parole arbëreshe pronunciate dagli anziani di piazza Scanderbeg e il loro sorriso rassicurante ti danno il benvenuto. D’obbligo una visita alla chiesa madre di Santa Maria Assunta, in stile barocco, impreziosita dalla singolare iconostasi del Maestro Girolamo Leusing. Un altro richiamo per il turista è la chiesa di S. Pietro, dislocata fuori dal centro abitato e risalente addirittura al X secolo: un autentico gioiello dell’architettura bizantina. E’ un peccato non poterla visitare all’interno, ci dicono che è chiusa.

Si va nella campagna, tra grandi vigneti della Doc Pollino (prevale la coltivazione del magliocco canino) ed estensioni di uliveti, dove lo sguardo svanisce sulle colline. L’impegno dei contadini verso le proprie terre consolida una tradizione che si rinnova nel tempo, e che fa di Frascineto una delle più interessanti Città del Vino. «Il nostro è un territorio ad alta vocazione vitivinicola, caratterizzato da attrattive storiche, culturali, bellezze naturalistiche particolarmente significative. Un percorso tutto da gustare». Così si esprime Natale Braile, medico ed imprenditore lungimirante che, assieme a suo fratello Antonio, si è imposto uno scopo: «dare dignità, decoro, senso di appartenenza ad un’area che, per molti anni, ha visto scomparire il successo del prodotto vino Pollino, vera punta di orgoglio  per l’intero comprensorio». Un amore incondizionato per la propria terra, quello dei fratelli Braile, che nel lontano 1999 li ha spinti a rilevare la cantina sociale lanciando il marchio dei “Vignaioli del Pollino” alla conquista dei mercati europei, perché «l’agricoltura resta una forza trainante per l’economia». Circa cinque anni fa l’idea di dare vita alla “Strada del Vino e dei Sapori del Pollino”, riconosciuta dalla Regione Calabria grazie alla legge 268 che regolamenta gli itinerari enogastronomici nazionali. «Si tratta di un progetto che abbraccia molti comuni, come Frascineto, i cui territori ricadono nel Parco Nazionale del Pollino e che offre la possibilità di accedere nelle varie aziende e venire in contatto con la lavorazione dei prodotti», dice Natale, ideatore dell’iniziativa, che ci saluta ricordando come «il vino fa buon sangue e berlo nella giusta misura e segno di vita». Siccome mangiar bene è un diritto di tutti ci concediamo una sosta allo “Scanderberg”, un ristorante di gusto che prende il nome dall’eroe nazionale d’Albania, Giorgio Castriota, soprannominato “Scanderberg”, cioè l’invincibile. Farfalle con la crema di zucchine, menta e mandorle; coniglio cotto con le prugne; caciocavallo affumicato tiepido con marmellata di bergamotto; sorbetto ai fichi con polvere di liquirizia e retina di cioccolato. Una carrellata di cucina creativa, ma molto semplice e diretta, per uno chef come Vincenzo Pingitore, titolare del locale assieme al fratello Francesco,  che ha scelto di abbracciare una gastronomia mediterranea di stampo calabrese con rimandi alle antiche tradizioni arbëreshe. «La mente e il nostro spirito», spiega,«hanno bisogno di cibo sano per vivere in buona salute, ma è altrettanto vero che dall’ambiente circostante che noi ci procuriamo gran parte di questo cibo; ecco perché deve essere sano, naturale, né manipolato, né inquinato». Anche Francesco, da sempre acceso sostenitore della “Strada del Vino e dei Sapori”, è fiducioso nelle risorse della propria terra: «Sono fiero nel ricordare che accanto al marchio Doc per il vino, il nostro territorio vanta l’eccellente olio Dop Bruzio-Pollino». Terreni eterogenei, fatti di bacini pianeggianti e rilievi ben esposti, ondulati, a volte rocciosi, ora scarsi d’argilla e aridi, ospitano numerose cultivar tra cui le autoctone Carolea, Cassanese, Tondina, Roggianella.

Il rumore cadenzato e continuo della vecchia macchina da cucire si percepisce da lontano. Le abili mani di Gennaro Donato, sarto da oltre cinquant’anni, si muovono leggere nella piccola bottega in via dei Latini intente a confezionare la “coha”, seconda gonna del prezioso costume arbëreshe, di colore blu, indossata sulla gonna lunga, arricchita da larghi galloni ricamati con filamenti di oro vero. La donna arbëreshe «scintilla di ornamenti e ricami d’oro, al collo, alle spalle e ai polsi; un largo colletto di pizzo le cade sopra il corpetto di seta purpurea» (N. Douglas). Perché è il costume il tratto distintivo della donna arbëreshe, bellissimo per semplicità ed eleganza, essenziale e pure ricercato nei particolari, di linea sobria e singolarissima. Esiste anche un museo nella parte nord del paese, che presenta in miniatura circa 52 abiti delle varie comunità italo-albanesi d’Italia. Fondato nella Pasqua del 1982 per opera del pregevole lavoro artigianale dell’Ordine delle Piccole Sorelle di Gesù, attualmente è gestito dalla cooperativa di promozione turistica Aquila Reale. All’inizio di via Pollino, a poche centinaia di metri dalla mostra, la biblioteca “Antonio Bellusci”, con oltre diecimila volumi, rappresenta uno scrigno di cultura calabro-arbëreshe-shqipe e spiritualità greco-bizantina. L’ambiente è accogliente, con scaffali in legno alti fino al soffitto e con un arredamento etnico di gran gusto. Interessante l’annesso museo etnografico “Argalia”, dove sono presenti due telai resi funzionanti dalla signora Caterina Bellusci, sorella di papàs Antonio, fondatore della biblioteca e direttore della rivista “Lidhja”. Un emblema di cultura storica ed etnografica, un capolavoro dell’arte materiale di cui l’intera umanità ne va fiera.

RICETTE  ARBERESHE

Presentiamo un primo piatto dello chef Vincenzo Pingitore. Questa ricetta è molto antica, oggi poco usata. Il procedimento è molto complesso; la salsa ancora oggi si usa, anche se con una piccola variante: in molti utilizzano il parmigiano o il pecorino.

Filatelli del Pastore

Ingredienti per la pasta: 500 gr. di semola di grano duro, 50 cl. di acqua, 2 uova, sale q.b.

Ingredienti per la salsa: 1 kg. di passata di pomodoro, 500 gr. di spalla d’agnello, 2 spicchi d’aglio, 30 cl. di olio extravergine di oliva, 50 gr. ricotta secca, sale e pepe q.b.

Procedimento: Impastare la farina con uova e acqua fino ad avere un impasto semiduro, forma lunga e sottile. Cucinare in abbondante acqua. Per la salsa mettere in pentola l’aglio tritato, l’olio, la spalla d’agnello, la passata di pomodoro, sale e pepe, cuocere tutto a fuoco lento circa 20 minuti. Condire i filatelli con la salsa. Cospargere il tutto con ricotta grattugiata.

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