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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
 

Scoperta una porta dell’antico castello di Lungro insieme al ritrovamento di un prezioso reperto

 Il castello di Lungro torna  alla  luce

(articolo pubblicato sulla rivista Apollinea n° 6  Novembre- Dicembre 2003)

 Nelle mie escursioni adolescenziali improvvisate insieme agli amici d’infanzia të Shin Llirit, mi piaceva esplorare le gjitonie più lontane del paese e visitare, con particolare predilezione,  quell’agglomerato di case che si erge sulla parte nord-occidentale della città: Bregu. Per noi bambini che trascorrevamo le giornate estive tra il labirinto di vie del centro storico ed i proibiti sentieri immersi nei castagneti të Pirukës, Bregu costituiva una impegnativa passeggiata alla quale tuttavia non rinunciavamo. La maggiore attrazione di quel gruppo di nidi umani arrampicati sulla montagna, era una particolarissima costruzione sormontata da un grande arco riempito dalla mano dell’uomo con pietre, malta e cemento che a noi sembrava una galleria.   Suggestionati dal fascino di quel posto, giocavamo con la fantasia che ci spingeva cosi tanto da farci pensare che quella enorme volta fosse un residuato di qualche ferrovia un tempo in auge in paese. Nessuno, neanche i gjitoni të Bregut che interrogavamo ogni qualvolta andavamo a visitare quel versante, riuscivano a darci spiegazioni precise su quella costruzione. “E’ una casa molta antica” ci dicevano e nient’altro.  Spinto da una antica curiosità, da un’attrazione magnetica per quella “galleria” qualche mese addietro, sono tornato, con una certa frequenza, a visitare i luoghi suggestivi dell’infanzia che ora, da adulto, sembrano miniature in confronto al ricordo relegato nella mente per tanto tempo e assumono aspetti e dimensioni ridottissime.  Ho osservato con attenzione quell’arco che aveva riempito i miei occhi da bambino, ho appurato la maestosità che ancora oggi conserva, ho seguito le case che fanno da cornice a quella porta gigante, le particolari tipologie architettoniche di quel sito e mi sono soffermato ad osservare attentamente l’impianto ottagonale di una poderosa costruzione  non del tutto rifinita. La curiosità, l’intuizione e la mia innata voglia di scavare nella storia, mi hanno portato ad investigare su testi e fotografie alla ricerca del famoso castello di Lungro,  annoverato solo nella toponomastica cittadina e da molti considerato completamente distrutto. La poderosa costruzione non del tutto rifinita è stata la chiave di volta delle mie ricerche. In quella abitazione appartenente ad un concittadino domiciliato a Roma,  ho trovato la testimonianza inequivocabile che stavo cercando. Dopo aver invano scrutato la casa in ogni suo centimetro, nelle cantine, nelle stanze e nei bassi,  ho trovato in un balcone, l’autentica testimonianza del castello di Lungro miracolosamente scampata all’oblio della storia: una pietra tufacea a forma di trapezio  raffigurante il castello, con relativo impianto stellare e stemma baronale.  Tale reperto, discretamente conservato, testimonianza preziosissima del castello di Lungro, ha aperto le finestre della mia ricerca e cosi le tessere del mosaico che andavo ricostruendo  hanno assunto contorni sempre più definiti.

Con l’ausilio di una cartolina del 1950 circa, sono risalito effettivamente alla reale posizione dell’edificio baronale che coincide perfettamente con il sito dove  ancora oggi  si erge una delle porte del castello. Quella maestosa “galleria” senza nome e storia, dopo le suggestioni dell’infanzia, oggi trova la sua risposta: è una delle porte del castello feudale di Lungro.  L’attendibilità di tale scoperta che assume un notevole valore storico, è suffragata anche da una importante citazione storica di Domenico De Marchis, non presa in considerazione nè dagli studiosi del passato  né da quelli contemporanei.

Nel 1531 su iniziativa del barone Pescara di Saracena, signore del casale Lungrium negli anni 1531-1537  venne dato avvio ai lavori, su un punto strategico della città, per la costruzione di un poderoso castello che eretto su un promontorio di riferimento, dove probabilmente già esisteva un edificio baronale, e da dove era possibile controllare sia l’accampamento albanese, le  gjitonie, sia  le numerose scorribande dei nemici, costituiva per il signore proprietario la principale vedetta militare oltreché la propria dimora abituale.  Il castello di Lungro non esercitò, tuttavia, le sue funzioni strategico-militari per molto tempo. Anzi già nel 1538, da come ci fa notare il De Marchis  nel suo Breve  Cenno Monografico-Storico del Comune di Lungro dato alle stampe nel 1858, venne acquisito dai signori di Altomonte che dopo aver riconquistato i diritti sul territorio e utilizzato la dimora feudale come posto di vedetta, ritennero proficuo adibirla ad abitazione civile rendendo un privilegio a qualche famiglia particolarmente fedele ai signori proprietari. E dibattendo sull’origine del nome Lungro>Ugros >Ungrum lo stesso De Marchis testimonia l’esistenza di un edificio baronale sulla sommità di un’altura:

