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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
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ARBITALIA LAJME

 

Luglio - Agosto 2002

SULLE TRACCE DI SCANDERBEG A ROMA

 di Maria Frega

In un pomeriggio di questa afosa estate romana, ho pensato di percorrere un itinerario alternativo del centro storico di Roma. La Roma dei papi. Ricordandomi che Scanderbeg,  quell’eroe d’Albania, la cui immagine e le cui gesta ancora oggi fanno parte della memoria storica e popolare nei nostri paesi calabresi dove si parla l’antico arbrisht., ha soggiornato a Roma, seppur per brevi periodi. Sono andata perciò alla ricerca dei segni che ricordano la sua presenza a Roma. Impresa non facile, perché pochissimi sanno di lui, pur essendo una figura importante della storia del mediterraneo e dei rapporti tra i balcani, invasi dai turchi, e l’Italia. Sicuramente i romani ignorano il valore di questa figura storica.

Inizia la mia ricerca... Consulto lo stradario; la toponomastica gli ha assegnato un vicolo ed una piccola piazza. Non  è poco,  sono adiacenti e si trovano nel cuore della città eterna, ai piedi del colle del Quirinale. Per la gente di Roma, Scanderbeg è un nome esotico difficile anche a pronunciarsi, tanto che essi un tempo lo indicavano come vicolo Scannabecchi, la cui derivazione è facile trarre dal nome originale. Altri lo hanno ribattezzato Scanderberg, con l’aggiunta, appunto, di una r, alla tedesca.

La toponomastica della capitale, però , ha voluto ricordare i suoi brevi soggiorni, ospite dei Papi.

Punto di partenza la grande e bella Piazza del Quirinale, dominata dal Palazzo presidenziale della Repubblica, già dimora dei regnanti savoiardi e prima ancora dimora dei papi, dal Palazzo della Consulta e dalla statua dei Dioscuri. Mi trovo in uno dei punti strategici del centro storico. Superato il torrione del Palazzo, si scende una larga scalinata che porta a via della Dataria, e svoltando subito a destra ecco la nostra prima meta: il vicolo Scanderbeg. A metà percorso e si è già a Piazza Scanderbeg. E’ un tipico borgo medioevale romano, dai palazzotti per lo più settecenteschi o d’epoca antecedente che conservano tuttora l’aspetto popolaresco della Roma di un tempo. I muri della case hanno quel colore caratteristico della vecchia città, costellati da tante finestre infiorate. Piccole botteghe artigiane si susseguono a caratteristici ristoranti e osterie. Vi sono molti studi di professionisti, specialmente architetti. Molti gli appartamenti in vendita, ormai abbandonati dai romani veraci. Si vede gente in movimento. Non è difficile il paragone con le “gjitonitë të katundet tonë”.

Ma del Nostro a Roma solo il nome sui marmi della toponomastica?

No di certo. Ecco sulla destra un tipico palazzo fatto costruire da lui (o dal Papa?) per i suoi brevissimi soggiorni romani. Sulla facciata principale sopra il portone una scritta

“GEOR CASTRIOTA A SCANDERBEG PRINCEPS EPIRI AD FIDEM. ICONIS REST AN DOMINI MDCCCXLIII”,

al centro un tondo dove è dipinto il volto dell’Eroe. Il palazzo attualmente ospita il famoso Museo della Pasta, l’unico dedicato a questo prezioso alimento. Alla fine della visita, un appunto per l’Amministrazione comunale capitolina: sarebbe opportuno restaurare l’affresco perché non in buone condizioni di conservazione. Dovrebbe essere un impegno anche per la comunità shqipëtara e arbëreshe di Roma.

Lascio questo bel rione del centro storico per raggiungere Piazza Albania, circondata da tanto verde, non lontana da un altro colle, l’Aventino. Al centro sorge il monumento equestre dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, eretto nel 1940 del Romanelli. Era il periodo in cui vi erano strette relazioni politiche tra l’Albania, annessa addirittura all’Italia, e l’Italia di Mussolini. Lo stato del monumento lascia molto a desiderare e la piazza oggi non è che un caotico incrocio.

La piazza, comunque, si ravviva a novembre durante la Festa della Bandiera Albanese, che ricorda il giorno della sua liberazione. Si ritrovano attorno a Scanderbeg un po’ tutti, autorità del governo italiano e del parlamento, le ambasciate d’Albania in Italia e in Vaticano, la chiesa cattolica bizantina albanese di Roma, le associazioni culturali, cittadini italiani,  e le comunità arbëreshe e quella shqiptara di Roma. Tutti uniti a cantare l’inno nazionale albanese.

A novembre ci sarò anch’io.

La vita di Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (Scander = Alessandro e bey = signore, principe) è densa di avvenimenti, di guerre contro i turchi e non solo, di vittorie, di traversie intrise di tradimenti. Trascorse la prima parte della sua vita, prima come prigioniero e poi come condottiero, nella Corte della Mezza Luna. Il suo grande desiderio era scacciare i Turchi dall’Europa, pensando ad una guerra santa e confidando nella protezione del Papa e dei regnanti del tempo.

Quando il pericolo dell’espansione musulmana incombeva in Europa ottenne somministrazioni in denaro dal Papa.

Diceva Maometto II “Se Scanderbeg non fosse nato io avrei fatto sposare il golfo Adriatico colla Repubblica di Venezia, avrei messo il turbante sulla testa del papa, e la mezzaluna sulla cupola di San Pietro”. Scanderbeg, che combattè gli ottomani per oltre un ventennio, trovò il tempo per venire a combattere in Italia a favore degli Aragonesi e contro gli Angioini e di recarsi di nascosto a Roma nel 1465 “in abito di semplice cavaliere” per ottenere dal Papa Paolo II  aiuti e mezzi necessari per sostenere l’impari lotta contro i poderosi eserciti del sultano. Accolto con dimostrazioni di stima nel Concistoro dei Cardinali. Alla fine non ottenne che l’onorificenza quale “defensor fidei”, benedizioni ed un modesto aiuto finanziario. Con la morte di Pio II rimase solo sul campo di battaglia privo di qualsiasi aiuto. Alcuni biografi di Scanderbeg, come il Barlezio, sostengono invece che dal Vaticano egli ricevette gran quantità di denaro in oro e argento. (mf)

 

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