STORIE DI LUNGRO – C’era una volta un castello
Su di una pietra tufacea a forma di trapezio la raffigurazione
dell’antica struttura con impianto stellare e stemma baronale. La scoperta
raccontata dallo studioso arbëresh Nicola Bavasso
LUNGRO –
Il rinvenimento di tracce di un antico castello feudale a Lungro,
raccontato da Nicola Bavasso. L’autore del ritrovamento (studioso di
storia lungrese), nella sua testimonianza, fa apparire la ricerca come una
sorta di presentimento. Fin da bambino, infatti, era solito raggiungere
con gli amici të shin Llirit (del quartiere S. Elia) la confinante
gjitonia Bregu (rione Brego), espressione in quel tempo sconosciuta
di qualcosa che negli anni diverrà sempre più chiaro.
“Spinto da
un’antica curiosità, da un’attrazione magnetica per quella “galleria”,
qualche mese fa – racconta Bavasso - sono tornato a visitare i luoghi
suggestivi dell’infanzia che ora sembrano miniature in confronto al
ricordo relegato nella mente per tanto tempo. Ho osservato quell’arco che
aveva riempito i miei occhi da bambino, ho appurato la maestosità che
ancora oggi conserva, ho esaminato le tipologie delle case nate attorno a
quella porta gigante e ho osservato l’impianto ottagonale di una poderosa
costruzione”.
Quel che
da bambino sembrava l’entrata di una galleria ferroviaria, una struttura
massiccia dai contorni pronunciati e ancora ben definiti nonostante il
trascorrere di centinaia d’anni, si trasforma oggi in un inequivocabile
segno di un antico castello, portando la ricerca del Bavasso più in
profondità, fino a una piacevole e fondamentale sorpresa. La curiosità,
infatti, lo spinge a un controllo minuzioso dell’area interessata, a
scrutare luoghi, oggi diventati abitazioni o locali di ogni genere, ma
secoli addietro spazi vitali di un castello che dominava l’odierna Lungro;
non irrilevante, sempre a riguardo, l’osservazione di una vecchia
cartolina ritraente la Lungro di mezzo secolo fa.
Proprio
durante uno dei suoi sopralluoghi fa capolino un’antica pietra, su cui
continuavano a essere ben impressi dei segni, decisivi per arrivare a
precise conclusioni.
“Ho
trovato – dice Bavasso - relegata in un angolo, una pietra tufacea a
forma di trapezio raffigurante il castello con impianto stellare e stemma
baronale. Tale reperto, discretamente conservato, testimonianza
preziosissima del castello di Lungro ha aperto le finestre della mia
ricerca e così le tessere del mosaico che andavo ricostruendo hanno
assunto contorni sempre più definiti”.
L’autore
della ricerca trova anche il conforto di un’opera del De Marchis (Breve
Cenno Monografico-Storico del Comune di Lungro del 1858), nella quale
si cita un edificio baronale costruito sulla sommità di un’altura,
dominata dal monte Petrosa, garantita da protezioni naturali su tutti i
versanti.
Il brano
del De Marchis, che Bavasso cita, fa menzione di come, già al suo tempo,
le condizioni fossero a dir poco precarie: “oggidì tutta coverta di olivi,
e di cui il tempo edace ha serbato pochi ruderi, e dei scrollati rottami
di fabbrica, certo segno di un feudale edifizio. Però questo vago supposto
non incontra l’appoggio documentale, né forte sostrato nella tradizione,
ed io avrò opportunità di osservare tra non guari, che lo scomparso
Castello fuvvi eretto dal Pescara duca della Saracena, allorché nel 1531,
addivenne signore del Casale di Lungro”.
Di
facilmente individuabile, ahi noi però, a distanza di cinque secoli rimane
poco: la porta del castello, alcune volte a botte e impianti ottagonali di
poche abitazioni. A Nicola Bavasso l’onore di avere recuperato uno
spicchio di memoria per tutti gli Ungirnjotë (Lungresi) di oggi e di ieri.
“Ora
quella porta che per tanti anni è rimasta lì silenziosa, senza che nessuno
la notasse o parlasse di lei, senza che la storia registrasse la sua
presenza, si riappropria – conclude lo studioso lungrese - della sua
secolare importanza e consegna le sue vestigia all’attenzione
dell’archeologia calabrese”.
Alla fine,
infatti, l’orgoglio per una ricerca risoltasi positivamente si unisce alla
speranza (vana?) che un ritrovamento simile possa avere una qualche
considerazione in quanto a tutela.
Eugenio
Marigliano
(articolo pubblicato sulle
pagine culturali del quotidiano
“La Provincia Cosentina”
del 11.12.03)