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Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA presenta
Gli Arbėreshė della Calabria - LUNGRO

 

Rappresentata al collegio di Sant’Adriano una piece teatrale del  Milosao curata da Gennaro  De Cicco

Fremiti  arbėreshė

In quelle mura in cui i maestri di greca cultura, orgogliosi depositari dell’ingenua lingua arbėreshe, addomesticarono uno svogliato studente di nome Girolamo, figlio di una stirpe di prelati di classiche virtł, quelle mura in cui soffiņ impetuoso e devastante il vento della sommossa antiborbonica, a distanza di un secolo dalla scomparsa di De Rada, il pił grande poeta italo-albanese, hanno riecheggiato della freschezza primordiale ed intima del poema lirico arbėreshe per eccellenza: I Canti di Milosao.

Nel ricordo del suo pił illustre studente e docente,  il collegio di Sant’Adriano di San Demetrio Corone, ritornato per qualche giorno ai suoi antichi fasti, ha assistito alla messinscena di un’opera particolarmente suggestiva e carica di momenti emozionanti, contraddistinta da un impianto scenico originale e da una creativitą artistica sospesa tra letteratura ed arte visiva, teatro e pittura, informatica e scenografia.

Il capolavoro della letteratura albanese, scritto nella sua prima stesura nel 1836 e pił volte ripubblicato dall’autore, su iniziativa di Gennaro De Cicco, scrupoloso ed autorevole cultore del mondo arbėresh, coadiuvato da Sonia Gradilone nella declamazione dei versi, da Demetrio Marchianņ nella supervisione informatica e con la narrazione di Cosimo Mauro, č stato rivisitato in una moderna, efficace, essenziale e suggestiva  chiave teatrale, curata nei minimi particolari, che ha riempito gli occhi ed il cuore di un pubblico attento e competente. Una superba piece teatrale caratterizzata dalla scenografia proiettata dei sontuosi quadri di Petrit Ceno, che ritraggono le scene del poema lirico, in cui č stato magnificamente declamato il verso deradiano metricamente anarchico, figlio della musicalitą inconfondibile dei vjershė, espressione autentica di una lingua primordiale elevata dal genio poetico del vate di Macchia Albanese a raffinato strumento d’arte capace di raggiungere momenti di altissimo lirismo.

Il Milosao, poema autobiografico e quindi intimo, romantico e patriottico, in cui si intrecciano le passioni e l’amore di un immaginario figlio del despota di Scutari del XV secolo con la figlia di Calogrea, contadinella della cittą, č un’opera caratterizzata da un’azione narrativa che si svolge lungo un ventennio immaginariamente a Scutari in Albania, storicamente a Macchia Albanese, luogo natio del poeta.

Una composizione lirica  intessuta di delicate immagine poetiche che hanno portato all’attenzione della cultura e dei movimenti letterari europei, le vicende del microcosmo arbėresh e della terra d’Albania. L’opera racconta la storia d’amore di due giovani di costumi ingenui, semplici e di oneste intenzioni che viene rotta dalla partenza di Milosao, chiamato a difendere la patria. Nel poema e nella piece teatrale, il romanticismo di Milosao incantato dalla bellezza della figlia di Calogrea nel fatidico incontro alla fonte del paese, si intreccia con il patriottismo del soldato chiamato a difendere le sorti dell’Albania. Nella declamazione trovano forza e rappresentazione, i sentimenti d’amore, incorniciati dalle vallje, dai giochi e dai vjershė, che vengono spezzati dal travaglio della guerra che non puņ sopire i sussulti amorosi di Milosao per la figlia di Calogrea e per questo al ritorno dalle armi, e dopo un catastrofico terremoto, i due innamorati si uniscono in matrimonio.

Ma il destino crudele chiama ancora una volta Milosao a partire per la guerra.  Si acuisce la sofferenza d’amore per la lontananza. Al ritorno si susseguono gli aventi tragici, muore il figlio, si spegne anche la giovane sposa e quando la cittą viene attaccata dai nemici, Milosao viene ferito mortalmente e la sua vita si consuma in un lento, inesorabile, patetico lamento che nell’ora estrema viene rinfrancato solo dall’ultimo saluto in lontananza alla povera sorella ed alla sua terra, ricca di messi, di gelsi e di fiori.

NICOLA  BAVASSO

(Articolo pubblicato sul quotidiano La Provincia Cosentina del 10.10.2003)

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