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Gli Arbëreshë del Molise

SPAZIO A CURA DI ANTONIO FRATE

La corsa dei carri ad Ururi

La vittoria al carro dei “Giovanotti”

di Antonio Frate

 murales: rrjedhen qerret
 

Il 3 maggio, come ormai è tradizione plurisecolare, in Ururi si è svolta  la corsa dei carri trainati dai buoi.

Quest’anno ha vinto il carro dei “Giovanotti”.

Diversi sono i riferimenti storici da cui se ne fa discendere l’origine, ma forse non moltissimi ricordano che esiste una leggenda che associa la corsa alla venuta delle  popolazioni dall’Albania.

Questa leggenda la troviamo riportata nella tesi di laurea del dott. Ettore Frate[1]

Secondo questa versione, dunque, gli albanesi appena raggiunta la sponda sorella dell’Adriatico, non sapevano dove andare né quale direzione seguire.

Stando così le cose, essi decisero di affidare la scelta ai buoi che trainavano i carri sopra i quali avevano messo poche cose in fretta ed in furia, prima che gli Ottomani arrivassero.

Dove i buoi si sarebbero fermati, proprio lì sarebbero sorte le città in cui le popolazioni avrebbero ricominciato a vivere.

A questo punto però leggenda e storia si confondono.

La conferma della ricostruzione sopra esposta è data da due elementi.

Il primo attiene, per quel che ci risulta, ad Ururi. Coloro che hanno più di sessant’anni ricordano che cosa raccontavano gli anziani dell’epoca in cui erano loro stessi bambini, e cioè ( si parla della fine dell’800) che prima della corsa i carri venivano rivolti verso oriente ed i buoi venivano fatti inginocchiare. Quindi veniva elevata una preghiera, sotto forma di poesia, mediante la quale si chiedeva a Dio che si realizzasse il desiderio di tornare, un giorno, nella terra dei padri da dove gli Ottomani li avevano costretti a scappare. Questa preghiera viene per lo più divulgata nella versione “oj More,“ ( Oh Morea il cuore si è fatto come un filo di cotone).

In realtà c’è un’altra versione[2]  che assumiamo a riferimento, quella che comincia con i versi “Eja mirna Zoti jon “ (vieni a prenderci oh Dio su questo suolo perché il cuore ecc.) i quali esprimono il desiderio anzidetto, quasi che la corsa dei carri fosse un contrappasso e nello stesso tempo un rito propiziatorio per tornare nella terra d’origine.

Il secondo elemento lo desumiamo che dal fatto che la tradizione della corsa dei carri  ( qerret) è stata mantenuta nei paesi arbëreshë ( Portocannone, Chieuti) ed ex arbëreshë ( S. Martino in Pensilis).

Qualunque sia l’origine della Corsa è importante soffermarsi sulla presenza di questi riferimenti all’Arbëria e sarebbe importante per il futuro tramandarli e rinnovarli specialmente oggi che l’aspetto agonistico ha preso  il sopravvento.

Per esempio si potrebbe ripristinare l’uso della recita della preghiera “Eja mirna Zoti jonë kah ky dhe”, non perché gli Ururesi vogliono tornare in Albania (!!!), ma perché non esiste motivo valido per camuffare le proprie origini occultando le tradizioni..

Si può essere di origine balcanica albanese pur senza finire sulle pagine di cronaca nera.

Fu cosa molto apprezzata il fatto che nel 1998  don Adamo Manes impartì la benedizione , ai buoi ed ai corridori , in lingua arbereshe “Ju bekoft“. Assai lodevole è stato anche diffondere la canzone composta più di vent’anni fa da Guido Tartaglione “ Kriqia Rurit që mbave vjerr Ynzotin ( Santissima Croce che hai tenuto appeso Nostro Signore), nella quale sono stati sapientemente uniti gli elementi Corsa Carri – Fede e Cristianità (Legno della Croce) –venuta dall’Arbëria, elementi che distinguono la comunità di Ururi.

 

[1] ( Ururi 1913- Roma 1990 ). “Storia, tradizioni, usi di Ururi oasi italo - albanese del  Molise”; 1976. Università di Urbino Facoltà di sociologia.

Ettore Frate per 50 anni ha insegnato nelle scuole elementari ottenendo anche il riconoscimento della medaglia d’oro alla Pubblica istruzione. Giovane vincitore di concorso ebbe come prima destinazione Montemitro, e fu un  segno del destino, per lui albanese, quello di andare ad insegnare l’italiano in paese dove la gente come prima lingua parlava lo slavo. Ma per lui la lingua nazionale non era lingua del nemico. Infatti, egli ha coltivato l’interesse per le minoranze linguistiche come una missione. Amava ripetere “Parlare la lingua madre è un diritto naturale dell’uomo , cui deriva dalla nascita“. Per anni è stato corrispondente da Ururi per IL TEMPO ed IL MESSAGGERO e dalle colonne di questi giornali ha richiamato l’attenzione dei politici romani sulle necessità delle popolazioni del Basso Molise, non ultima quella della naturale tendenza di  arbereshe e slavi a parlare la lingua materna. L’interesse per le tematiche sociologiche è stata una vocazione che ha sempre praticato sul campo. Spero che il Destino non solo per pura coincidenza abbia voluto che la legge 482/1999 sia stata pubblicata nella G.U. il 20 dicembre , giorno del suo compleanno.

[1] Idem