RICORDO DI
GIOVANNI JANNACCI
di Antonio Frate
Il 4 maggio di
quest’anno ci a ha lasciati Giovanni Jannacci. Con lui se ne va una fetta di
Italia e, nel suo piccolo, una grande fetta di Ururi.
Giovanni Jannacci era nato nel 1917. Nel
1938 parte per il servizio militare. A pochi mesi dal congedo arriva per
tutti l’ordine di trattenimento: l’Italia entra in guerra e comincia la
campagna di Grecia. Egli fa parte della mitica Divisione Acqui, che farà in
seguito presidio a Cefalonia, isola dell’Egeo. Dopo l’armistizio dell’8
settembre, dei 12 mila soldati italiani 6mila vengono passati per le armi, 3
mila muoiono mentre tentano la fuga perché i tedeschi avevano minato le
acque della costa. Gli altri 3mila vengono fatti prigionieri in Germania. Il
nostro Giovanni tornerà ad Ururi alla fine del 1945. Più di una volta, nelle
nostre piacevoli chiacchierate (o meglio, lui parlava ed io pendevo dalle
sua labbra) mi diceva che per lungo tempo ha vissuto coi sensi di colpa la
sua condizione di privilegiato sopravvissuto, mentre io gli rispondevo che
qualcuno doveva rimanere per raccontare questa tragedia italiana nota come
l’Eccidio di Cefalonia. Ma oltre ad essere un testimone del passato è stato
anche un costruttore di ricordi. Per oltre vent’anni dava alle stampe libri
di poesia, di racconti storici sul suo paese natale, sulla presenza degli
albanesi e sulla lingua arbereshe che ha tanto amato. “Scrivere
in arberisht è il solo modo per salvarlo dall’oblio” mi disse un giorno.
L’ultima sua opera(2006) è un documentario filmato accompagnato da un libro
esplicativo che si intitola “Luci nel buio della storiografia ufficiale”.
Nelle intenzioni dell’autore voleva elencare “un pezzo di passato, un
pezzo di presente ed un preoccupante futuro”. L’opera offre una serie di
testimonianze visive e sonore su ciò che è stato Ururi, piccola oasi
albanofona del Molise.
Ciao Giovanni,
mi mancherai tantissimo
Antonio Frate