
N° 6 - 2003
DONNE ARBËRESHE SUGLI SCHIZZI DI UN GARIBALDINO
di Maria Frega

L’impresa garibaldina che con la spedizione dei Mille realizzò,
nel bene e nel male, l’Unità d’Italia, a distanza dalle memori
celebrazioni del primo centenario (1860 – 1960), ancora suscita interesse
tra gli studiosi, e non solo, di storia risorgimentale. Vi sono alcuni
episodi marginali, per esempio, che destano curiosità e fanno rivivere
antiche emozioni, specialmente se hanno come
riferimento la nostra terra. E’ il caso della nota rivista, oggi
non più in edicola, che tutti credo ricordano “Historia”,
il mensile illustrato dell’editore Cino Del Duca, diretto da Alessandro
Cutolo. Tra gli scaffali, non poteva non mancare il numero speciale del
gennaio 1960, interamente dedicato al centenario dell’Unità d’Italia.
Tante le firme allora famose come Leopoldo Marchetti, Gino
Doria, Franco Bozzini e scritti dell’epoca di
Alexandre Dumas e addirittura di Garibaldi che fu anche scrittore in
versi. Autore di un “Poema autobiografico”, la rivista pubblica l’ode
“Maggio 1860”, che scrisse “ferito e prigioniero sul campo di battaglia,
al Varignano, nel 1862, dopo la disgraziata impresa d’Aspromonte”, come si
legge nella didascalia.
Ma in quello speciale di Historia
vi sono due pagine degne di nota. Si diceva un fatto marginale, ma
oltremodo significativo che offre una immagine
diversa del “garibaldino”, visto sempre sotto l’ottica del signorotto
borghese o del contadino meridionale spinto dal “furore” patriottico a
combattere contro il “borbone” indicato come nemico ed occupante della
patria.
Le due pagine centrali della rivista sono dedicate ad un
curioso cimelio che è stato rintracciato per caso nella civica raccolta
delle stampe di Milano. Durante la campagna dei Mille, uno sconosciuto
garibaldino, su alcuni fogli di un quaderno, eseguì alcuni schizzi dei
suoi commilitoni e delle popolazioni che incontrava. Infatti, sotto il
titolo di “Album garibaldino”, fanno bella mostra sei cartelle
raffiguranti scene di vita garibaldina, rassegna
di divise militari dell’epoca e, quello che più ci ha incuriosito, un
disegno raffigurante tre ragazze in costume calabrese. I tratti del
disegno dello sconosciuto soldato dalla camicia rossa presuppongono che lo
stesso fosse un abile artistica, dalla mano
sicura. Nessun riferimento ci è dato sapere se
questi lavori sono stati eseguiti con l’acquarello, cosa molto probabile,
essendo state pubblicate in bianco e nero.
. Delle tre ragazze disegnate la prima è una donna con il
costume di Bagnara e le altre due sono contadine della Calabria Albanese,
come lo stesso anonimo disegnatore ebbe ad
annotare di suo pugno in calce alle medesime figure che sono state
rappresentate in mezzo busto. Semplice il costume della “bagnarota”, molto
elaborato quello albanese, di cui è difficile
stabilire la località di appartenenza. Si evidenziano
comunque alcune caratteristiche tipiche del costume arbëresh, come
l’ampia camicia, il corpetto molto stretto, la gonna plissettata e il
merletto. Nessuna relazione, invece, ha il copricapo che, come si vede dal
disegno, è un fazzoletto e una cuffia, e non quello tipico delle donne
albanesi. Ma il disegnatore ci dice che esse
sono “contadine” della Calabria albanese.
Interessante la scena degli
insorti siciliani dove si evidenziano i tipici costumi isolani.
Così la serie delle diverse divise dei vari corpi che
hanno accompagnato l’Eroe da Marsala al Volturno. Sono raffigurate
quelle dei Cacciatori, dei Lancieri, della Brigata di Heber, dei
Bersaglieri di Bixio, delle guide, dei medici del Battaglione Straniero e
degli Ussari, del Battaglione Carabinieri Genova e di quello della
Cavalleria Ungherese.