Scoperta
una porta dell’antico castello di Lungro insieme al ritrovamento di un
prezioso reperto
Il
castello di Lungro torna alla luce
Nel 1531 su iniziativa del
barone Pescara di Saracena, signore del casale Lungrium negli anni
1531-1537 venne dato avvio ai lavori, su un punto strategico della città,
per la costruzione di un poderoso castello che eretto su un promontorio di
riferimento, dove probabilmente già esisteva un edificio baronale, e da
dove era possibile controllare sia l’accampamento albanese, le gjitonie,
sia le numerose scorribande dei nemici, costituiva per il signore
proprietario la principale vedetta militare oltreché la propria dimora
abituale. Il castello di Lungro non esercitò, tuttavia, le sue funzioni
strategico-militari per molto tempo. Anzi già nel 1538, da come ci fa
notare il De Marchis nel suo Breve Cenno Monografico-Storico del Comune
di Lungro dato alle stampe nel 1858, venne acquisito dai signori di
Altomonte che dopo aver riconquistato i diritti sul territorio e
utilizzato la dimora feudale come posto di vedetta, ritennero proficuo
adibirla ad abitazione civile rendendo un privilegio a qualche famiglia
particolarmente fedele ai signori proprietari. E dibattendo sull’origine
del nome Lungro>Ugros >Ungrum lo stesso De Marchis testimonia l’esistenza
di un edificio baronale sulla sommità di un’altura:
“ …ed allegando a sostegno
di tale asserto l’esistenza sul casale di un antico castello sedente a
lembo di un’erta prominenza oggidì tutta coverta di olivi, e di cui il
tempo edace ha serbato pochi ruderi, e dei scrollati rottami di
fabbrica, certo segno di un feudale edifizio. Però questo vago supposto
non incontra l’appoggio documentale, né forte sostrato nella tradizione,
ed io avrò opportunità di osservare tra non guari, che lo scomparso
Castello fuvvi eretto dal Pescara duca della Saracena, allorché nel 1531,
addivenne signore del Casale di Lungro”.
In realtà le tipologie
architettoniche del castello erano evidenti anche ai tempi del De Marchis
è si notano chiaramente nella già citata cartolina postale dove si
evidenziano soprattutto le due porte del poderoso fabbricato che si erge
sulla parte più alta dell’agglomerato urbano.
Sicuramente sui bastioni del
castello e sullo stesso impianto dell’edificio, vennero costruite altre
tipologie di abitazioni. Già alcuni anni dopo, vennero apportati
cambiamenti considerevoli alla struttura che mutarono sostanzialmente
l’aspetto del manufatto.
Lo stesso autore nella
citata opera, parla dell’atto di alienazione, registrato il 20 gennaio del
1716 da parte di D. Francesco Pescara duca di Saracena a favore della
casa Spinelli principi di Scalea dei fondi e dei diritti del territori di
Lungro e dello stesso palazzo baronale.
Dal sito contraddistinto da
aspre balze e dominato dal promontorio centrale che oggi viene denominato
monte Petrosa, l’edificio feudale costruito tenendo conto della
esposizione solare e garantendo protezione sul versante settentrionale e
su quello nord-orientale, venne eretto su di un contrafforte molto
difficile da raggiungere anche dal versante sud-occidentale.

La porta del castello, ancora
oggi facilmente individuabile, si erge sul punto più alto del centro
urbano. Le tipologie architettoniche del castello di Lungro (volte a
botte, impianti a base ottagonale), del resto, sono ancora evidenti in
alcune abitazioni del versante sud occidentale del Brego.
Dall’individuazione della porta e analizzando attentamente il reperto si
può risalire a importanti elementi che testimoniano l’attendibilità dei
ritrovamenti. Il bassorilievo con la corona baronale è affiancato a
destra da uno schizzo stellare delle mura entro le quali era circoscritto
il paese mentre al centro del reperto si evidenziano le porte della
costruzione sormontate dalla montagna. Oggi dalla porta del castello si
domina tutto il centro storico e all’orizzonte si scorge un magnifico
panorama che partendo dalla maestosa Piana di Sibari si allunga ad est
fino al Golfo di Corigliano per raggiungere sul versante sud-ovest i
rilievi della Sila Greca.
Ora quella porta che per
tanti anni è rimasta li silenziosa, senza che nessuno la notasse o
parlasse di lei, senza che la storia registrasse la sua presenza, si
riappropria della sua secolare importanza e consegna le sue vestigia
all’attenzione dell’archeologia calabrese . Dal canto nostro ci
auspichiamo che gli organi competenti si attivino ad effettuare tutte le
verifiche del caso per riportare alla luce un sito che per quasi cinque
secoli è rimasto avvolto nelle tenebre della lascivia umana.
Il magnetismo di quel sito e
di quella “galleria” che da bambino mi portava ad allontanarmi dalla mia
famiglia, ora trova una spiegazione: è il richiamo delle radici, la
incontrollabile curiosità storica che dal profondo dell’animo mi ha spinto
ad aprire il libro della memoria, quella stessa curiosità storica che oggi
purtroppo e da troppo tempo, non riesce a mordere i lungresi, i figli di
quei ungirnjotë protagonisti di pagine indimenticabili di lotte,
sofferenze, scontri, conquiste e rinunce, quei lungresi che hanno scavato
a mani nude nelle viscere della terra per il riscatto sociale e
l’emancipazione delle classi deboli.
A noi figli di questa nobile
terra di salinari, tocca tenere accesa la fiaccola della memoria storica
che qualcuno vorrebbe spegnere. Solo la memoria storica che è
consapevolezza delle proprie radici, oggi può guidare le nuove generazioni
lungresi ad impossessarsi del proprio glorioso passato e rivalutarlo come
fattore di sviluppo e arricchimento.
Nicola
Bavasso