“ …ed allegando a sostegno di tale asserto l’esistenza sul casale di un antico castello sedente a lembo di un’erta prominenza oggidì tutta coverta di olivi, e di cui il tempo edace  ha serbato pochi ruderi, e dei scrollati  rottami di fabbrica, certo segno di un feudale edifizio. Però questo vago supposto non incontra l’appoggio documentale, né forte sostrato nella tradizione, ed io avrò opportunità di osservare tra non guari, che lo scomparso Castello fuvvi eretto dal Pescara duca della Saracena, allorché nel 1531, addivenne signore del Casale di Lungro”.

In realtà le tipologie architettoniche del castello erano evidenti anche ai tempi del De Marchis è si notano chiaramente nella già citata cartolina postale dove si evidenziano soprattutto le due porte del poderoso fabbricato che si erge sulla parte più alta dell’agglomerato urbano.

Sicuramente sui bastioni del castello e sullo stesso impianto dell’edificio, vennero costruite altre tipologie di abitazioni.  Già alcuni anni dopo, vennero apportati  cambiamenti considerevoli alla struttura che  mutarono sostanzialmente l’aspetto del manufatto.

Lo  stesso autore nella citata opera, parla dell’atto di alienazione, registrato il 20 gennaio del 1716  da parte di D. Francesco Pescara duca di Saracena  a favore della casa Spinelli principi di Scalea dei fondi e dei diritti del territori di Lungro e dello stesso palazzo baronale.

Dal sito contraddistinto da aspre balze e dominato dal promontorio centrale  che oggi viene denominato monte Petrosa, l’edificio feudale costruito tenendo conto della esposizione solare e garantendo protezione sul versante settentrionale e su quello nord-orientale, venne eretto su di un contrafforte molto difficile da raggiungere anche dal versante sud-occidentale.

La porta del castello, ancora oggi facilmente individuabile, si erge sul punto più alto del centro urbano. Le  tipologie architettoniche del castello di Lungro (volte a botte, impianti a base ottagonale), del resto, sono ancora evidenti in alcune abitazioni del versante sud occidentale del Brego. Dall’individuazione della porta e analizzando attentamente il reperto si può risalire a importanti elementi che testimoniano l’attendibilità dei ritrovamenti.  Il bassorilievo con la corona baronale è affiancato a destra da uno schizzo stellare delle mura entro le quali era circoscritto il paese mentre al centro del reperto si evidenziano le porte della costruzione sormontate dalla montagna.  Oggi dalla porta del castello si domina tutto il centro storico  e all’orizzonte si scorge un magnifico panorama  che  partendo dalla maestosa Piana di Sibari si allunga ad est fino al Golfo di Corigliano per raggiungere sul versante sud-ovest i rilievi della Sila Greca. 

Ora quella porta che per tanti anni è rimasta li silenziosa, senza che nessuno la notasse o parlasse di lei, senza che la storia registrasse la sua presenza, si riappropria della sua secolare importanza e consegna le sue vestigia all’attenzione dell’archeologia calabrese .  Dal canto nostro ci auspichiamo che gli organi competenti  si attivino ad effettuare tutte le verifiche del caso  per riportare alla luce un sito che per quasi cinque secoli è rimasto avvolto  nelle tenebre della lascivia umana.

Il magnetismo di quel sito e di quella “galleria” che da bambino mi portava ad allontanarmi dalla mia famiglia, ora trova una spiegazione: è il richiamo delle radici, la incontrollabile curiosità storica che dal profondo dell’animo mi ha spinto ad aprire il libro della memoria, quella stessa curiosità storica che oggi purtroppo e da troppo tempo, non riesce a mordere i lungresi, i figli di quei ungirnjotë protagonisti di pagine indimenticabili di lotte, sofferenze, scontri, conquiste e rinunce, quei lungresi che hanno scavato a mani nude nelle viscere della terra per il riscatto sociale e l’emancipazione delle classi deboli.

A noi figli di questa nobile terra di salinari, tocca tenere accesa la fiaccola della memoria storica che qualcuno vorrebbe spegnere.  Solo la memoria storica che è consapevolezza delle proprie radici, oggi può guidare le nuove generazioni lungresi ad impossessarsi del proprio glorioso passato e rivalutarlo come fattore di sviluppo e arricchimento.

Nicola Bavasso

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